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Coro persiano

“Se entri in un ristorante di Teheran e cerchi nel menù quello che ti va di mangiare, non lo troverai mai. Devi adattarti e chiedere qualcosa che perlomeno non ti faccia venire il mal di pancia”. Con questa metafora Amir Taheri – dissidente iraniano, commentatore e autore del recente libro sul regime degli ayatollah “The Persian Night” (Encounter Books) – spiega al Foglio la posizione di Mir Hussein Moussavi nelle sommosse post elettorali.

16 Giugno 2009 alle 20:49

Se entri in un ristorante di Teheran e cerchi nel menù quello che ti va di mangiare, non lo troverai mai. Devi adattarti e chiedere qualcosa che perlomeno non ti faccia venire il mal di pancia”. Con questa metafora Amir Taheri – dissidente iraniano, commentatore e autore del recente libro sul regime degli ayatollah “The Persian Night” (Encounter Books) – spiega al Foglio la posizione di Mir Hussein Moussavi (nella foto Reuters) nelle sommosse post elettorali. “La portata del movimento di Moussavi ha superato la sua stessa figura, catalizzando un movimento di popolo che si oppone al regime di Mahmoud Ahmadinejad e della Guida Suprema Ali Khamenei”, spiega trafelato dal suo ufficio di Londra.

In questi giorni Taheri sta intervenendo con decisione sui maggiori media internazionali per spiegare che cosa sta accadendo e che cosa potrebbe accadere in Iran: prima di essere allontanato per volontà di Khomeini, Taheri dirigeva Kahyan, il più importante quotidiano di Teheran. Per Taheri i sommovimenti della piazza iraniana esprimono la somma di tre correnti: “La prima corrente è quella degli insider. Moussavi e gli ex presidenti Hashemi Rafsanjani e Mohammed Khatami vivono l’attuale stato di confusione come un’occasione per riacquistare quel potere che hanno perso a partire dalla fine degli anni Novanta. In particolare Rafsanjani è diventato l’oppositore di Khamenei quando ha scelto di perseguire la via del denaro e lasciare a Khamenei quella del potere politico”.

Questo per quanto riguarda le faide di Palazzo. Ma in piazza si vedono facce normali, studenti che sventolano cartelli scritti in inglese, persone comuni che contestano un regime granitico con i volantini. “E’ qui che entra in gioco la seconda fazione, fatta di gente arrabbiata ma con un certo grado di istruzione, non sono né esaltati né sbandati. Sono per lo più studenti che si riconoscono nelle posizioni di alcuni mullah influenti ma non di primissimo piano, come l’ex speaker del Parlamento Nateq Nouri e l’ex deputato anti Ahmadinejad Mostafa Tajzadeh. Fra di loro ci sono anche diversi professori universitari e intellettuali tollerati dal regime. Questo gruppo spera che la situazione cambi, ma non lavora per destituire il regime: sanno che volere tutto e subito potrebbe essere fatale per il movimento riformista del paese e quindi vogliono arrivare a un compromesso per allargare le maglie del regime e ottenere qualche risultato, magari piccolo ma realistico. Sono loro che cercano di controllare le manifestazioni in modo da evitare che la piazza degeneri. La reazione degli uomini di Khamenei e Ahmadinejad sarebbe durissima”. Dal punto di vista ideologico la fazione dei “moderati” è “eterogenea, perché fra questi ci sono marxisti-leninisti, monarchici, nostalgici dello scià e scontenti generici senza una chiara coscienza politica”.

Infine c’è un terzo gruppo, un sottobosco viscerale che approfitta della confusione per urlare in maniera scomposta il proprio malcontento. “Questi vorrebbero rovesciare il regime subito e senza troppi ragionamenti. Sono decisi ad approfittare del momento di confusione per passare all’azione”. E quale di queste tre fazioni è la più forte? “Questa è la domanda fondamentale – dice Taheri – ma è anche quella a cui per ora è impossibile rispondere. Tutte le parti stanno lavorando duramente per attrarre a sé più forze possibili”. Ieri i fedeli del presidente erano numerosi, ma non è chiaro quali gruppi e strati sociali rappresentino. “Sono khameinisti ‘hardcore’, ma non solo – dice Taheri – Fra loro ci sono fedelissimi della Rivoluzione, militari, veterani e gli abitanti del settimo distretto di Teheran, roccaforte del presidente. Infine ci sono le famiglie povere fatte venire appositamente da quelle zone rurali dove il populismo di Ahmadinejad ha un consenso molto alto”.

Taheri conferma che le procedure di voto non sono pulitissime, visto che “non ci sono commissioni elettorali indipendenti, il voto non è segreto, non ci sono scrutatori che vigilano sulle operazioni di voto e non esistono meccanismi di verifica”. Ma il dato particolare è stato l’annuncio della vittoria dato da Khamenei a scrutini ancora in corso, una “procedura inusuale, mai vista in trent’anni di regime”, spiega Taheri. “Solitamente passano trenta giorni fra la fine dello scrutinio e l’annuncio del vincitore. Poi la Guida Suprema trasmette un messaggio tramite la tv di stato, una cosa sintetica senza espressioni vivaci tipo ‘vittoria storica’ o ‘grande celebrazione’. E invece questa volta ha usato proprio questo linguaggio”. Un piccolo segno di nervosismo che Taheri giudica significativo, anche perché un annuncio anticipato avrebbe favorito le congratulazioni di diversi capi di stato (da Chávez ad Assad), un atto fondamentale per legittimare il successo elettorale. Anche in un regime come l’Iran.

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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