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Anticipazione da Limes

Numeri, segreti e futuro della formidabile intesa italo-russa

Ma va là. Massimo Nicolazzi, amministratore delegato di Centrex, non ci crede che tutte le strade che arrivano a Mosca partano da Palazzo Grazioli. Le ragioni dello scetticismo sono esposte in un brillante articolo sul prossimo numero di Limes, in edicola il 14 dicembre

12 Dicembre 2010 alle 12:09

Ma va là. Massimo Nicolazzi, amministratore delegato di Centrex, non ci crede che tutte le strade che arrivano a Mosca partano da Palazzo Grazioli. Le ragioni dello scetticismo sono esposte in un brillante articolo sul prossimo numero di Limes, in edicola il 14 dicembre, e dedicato a un parallelo tra "il Nostro" (Silvio Berlusconi) e "l'Altro" (Vladimir Putin). Un intervento reso di grande attualità da due circostanze: la prima è che è stato scritto prima di Wikileaks. La seconda è che Nicolazzi l'ambiente lo conosce bene: già dirigente dell'Eni (che ha contribuito a portare in Kazakistan) e poi della compagnia petrolifera russa Lukoil, oggi sta al timone di Centrex, società controllata da Gazprombank, la banca a sua volta partecipata dal monopolista del gas, Gazprom.

Nicolazzi la prende da lontano: "La nostra presenza in Russia non è fatta di favorite, ma di imprenditoria. E di imprenditoria in tempi recenti che si è presa il rischio e l'opportunità di investire in anni di grande cambiamento, e proprio per esso. I governi, in questo, non hanno fatto né da leva né da filtro. Al più, hanno fornito una qualche forma di assistenza. Le grandi amicizie, per dirla sommessamente, non c'entrano granché". La storia dei rapporti italorussi è una storia importante e assieme antica: il nostro export vale più di 10 miliardi di euro, rappresentiamo tra il 4 e il 5 per cento delle importazioni russe, ricorda Nicolazzi nel saggio in uscita sulla rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo. Un rapporto che viene da lontano, anche se ha conosciuto sviluppi importanti negli anni recenti. Tutto comincia all'inizio della Prima Repubblica, quando politicamente italiani e russi stavano sotto due parrocchie diverse, ma pragmaticamente facevano affari. E non solo col petrolio: con le lavatrici Indesit prodotte a Lipetsk, la catena di montaggio Fiat a Togliattigrad, la Merloni e la Parmalat che varcarono la cormitina di ferro prima di Silvio e prima di Vlad. "Se mai avevano un referente – si legge nel saggio – non era certo il Nostro. Se referente c'era, stava nell'antico fiume carsico della sinistra democristiana”.

Ma che cosa cambia con la berlusconizzazione dell'Italia e la putinizzazione della Russia? Scrive Nicolazzi: "La politica con questo sviluppo sembra c'entri assai poco. Per carità, è comunque meglio se il Nostro è amico dell'Altro. Però siamo alla marginalità del marginale. E' l'essere nemici che può far danni, e magari farti discriminare; e non è l'essere amici che da solo crea opportunità". Non è poi molto diverso per le grandi aziende pubbliche. Se l'Eni era in Russia ben prima di Tangentopoli, lo stesso non vale per Enel e Finmeccanica, oggi protagoniste. E' fuor di dubbio che questo rapporto, anche nel caso del Cane a sei zampe, si sia rafforzato negli ultimi anni. Si leggerà su Limes: "E' vero che ad esempio il contratto Finmeccanica (per la costruzione di aerei in joint venture con la russa Sukhoi) e una serie di temi di cooperazione sono stati sempre o quasi nell'agenda degli incontri di governo e non solo dei governi del Nostro (…). La luce verde è gradita. Però non ti aumenta da sola il volume d'affari".

Il caso più spinoso è quello degli asset Yukos, il gigante cresciuto da Mikhail Khodorkovsky e smembrato dopo l'arresto dell'oligarca
. Non volendosi sporcare le mani, i russi – spiega Nicolazzi – tirarono fuori l'Italia dal cappello: "Facciamola comprare da un amico fidato, col diritto di (ri)comprarcela a cose più chiare. L'amico prescelto fu Eni, che per essersi prestata a un'operazione parente stretta di un portage si beccò dal Financial Times la patente di 'utile idiota'. Idiozia peraltro benedetta (il Financial Times in realtà era la voce dell'invidia), e dal cui contorno Eni ed Enel si sono assicurate un importante contributo di riserve di idrocarburi. La scelta di puntare sull'Eni non fu un mirabolante successo della nostra politica estera. Fu un successo dell'Eni". Insomma: "Qualunque governo sensato non avrebbe potuto che incoraggiare. Un presidente del Consiglio al posto di un altro non avrebbe fatto differenza alcuna".

Tant'è che, nonostante il vespaio sull'interesse di Gazprom per il mercato di valle, "i volumi più importanti vengono infine destinati a ex municipalizzate del nord, con Brescia e Milano in prima fila e Intesa Sanpaolo prestigiosamente advisor dei russi. C'è stata asta? In verità non pare. Diciamo placet politico. Per inerzia, capita a volte che l'amministratore delegato pensi di avere a che fare con un altro amministratore delegato. Il presidente del Consiglio, ai tempi della scelta, era Romano Prodi".

In sostanza, la tesi di Nicolazzi è duplice: in termini generali, le relazioni economiche tra Italia e Russia volano sopra la politica. I buoni rapporti possono aiutare, non sono mai sgraditi, ma ricondurre tutto a essi sarebbe ingenuo, se non ridicolo. Più specificamente, che Berlusconi abbia o no interessi privati in Russia, ha poco o nulla a che vedere sia con l'interscambio commerciale tra i due paesi, sia con le decisioni delle singole imprese che ne sono protagoniste (compresa l'Eni). E questo perché, a differenza dell'Altro, "il Nostro per parte sua non è padrone. E' giusto il promotore. Lui vende Italia", e semmai il problema è che "finisce che il promotore rischia di decadere a piazzista". Sostenere il contrario, aggiunge Nicolazzi al Foglio, sarebbe preoccupante non per le implicazioni sul potere del Cav., ma perché "sarebbe come dire che l'Eni non sa più fare il suo mestiere. Agli americani, in fondo, Enrico Mattei ne ha fatte di peggio. Quanto ai tubi, l'Eni li posava prima di Berlusconi, e si spera continuerà anche dopo".

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