La recessione è sessuale

2 APR 19
Ultimo aggiornamento: 12:21
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“Perché i giovani stanno rinunciando all’intimità e cosa questo comporta per la società”, si è domandato l’Atlantic, e in copertina ha piazzato un pettirosso e un’ape, forse perché sono entrambi difficili da incontrare, l’ape rischia persino l’estinzione, e il pettirosso abita dove c’è aria pulita. Se smetteremo del tutto di fare sesso ci estingueremo, o arriveremo a riprodurci in un altro modo, magari più pulito, meno rischioso, meno invasivo, del tutto solitario e artificiale? Ve la sentireste di escluderlo?
“Dal punto di vista biologico, il sesso serve a formare dei legami stabili. Più lo fai, più relazioni durature fondi. Al contrario, se non hai buoni rapporti sessuali, è più difficile che questo accada. Poi, naturalmente, non è detto che senza il sesso una coppia non possa andar avanti e trovare altri tipi di complicità. Tuttavia, io continuo a vederla dal punto di vista della biologia evoluzionista: da lì, il sesso serve, eccome. E anche come metodo di conoscenza dell’altro io credo che il sesso sia migliore, più veloce, immediato”, dice Pascale. La coppia, che cosa novecentesca. Scrive l’Atlantic che il guaio dei millennial con il sesso è soprattutto pratico: come fai a instaurare una relazione se vivi in casa con i tuoi genitori? Dove vai a fare sesso, nella tua cameretta accanto alla stanza da letto dei tuoi? A sedici anni può andare anche bene, ma a trentacinque diventa imbarazzante: meglio marcire che provare imbarazzo; l’imbarazzo è in assoluto la condizione dalla quale rifuggiamo di più, ed è per questo che la retorica sulla bellezza della fragilità è così in voga: speriamo ci salvi, speriamo insegni alle persone a essere misericordiose sempre, a dispensarci dalle conseguenze della nostra goffaggine, a non vederla affatto o a farsene intenerire, persino impietosire.
Il sesso, come il lavoro, la patente, l’andar fuori a bere, il pagarsi le bollette di casa propria sono tutte cose che si possono fare se si è indipendenti e che, insieme, edificano l’autonomia dell’individuo. La congiuntura globale economica, dal 2007 in poi, avendo rallentato l’emancipazione economica dei ragazzi (i millennial, appunto), ha sfoltito le attività propedeutiche e collaterali di quella emancipazione. “My apartment is my dream guy”, ha scritto Lena Dunham su Twitter qualche giorno fa. Milletrecento cuoricini e 137 retweet. Lei, la regia e il corpo dell’opposto di Sex and The City, del momento in cui ci siamo svegliati, dopo anni di sacrifici e individualismo, e anziché lucenti, bellissimi, competenti, in carriera, ricchi, appagati, liberi, ci siamo ritrovati goffi, brutti, depotenziati, sviliti, poveri, precari, con una vita sentimentale ridicola e una vita sessuale grottesca. Sogniamo l’appartamento e abbiamo quasi quarant’anni. Il punto è, però, che sul divano di quell’appartamento non faremmo sesso estremo: guarderemmo una serie tv, scrolleremmo Tinder, faremmo una video chiamata. Il virtuale è un grande imputato nel processo sulla recessione sessuale. Nel 2012, gli americani in possesso di uno smartphone superarono il 50 per cento e, dall’anno prima, il tasso di suicidi avevo preso a salire in modo preoccupante (oggi sappiamo che non è esistita nessuna giovane generazione più depressa e incline ai disturbi mentali come l’attuale). Le accuse sono quelle che sentiamo da sempre: la vita virtuale allontana da quella vera; all’inizio ti fa comodo, poi t’impigrisce e infine ti aliena; ti disabitua al confronto con l’altro, rendendotelo immediatamente ostile. Le applicazioni per la ricerca di un partner stabile sono meno usate di quelle più prosaiche come Tinder, nate per procacciarsi sesso facile, veloce, possibilmente indolore. Ma siccome come sempre è la funzione che fa l’uso, sta accadendo che su Tinder o finisci con l’incontrare l’uomo che sposi o, come in un appuntamento al buio, ti annoi dopo le prime quattro chiacchiere e cambi foto profilo (e conversatore, sia chiaro). Stando agli ultimi dati diffusi dalla società proprietaria dell’App, attualmente su Tinder avvengono 1,6 miliardi di scambi al giorno e, di questi, solo 26 milioni portano a un incontro reale: per il resto, o ci si congeda, o ci si masturba, o ci si manda un paio di foto un po’ porno e niente di più. “Lo smartphone è il regalo che facciamo ai ragazzini per la loro prima comunione, a nove anni. Così, mettiamo loro internet in tasca e, con internet, la pornografia, ma non li dotiamo di strumenti adatti per capirla. Il primo approccio con il sesso, ormai, è quello lì: vai online e vedi adulti che fanno sesso, a volte in modo violento, esagerato, pazzesco, e non avendone neppure mai sentito parlare, è così che formi il tuo immaginario sessuale, ed erotico. E’ uno scandalo che la scuola italiana non insegni educazione sessuale e, invece, la subappalti alle famiglie, che a loro volta la subappaltano al silenzio”, dice al Foglio Mario Desiati, scrittore. E tocca un punto assai dolente. Perché all’importanza dell’educazione sessuale crediamo tutti, ma nessuno abbastanza da incaricarsi della battaglia, anche politica, per garantirla. In fondo, crediamo che i bambini non abbiamo pulsioni, desideri, preferenze sessuali e siamo ancora il paese con “il ministero delle cicogne”, come cantava Guccini nel suo Talking sul sesso (è una canzone degli anni Settanta e sembra scritta nell’Italia di domani e pure di dopodomani). In fondo, prima di internet potevamo permetterci di credere che a far l’amore i bambini dovessero imparare da grandi, scioccamente convinti com’eravamo che il sesso andasse separato dalla vita quotidiana, e che l’igiene sessuale nulla avesse a che fare con quella relazionale, e che imparare la relatività e reciprocità del gusto, del piacere, del rispetto del corpo dell’altro fosse un’operazione né scolastica né etica o civica (lo è eccome, invece), ma squisitamente privata e individuale. Adesso è diverso: il sesso è dappertutto ed è un sesso irreale, immaginifico, a volte stupendo e catartico, o soltanto fresco e leggero, altre volte, invece, è violento, doloroso. Affinché questa sovraesposizione non si ritorca contro chi la fruisce, specie in modo passivo e inconsapevole come fanno i bambini, è necessario guidare all’intimità del corpo e al modo in cui funziona il piacere. Una delle cose più discusse, nei primi mesi del #metoo, è stata proprio l’educazione sessuale: più appropriatamente, si deve forse dire che era di rieducazione sessuale che si parlava, intendendola mirata soprattutto ai maschi, e inglobandola nel più vasto progetto di smantellamento del patriarcato, che nell’erotismo ha la sua traccia più evidente nel gioco di sottomissione della donna. Ben prima del metoo, però, a sovvertire e alleggerire le regole del gioco sessuale, a insegnare che il piacere femminile è largo e variegato, lento e sorprendente, fantasioso e bizzarro, affamato e perverso non come quello maschile ma altrettanto condizionante, hanno cominciato le pornostar. Da Fingered di Lydia Lunch alle Ragazze del porno, passando per il post porn modernist di Annie Sprinkle, le donne hanno elaborato e goduto un proprio immaginario sessuale. Michele Monina, in un suo libro per Skira di due anni fa, ha scritto che il pop s’è messo le mutande e ha analizzato lucidamente come, negli ultimi dieci anni, una strana forma di sessuofobia abbia espunto completamente il sesso dalla canzone mainstream, dalla performance musicale, insomma dalla parabola creativa delle cantanti pop. Un video come quello di Wrecking Ball, con Miley Cyrus che, seminuda, dondola a cavalcioni su un gigantesco pendolo di pietra, oggi sarebbe piuttosto impensabile. O, meglio, attizzerebbe sfibranti indignazioni da tastiera. E’ piuttosto incredibile che, dopo aver contenuto l’epidemia di AIDS, aver scardinato la monogamia (adesso abbiamo il poliamore!), imparato a controllare la fertilità, sfasciato la maggior parte dei tabù sul corpo e sul piacere, accolto e benedetto le perversioni come fossero commedie, ora che Teen Vogue pubblica infografiche su come praticare sesso anale sicuro e piacevole, che Pornhub è una piattaforma dove capita che un musicista scelga di promuovere il suo disco (lo ha fatto Salmo, bravone) e insomma c’è più sesso fuori casa che dentro, ci troviamo a fare i conti con la sua decrescita. E se fosse semplice allarmismo? “Non sarà un problema vostro?”, mi risponde un diciassettenne romano, quando gli chiedo se sappia di cosa parliamo quando parliamo di recessione sessuale (dopo essersi assicurato che: non dirò né chi è, né dove l’ho incontrato). Mi dice anche che non è vergine, il porno gli fa schifo (“lo guardate voi”), le ragazze non lo spaventano, un cisgender non sa cosa sia, la differenza tra transessuale e transgender neppure – “ma è così importante?” – da grande vuole avere più di un bambino perché lui è figlio unico e non gli piace, la più bella ragazza del mondo ancora non l’ha vista, per adesso va in palestra. (segue a pagina tre)