Fra le bacheche di brutte persone

3 MAG 19
Ultimo aggiornamento: 15:59
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Insomma, posso riprendere il monografico di Estetica dei miei anni universitari e ricorrere ai filosofi per ripristinare la legittima separazione uomo/opera d’arte, ma deve valerne la pena, per immolarmi allo sforzo ho bisogno di un reato vero, non di un capriccio dell’internet che una mattina si è svegliata penalista: non sono d’accordo con Franzen ma ancora una volta ha ragione, alziamo la posta in gioco, per meno di un omicida non mi alzo neppure dal letto. Anche Humbert Humbert, che di reati secondo diverse legislazioni ne ha commessi davvero, nel social franzeniano non sarà mandato al fresco per le ragioni giuste, perché l’unica vera legge delle gogne è non azzeccarne mai una: l’internet non processa un delinquente per i suoi delitti, ma perché ha detto buongiorno nel modo sbagliato. Ecco perché le agitazioni contro un politico producono l’effetto opposto, e l’opposizione online sta diventando rapidamente l’altra faccia del rafforzamento del consenso. Ma torniamo a quel pedofilo di Humbert. Ecco come va, che una sera, dopo un bicchiere di troppo, afferra il telefono e scrive: “Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata”. Magari lì per lì pensa di mandare quel messaggio a un amico, poi al terzo giro di alcol si rilegge, si sente brillante, sente che quel pensiero esprime una sua coerenza, anzi di più, sente che contiene una portata rivoluzionaria, anche contro il creatore del social stesso: se Zuckerberg è Jonathan Franzen, tocca ricominciare a spiegargli il motivo per cui possiamo apprezzare Caravaggio senza sentirci la coscienza sporca di sangue. Ecco allora, perché no? Humbert quel pensierino lo invia a tutti dal suo profilo ufficiale. Poi, soddisfatto e un po’ sbronzo, va a dormire. Al risveglio, apriti cielo, sarà sepolto da una caterva di insulti in quantità paragonabile a quella ricevuta da Justine Sacco appena atterrata in Sudafrica. Ovviamente, tranne che a quattro appassionati del meccanismo dell’umiliazione online, citare Sacco non evocherà molto: nessuno, nemmeno i bambini prodigio e certi interpreti di tormentoni sanremesi, viene dimenticato più in fretta dell’oggetto di una crocifissione, quindi adesso potrei trovarmi nella paradossale condizione di spiegare a un odiatore di Justine Sacco chi sia Justine Sacco. Non ricordi, dovrei rammentargli, che per cinque minuti questa sconosciuta è stata la causa dei mali del mondo, le hai dato del mostro per una battuta razzista, l’hai resa famosa fino a farle perdere il lavoro, hai appagato il bisogno di giustizia sociale con cui quella mattina ti eri svegliato? C’è sempre un bisogno di giustizia sociale che qualcuno, che non sa neppure chi siamo, deve scontare al posto nostro: abbiamo deciso così e dev’essere così. Facebook e Twitter stanno in piedi grazie a questa famelica esigenza e anche il social dei personaggi letterari non può costituire un’eccezione, non è che siccome l’abbiamo popolato di gente inventata quello possa restare territorio franco. Buona parte delle gogne è portata avanti da nick name e avatar di gattini, non possiamo neppure essere sicuri che a chiedere la morte o la destituzione di una persona in carne e ossa sia sempre una persona in carne e ossa, quindi adesso non sottilizziamo tra invenzione e realtà. Quella mattina, dunque, H.H. si sveglia, non ricorda nemmeno di aver scritto qualcosa, ha la gola in fiamme e tanto bisogno d’acqua, ci dev’essere da qualche parte una luce della sua vita, il fuoco dei suoi lombi. Niente. Solo un telefono che lampeggia con duemila notifiche, e in un attimo è travolto: l’hanno scoperto, sono venuti a prenderlo. Macché. Il popolo non è infuriato perché ha abusato di una ragazzina, ma perché si è permesso di dire che la stessa mano che toglie la vita possa rendersi colpevole di una prosa migliore della mano di un innocente, o, ancora di più di quella di una vittima (la vittima è la categoria preferita dell’internet, se non ti dichiari vittima uscendo con le mani in alto difficilmente una battaglia sarà portata avanti per i tuoi diritti). Con tutti i libri che ci sono da comprare certo non comincerò da questo assassino, risponderà il primo indignato (dopo un post con cui elogia una mostra di Caravaggio, perché la coerenza prima di tutto). Il suo commento aprirà la strada agli altri. Sempre pensato che quello lì era un mediocre, si vanterà il secondo, perché i gognisti la sanno sempre lunghissima: lo dicevo io che i film di quel pervertito di Woody Allen non valgono niente, che quel megalomane di Kevin Spacey è solo una comparsetta sopravvalutata, mai letto un libro del nazista Günter Grass – al tempo della rivelazione di Grass non c’erano i social, ma ciò non lo risparmiò dagli anatemi retrospettivi, quando confessò di aver militato nelle SS molti non potevano dormire tranquilli prima di averne bruciato l’intera opera. L’additamento con bava alla bocca certo non è nato con internet, ben prima di Jon Ronson e dei suoi Giustizieri della rete ne troviamo traccia in due testi non proprio minori come la Bibbia e I promessi sposi; possiamo revisionare anche quelli a nostro piacimento, ovviamente: Barabba, tutto sommato, era una brava persona e salutava sempre, inoltre “la folla è come una fiamma: si sposta a seconda di come soffia il vento” dobbiamo intenderla come una frase riferita a un manipolo di analfabeti del Seicento, mica a noi acculturati superconnessi del Ventunesimo secolo. Ma siamo nel 2019, i moralisti han chiuso i bar, le librerie chiudono da un pezzo, Humbert Humbert con le sue idee inaccettabili non lo legge più nessuno e si è rifugiato nel social della letteratura, un luogo che pure io, con le mie visioni a occhi aperti, bazzico volentieri, perché della narrativa del “mi piace” di cui parla Franzen non so che farmene. Me ne sto lì a curiosare fra le bacheche di brutte persone, e trovo pure Rodion Romanovicč Raskol’nikov: che tipo curioso. Si esprime come una creatura antica e non sembra a suo agio con le opzioni della privacy, sta discutendo con Sonja e deve aver scambiato Facebook per una chat privata. Scrive infatti, sotto gli occhi di tutti: “Ma dopotutto ho ucciso solo un pidocchio, Sonja, solo un inutile, ripugnante, nocivo pidocchio!”. Vorrei avvisarlo di stare attento, proteggersi e lucchettarsi ben bene: se ha sbagliato, se ha ucciso, è giusto che paghi, ma sarebbe meglio rivolgersi alle sedi opportune, cercarsi un bravo avvocato o almeno un romanziere capace di farci empatizzare coi suoi pentimenti. Così, invece, rischia la lapidazione senza appello e ci priverà di un capolavoro: salvati, Raskol’nikov! Salvaci! Provo a mandargli un messaggio privato, ma è tardi: il suo account risulta inesistente. Probabilmente è stato segnalato e bandito, oppure, ricevuti i primi insulti, ha deciso di cancellarsi da solo. Avrà capito che i social non sono il luogo migliore per esprimere opinioni sgradevoli, a meno che per “sgradevolezza” non si intenda: dire quello che pensano tutti quelli che la pensano come te, rafforzando il tuo consenso presso di loro e diventando l’eroe paladino contro il nemico del giorno. L’importante è che di te possano dire: ah, come gliele ha cantate. L’importante è circoscrivere senza possibilità di fraintendimenti la tua sgradevolezza ai modi e alle idee della tua internet di riferimento, che sia di destra o di sinistra, vegana o carnivora, per i pianoforti a coda o contro i pianoforti a coda. Non conta l’idea, conta il metodo: è molto importante che tutti dicano la stessa cosa, a te che sei il guru è richiesto solo di dirla un po’ più semplice.
Non so quanti, nel social di quei tipi coriacei e pieni di chiaroscuri che sono certi personaggi letterari, riusciranno a sopportare tutto questo. Vedo che un vecchio lupo di mare assetato del sangue di cetacei ha già preferito cancellare l’account: “Reputo sia giunto per me il momento di prendere al più presto il mare. Questo è il sostituto che io trovo a pistola e pallottola”, ha scritto Ismaele nel suo ultimo post, prima di salpare per più interessanti lidi. Io però non demordo, questo social pieno di spine mi piace, mi sento inspiegabilmente a mio agio, non mi sentivo tanto a casa da quando hanno chiuso l’ultima libreria vintage del mio quartiere.