Ma leggersi Roth?

Mariarosa Mancuso

Ho imparato che lo Strega funziona per blocchi di potere, che le grandi case editrici controllano molti voti”. Domenico Procacci, boss della Fandango, dichiara a Repubblica un paio di cose appena apprese sui premi letterari (l’altra è che il cinema, quanto a trasparenza, vince sull’editoria paragonata a un fossile). Intanto si posiziona come Davide contro Golia. La sua fionda si chiama Lorenzo Pavolini, entrato nella cinquina con “Accanto alla tigre”. Facciamo subito la prova di pagina 69, carotaggio suggerito da Marshall McLuhan al lettore indeciso in libreria (e al critico convinto che la prova del budino sta nell’assaggio, non nel consiglio del cameriere). Siamo in piena tragedia familiare: Mussolini contro il genero Galeazzo Ciano, fatto fucilare come traditore.

 

Sappiamo dal risvolto di copertina che Pavolini junior (“scrittore alle prese con teatro, riviste, radio” e casa all’Esquilino) indaga nel libro su Pavolini senior, il fascistissimo nonno Alessandro fucilato a Dongo, ministro della Cultura Popolare e amico di Ciano. Ed ecco la questione: Alessandro Pavolini avrebbe potuto chiedere al Duce la grazia, non lo fece. Spiega Pavolini il giovane: “Il carico della tragedia familiare – Mussolini era costretto a comandare la morte del marito di sua figlia – e soprattutto la consapevolezza che se fosse stato messo nella condizione di cedere alla debolezza degli affetti ne sarebbe risultata irrimediabilmente compromessa la sua autorità al cospetto degli alleati e dei fedeli appena riconquistati alla causa repubblichina, valevano bene la vita di un amico a cui si deve molto…”.

 

Ognuno ha le sue bestie nere, noi abbiamo in odio i puntini di sospensione, stratagemma che uno scrittore sicuro dei suoi mezzi non dovrebbe usare mai (controprova: si trovano a manciate nei manoscritti dei dilettanti). Ma la sintassi non è un’opinione, e “ne sarebbe risultata irrimediabilmente compromessa la sua autorità” spicca per goffaggine. Bastava rileggere, e girare la frase: “la sua autorità sarebbe risultata irrimedibilmente compromessa”. Certifica Philip Roth in “Lo scrittore fantasma”, quando racconta il mestieraccio: “Io prendo le frasi e le giro. Questa è la mia vita. Scrivo una frase e la giro. Poi la guardo e la giro di nuovo. Poi vado a pranzo. Poi torno qui e scrivo un’altra frase. Poi prendo il tè e giro la frase nuova. Poi rileggo le due frasi e le giro tutte e due”.

 

Il metodo Roth avrebbe reso la vita più facile al lettore, costretto a districare grovigli di parole sull’amicizia “relazione sociale utile alla collettività politica, nell’accezione ampia dell’’“Etica nicomachea” di Aristotele; il quale difatti la riteneva particolarmente infruttuosa in tempi di tirannide e felice in quelli di democrazia”. In debito di fiato, non abbiamo neanche la forza di andare a pagina 99. Con i romanzieri la lotta è persa al primo round, perfino certi storici e filosofi scrivono meglio.

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