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Usa-Iran, Pakistan prova a salvare dialogo ma nazionalismo e Pasdaran frenano negoziati

(Adnkronos) - Il Pakistan tenta di riportare Iran e Stati Uniti al tavolo negoziale, ma la crescente ondata di nazionalismo nella Repubblica islamica e il rafforzamento dell'ala più oltranzista del regime stanno rendendo sempre più difficile qualsiasi compromesso, soprattutto sul controllo dello Stretto di Hormuz. Mentre Islamabad, insieme a Qatar e Oman, mantiene aperti i canali diplomatici, analisti e fonti vicine alla mediazione ritengono, infatti, che il vero ostacolo sia ormai interno a Teheran, dove i Pasdaran e gli ultraconservatori stanno limitando il margine d'azione dei negoziatori. 

Secondo un'analisi del Wall Street Journal, il regime, uscito profondamente indebolito dalle proteste di inizio anno, ha alimentato il sentimento patriottico durante il conflitto con Stati Uniti e Israele e lo ha ulteriormente rafforzato in occasione dei funerali della Guida Suprema, Ali Khamenei. Quella mobilitazione, inizialmente utile a ricompattare il Paese, sta ora diventando un freno ai negoziati: parlamentari ultraconservatori, media e Pasdaran sfruttano infatti il clima nazionalista per ostacolare qualsiasi concessione a Washington. 

Le conseguenze più evidenti riguardano proprio lo Stretto di Hormuz, punto centrale del memorandum d'intesa mediato dal Pakistan e firmato il 17 giugno dal presidente americano Donald Trump e dal suo omologo iraniano, Masoud Pezeshkian. L'accordo prevedeva la riapertura dello Stretto al libero passaggio delle navi commerciali, ma l'intesa è rapidamente entrata in crisi. L'Iran ha continuato ad attaccare navi in transito, rivendicando il controllo esclusivo del passaggio marittimo, mentre gli Stati Uniti hanno ripristinato il blocco navale contro i porti iraniani e avviato una nuova campagna di raid. 

Come ricostruisce anche Al Jazeera, Islamabad continua a svolgere un'intensa attività diplomatica nel tentativo di scongiurare un'escalation. Negli ultimi giorni il ministro degli Esteri, Ishaq Dar, ha parlato con il collega iraniano Abbas Araghchi, mentre il premier Shehbaz Sharif ha avuto un colloquio telefonico con Pezeshkian ribadendo che "dialogo e diplomazia restano l'unica strada percorribile". Tuttavia, i tentativi di rilanciare l'accordo si sono finora scontrati con il riaccendersi delle ostilità e con la crescente diffidenza tra Washington e Teheran. 

Secondo diversi analisti, il Pakistan dispone di canali privilegiati con entrambe le parti, ma ha strumenti limitati per imporre il rispetto degli accordi. Il memorandum, osservano, era stato concepito soprattutto come uno strumento per fermare temporaneamente i combattimenti e riaprire Hormuz, rinviando le questioni più controverse a successivi negoziati. Proprio il controllo dello Stretto continua però a rappresentare il principale punto di scontro: Teheran lo considera un asset strategico irrinunciabile, mentre Washington respinge qualsiasi pretesa iraniana di amministrarne il traffico. Trump su Truth ha scritto che "lo Stretto di Hormuz è aperto a tutto il traffico navale, ad eccezione di quello iraniano" ed ha annunciato che "dopo colloqui molto proficui con i leader del Medio Oriente", ha deciso di "sostituire il rimborso del 20% agli Stati Uniti con accordi commerciali e di investimento che i vari Stati del Golfo stipuleranno con gli Usa". 

Nel frattempo, il fronte interno iraniano continua a irrigidirsi. Sabato il deputato ultraconservatore Mahmoud Nabavian ha definito l'ipotesi di negoziare il futuro di Hormuz una "palese debolezza", assicurando che i Pasdaran eserciteranno il "diritto esclusivo della Nazione iraniana" sullo Stretto "a qualsiasi costo". Secondo il Wall Street Journal, i diplomatici iraniani avrebbero confidato ai mediatori di essere favorevoli a un compromesso, ma di avere ormai "le mani legate" dalle pressioni del fronte più radicale. Le tensioni sono emerse anche durante i funerali di Khamenei, durante i quali Pezeshkian è stato contestato con slogan contro i "traditori" e i "normalizzatori" da gruppi di sostenitori della linea dura. E lo stesso è accaduto al ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. Anche la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, pur lasciando formalmente aperta la strada ai colloqui, ha ribadito la necessità di vendicare il padre, rafforzando la linea della fermezza. 

14 lug 2026

Pickaxe Mountain, il sito iraniano nel mirino di Trump a centinaia di metri di profondità

(Adnkronos) - 'Pickaxe Mountain' potrebbe diventare il prossimo obiettivo dei raid Usa. A indicare il bersaglio è stato il presidente americano Donald Trump accendendo i riflettori sul sito nucleare che gli iraniani avrebbero costruito a centinaia di metri sotto una montagna alta circa 1.600 metri e che si troverebbe a 1,5 chilometri a sud del centro di arricchimento dell'uranio di Natanz, nel cuore dell'altopiano iraniano nella provincia di Isfahan, ad alcune centinaia di chilometri da Teheran.  

In farsi Kuh-e Kolang Gaz La, 'monte del Piccone' in italiano, la montagna ospiterebbe dunque un sito nucleare costruito sotto il granito, fino a 145 metri secondo l'Institute for science and international security (Isis) di Washington, addirittura a 600 metri secondo altre valutazioni. Comunque protetto da una roccia tanto densa e così in profondità da poter resistere ai 'bunker buster' americani, più difficile da colpire rispetto all'impianto di Fordo, cuore del programma nucleare di Teheran colpito a giugno dello scorso anno con diverse bombe Gbu-57.  

Il complesso di Pickaxe Mountain si estenderebbe per circa un chilometro quadrato sul versante montuoso della catena degli Zagros e si sospetta che ospiti impianti di arricchimento dell'uranio e depositi di stoccaggio, all'interno di tunnel e bunker costruiti in profondità proprio per resistere agli attacchi. Dall'analisi delle immagini satellitari, condotta dall'Institute for science and international security, la costruzione del sito è iniziata intorno al 2020. Gli iraniani l'hanno protetto con una recinzione di sicurezza lunga diversi chilometri attorno alla montagna, collegandola alla recinzione perimetrale che circonda il complesso di arricchimento di Natanz.  

L'Iran l'ha descritto come un impianto di assemblaggio di centrifughe, ma agli ispettori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) Nazioni Unite non è mai stato concesso l'accesso. Le immagini satellitari hanno mostrato scavi estesi e la costruzione di tunnel, ma lo scopo esatto del complesso non è stato confermato pubblicamente. Secondo l'Aiea, qui potrebbe trovarsi una quantità di uranio arricchito al 60 per cento tale da permettere la costruzione di più ordigni. 

A partire dagli attacchi del giugno del 2025, molti analisti sostengono che le attività su Pickaxe Mountain siano decisamente aumentate. Secondo l'Institute for science and international security, il mese scorso veicoli e camion sono stati visti transitare lungo le strade che conducono agli ingressi occidentali della struttura e nelle zone circostanti. Tale attività, afferma l'istituto, indica "che i lavori all'interno del complesso del tunnel, così come il consolidamento dell'ingresso, sono in corso". Gli ingressi orientali erano stati precedentemente bloccati in modo parziale con terra, apparentemente per impedire ai veicoli di entrare o uscire rapidamente. Secondo l'istituto, l'attività viola il memorandum d'intesa firmato tra Stati Uniti e Iran, che impone a Teheran di mantenere lo status quo del suo programma nucleare, incluso il divieto di costruzione o ricostruzione presso i siti nucleari. Il sito di Pickaxe Mountain finora non è mai stato attaccato. 

L'Iran reagirebbe con una "risposta devastante" se Trump andasse oltre la minaccia di attacco al sito Pickaxe Mountain. Ha risposto così alla Cnn una fonte della sicurezza iraniana, che la rete americana descrive come una fonte di alto grado, dopo le parole arrivate nelle scorse ore dal presidente degli Stati Uniti. "Se Trump dovesse dare seguito alle sue minacce, la nostra sarebbe una risposta devastante e a pagarne il prezzo sarebbero i soldati americani e i loro partner nella regione", ha detto la fonte, bollando come falsità le accuse secondo cui si tratterebbe di un sito in cui vengono portate avanti attività del controverso programma nucleare della Repubblica islamica. 

14 lug 2026

Caldo senza sosta: 7 città bollino rosso, domani saranno 15

(Adnkronos) - Afa giorno e notte, senza tregua. L'Italia è investita dalla nuova ondata di calore, che infiamma la metà di luglio, e torna a vivere un crescendo di allerta per le temperature elevate in diverse aree del Paese. Se ieri le città previste col bollino rosso sono state 4 - cioè Brescia, Firenze, Perugia e Torino - stando all'ultimo aggiornamento del bollettino sulle ondate di calore del ministero della Salute, il numero oggi, mercoledì 15 luglio, salirà a 7 con l'aggiunta di Bologna, Frosinone e Roma. 

La lista si allungherà ulteriormente giovedì 16, quando le città bollino rosso diventeranno ben 15, con l'innalzamento dell'allerta al livello massimo anche per Cagliari, Campobasso, Genova, Latina, Palermo, Pescara, Rieti e Viterbo. Segno che il caldo si sta prendendo il Paese, da Nord a Sud. 

Completano il quadro del giorno al momento previsto più afoso - il 16 luglio - anche 5 capoluoghi bollino arancione (livello 2): Bolzano, Milano, Trieste, Venezia e Verona. In giallo (pre-allerta) restano Ancona (che nei due giorni precedenti è prevista in arancione), Bari, Catania, Civitavecchia, Messina, Napoli e Reggio Calabria. Zero i bollini verdi.  

 

L'estate 2026 si sta rivelando un calvario per l'Europa. Luglio, in tal senso, non si differenzia dal mese precedente. La brutale ondata di calore registrata a giugno ha causato migliaia di morti in tutta l'Europa occidentale, diventando uno dei disastri climatici più letali del continente, come emerge da un'analisi di 'Politico', secondo cui i dati ufficiali preliminari sulla mortalità nell'area e le stime dei ricercatori dai 6 Paesi più colpiti indicano almeno 14mila decessi in eccesso durante il periodo di caldo estremo registrato il mese scorso. 

L'ondata di afa record, iniziata intorno al 18 giugno e durata fino all'1 luglio, si è abbattuta su diversi Paesi europei, con picchi di temperature talmente fuori dall'ordinario che secondo gli esperti non sarebbero state possibili senza i cambiamenti climatici causati dall'uomo, in particolare dalla combustione di combustibili fossili. 

Le cifre analizzate da Politico, si legge nel focus pubblicato online, includono circa 2mila decessi in eccesso in Francia, 1.740 in Belgio, 6.800 in Germania e 480 nei Paesi Bassi, oltre a 810 decessi specificamente legati al caldo in Spagna e circa 2.200 decessi dovuti al caldo nel Regno Unito. Un altro set di dati, pubblicato lunedì da 'EuroMoMo', un servizio di monitoraggio della mortalità supportato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ha mostrato che i suoi 27 Paesi membri dell'Ue hanno segnalato 10.650 decessi in eccesso tra il 22 e il 28 giugno. 

Queste cifre potrebbero ancora cambiare man mano che arrivano ulteriori dati. I decessi in eccesso fotografano l'aumento della mortalità rispetto ai livelli medi. Sebbene le cifre includano i decessi per tutte le cause, questo indicatore viene utilizzato per valutare rapidamente l'impatto delle ondate di calore. Ottenere un conteggio preciso dei decessi correlati al caldo è un lavoro meticoloso, poiché le alte temperature uccidono non solo per colpo di calore, ma anche aggravando patologie preesistenti. 

"È molto plausibile che questi dati siano principalmente legati al calore", ha affermato Lasse Skafte Vestergaard, dello Statens Serum Institut danese, che ospita EuroMoMo, commentando i risultati dell'analisi. "Al momento in Europa non ci sono altre spiegazioni evidenti o minacce per la salute pubblica che possano giustificare questo fenomeno", ha dichiarato a Politico. "E le cifre sono davvero insolite per la loro entità". I dati di EuroMoMo non hanno una ripartizione a livello nazionale, ma il servizio ha rilevato che i decessi in eccesso sono stati particolarmente elevati in Francia e Belgio alla fine di giugno. 

14 lug 2026

Maltempo e forti temporali al Nord, scatta allerta gialla in due regioni

14 lug 2026

Cina-Russia, il nuovo rapporto tra Xi e Putin: lo spostamento di potere con la guerra in Ucraina

(Adnkronos) - "Un tempo Xi Jinping (che nel 2013 ha scelto Mosca come prima capitale da visitare da leader, ndr) ammirava Vladimir Putin, ora lo gestisce", scrive il Wall Street Journal. "Quattro anni di guerra e isolamento economico hanno ridotto il presidente russo a un supplicante in una relazione sempre più squilibrata, e a volte tesa", si sottolinea, citando il mancato accordo sul gasdotto Potenza della Siberia 2 nel corso della 14esima visita di Putin per incontrare Xi in Cina a maggio, contrariamente a quanto aveva poco prima anticipato come certo il Presidente russo.  

La delegazione russa arrivata a Pechino prima di Putin per definire l'accordo si è trovata di fronte a "un muro": Pechino ha spiegato a chiare lettere al ceo di Gazprom che avrebbe sottoscritto l'accordo ma solo a un prezzo del gas scontato come quello che viene venduto all'interno della Russia, "di fatto la richiesta che la Russia finanziasse il progetto", spiegano fonti al corrente del contenuto del negoziato. I cinesi hanno detto anche ai russi di non sollevare più la questione fino a che non saranno cambiate le condizioni, si precisa.  

Le relazioni bilaterali sono tutt'altro che sul punto di crollare e Pechino ha assicurato a Mosca il sostegno cruciale per portare avanti il suo sforzo bellico dal 2022. "Xi sembra aver capito la lezione degli anni sessanta, quando i sovietici trattavano con mano pesante la Cina, come "fratello minore", e come questo atteggiamento abbia fratturato l'alleanza precedente. Per ora, Xi è attento a trattare Putin con rispetto in pubblico anche se in privato cerca di stritolarlo con concessioni", si legge inoltre.  

Nel 2013, il presidente cinese considerava Putin come "un modello di ruolo", la sua capacità di imporsi con un ruolo al tavolo globale malgrado l'economia della Russia fosse altamente legata al petrolio e al gas e non una economia diversificata come già quella cinese o quella degli Usa. "La guerra contro l'Ucraina ha consegnato a Xi il potere di completare uno spostamento di potere strutturale già in corso, trasformando quella che una volta era una partnership fra quasi uguali in una relazione in cui la Cina domina in quasi tutti i settori".  

La partnership non poggia su solide basi ma solo su un antagonismo condiviso verso l'ordine mondiale a guida Usa e non su valori e cultura comuni. "E mostra segni di stress" che sono al centro dell'idea audace di quello che gli analisti hanno battezzato come "Reverse Nixon": l'investimento Usa per allontanare la Russia dalla Cina, come Richard Nixon aveva usato le tensioni sino-sovietiche per aprire relazioni con Pechino negli anni Settanta. Ad acuire l'instabilità, la scoperta di sempre più tentativi di spionaggio cinesi fra funzionari di governo di medio livello in Russia che Mosca non rende pubblici nel timore di alienare i rapporti.  

14 lug 2026

Ucraina progetta lo scudo antimissile. Zelensky: "Italia e Francia ci daranno nuovi Samp/T"

(Adnkronos) - L'Ucraina progetta il suo sistema antimissile e intanto aspetta i nuovi aiuti da Italia e Francia per difendere i cieli. Il cardine del muro contro gli attacchi russi, secondo le ambizioni di Kiev, dovrebbe essere in futuro un sistema nazionale di difesa capace di intercettare missili balistici, candidato a diventare il nucleo di un futuro scudo europeo. E' questo il progetto che Fire Point, una delle principali aziende della difesa di Kiev, punta a sviluppare. 

 

Il programma, di cui riferisce il New York Times, è stato illustrato durante il salone della difesa Eurosatory di Parigi dal capo progettista Denys Shtilerman, secondo cui l'intercettore dell'azienda "può diventare l'elemento centrale di uno scudo antibalistico paneuropeo". 

La società sta già producendo gli intercettori e negoziando con partner europei per acquisire componenti avanzati, come i radar terrestri, con l'obiettivo di offrire un'alternativa ai sistemi Patriot statunitensi, anche dopo l'annuncio del presidente Donald Trump sulla possibilità di consentire all'Ucraina di avviare la produzione degli intercettori americani.  

Il progetto rientra nella più ampia strategia di Kiev per rafforzare la propria autonomia nel settore della difesa aerea, mentre il presidente Volodymyr Zelensky continua a chiedere agli alleati maggiori forniture di sistemi Patriot. Lo stesso Zelensky ha stimato che potrebbero essere necessari circa dodici mesi per rendere operativo il nuovo sistema, anche se tra l'approvvigionamento dei componenti, l'integrazione delle diverse tecnologie e i test gli esperti ritengono che questa previsione possa rivelarsi ottimistica. Alla spinta verso una produzione nazionale si affianca inoltre la crescente convinzione, condivisa da parte dei governi europei, che dopo le richieste di Trump di assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza non sia più possibile fare totale affidamento sugli Stati Uniti come fornitori dei sistemi più strategici, mentre un'eccessiva dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi viene considerata altrettanto rischiosa. 

Fire Point è già nota per la produzione di droni e del missile da crociera "Flamingo", ma la realizzazione di un sistema antimissile rappresenta una sfida tecnologica molto più complessa. "La difesa missilistica è la Champions League della produzione di missili. È qui che le cose diventano davvero difficili", ha osservato Fabian Hoffmann, ricercatore del Norwegian Institute for Defense Studies, avvertendo che "se c'è anche un minimo margine di errore, il sistema mancherà il bersaglio". L'amministratrice delegata di Fire Point, Iryna Terekh, ha spiegato che l'obiettivo è il raggiungimento di una piena "sovranità tecnologica". "Non vogliamo dipendere da partner che si dimostrano inaffidabili", ha affermato, aggiungendo che l'azienda punta a contenere il costo degli intercettori sotto il milione di dollari grazie a soluzioni innovative e materiali alternativi. Shtilerman ha precisato che il primo modello sarà più simile ai Patriot PAC-2 che ai più moderni PAC-3, ma ha assicurato che rappresenterà comunque una risposta concreta alle esigenze immediate dell'Ucraina: "Forse la prossima generazione sarà diversa, ma dobbiamo risolvere il problema che abbiamo oggi". 

 

In attesa della svolta, Kiev continua a contare sul sostegno dei partner europei. "L'Ucraina sarà la prima a ricevere i nuovi sistemi franco-italiani Samp/T Ng potenziati", scrive su X il presidente Volodymyr Zelensky, aggiungendo che "Francia e Italia accelereranno le consegne dei missili Aster 30 entro ottobre di quest'anno". Dopo aver partecipato alla riunione dei Volenterosi a Parigi e alla cerimonia per il 14 luglio, Zelensky evidenzia che "il risultato dei miei colloqui con Emmanuel" Macron e "del lavoro dei nostri team è un importante accordo tra Ucraina e Francia, un passo che riflette la vera leadership francese nella cooperazione in materia di difesa con l'Ucraina, nell'interesse di tutta Europa". 

Zelensky quindi spiega i "punti chiave" dell'accordo, che prevede che ''l'Ucraina otterrà le licenze per produrre armi molto potenti: missili Scalp, bombe Aasm e missili Aster 30 in collaborazione con l'Italia". Inoltre, prosegue il presidente ucraino, "la Francia collaborerà con noi e con altri partner al programma antibalistico Freyja, il nostro punto di forza unico per il futuro" e "fornirà anche due batterie Samp/T per rafforzare le nostre difese già quest'anno" 

Inoltre, "l'Ucraina acquisterà i primi 16 caccia Rafale per la sua aviazione da combattimento, insieme al relativo pacchetto di armamenti. L'addestramento dei nostri piloti e del personale di manutenzione in Francia dovrebbe iniziare già quest'anno''. 

14 lug 2026

Legge elettorale, franchi tiratori mandano sotto governo su preferenze. Ira Meloni: "Ha vinto palude, serve una riflessione"

(Adnkronos) - L’ultimo appello di Giorgia Meloni sulla legge elettorale ("Mettete la faccia sullo scrutinio") non è bastato a evitare il peggio. In serata, poco dopo le 19, la maggioranza va sotto alla Camera sulle preferenze per un solo voto: 187 voti a favore e 188 contrari. L'Aula boccia a scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni, l'emendamento a prima firma FdI, Noi moderati e Udc che mirava ad introdurre un sistema misto di capilista bloccati e preferenze nella riforma del voto messo a punto dal centrodestra.  

Subito parte la caccia al 'traditore' nel centrodestra. La conta dei franchi tiratori non finisce più. Sono almeno 30, no 31, forse 40. C'è la consapevolezza nel governo che il passo falso di oggi possa affossare l'iter dell'intera legge. Come sempre capita in questi casi, apertis verbis tutti escludono di aver 'ucciso' la legge, poi a mezza bocca ognuno accusa l'altro. Nel mirino dei meloniani che rivendicano di averci messo la faccia e non accettano la Caporetto ci sono gli alleati di Fi e Lega, che fino al compromesso di lunedì avevano espresso perplessità e riserve sul nodo delle preferenze. Eppure c'è chi se l'aspettava questo tonfo e, a denti stretti, si lascia scappare che gli atteggiamenti gladiatori e i continui avvertimenti di Fdi della serie 'Mi raccomando, votate uniti altrimenti si va a casa' abbiano contribuito ad avvelenare i pozzi e a spingere i dubbiosi a 'disertare' il voto'. Altri ancora, poi, se la prendono con i vannacciani, accusati di doppio gioco pur avendo annunciato ufficialmente il voto a favore. I futiristi però fanno girare un video in cui votano a favore. 

Il primo commento a caldo dopo il patatrac della maggioranza è di Nicola Fratoianni uscendo dall'emiciclo: ''Il messaggio che arriva da questo voto è chiaro: 'Andate tutti casa'. I giornalisti, accorsi in Transatlantico provano a carpire dichiarazioni dagli esponenti del centrodestra. I musi lunghi sono soprattutto tra le fila dei meloniani. Particolarmente provato il viso del ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani.  

Decide di parlare Galeazzo Bignami, dal suo scranno, per esprimere tutta la rabbia nei confronti del centrosinistra: "Avevamo preso un impegno, di dare la possibilità di scegliere chi eleggere". "Voi dite di volerlo fare e non avete presentato neanche un emendamento per farlo e questo significa prendere in giro gli italiani", grida il presidente dei deputati meloniani per poi aggiungere: "La differenza tra noi e voi è che noi ci mettiamo la faccia, voi ci mettete qualcos'altro. Voi siete l'esempio di vigliaccheria incapaci di agire a viso aperto...''.  

Mentre in piazza Montecitorio il campo largo esulta e invita Meloni & C ad andare a casa, in silenzio resta Antonio Tajani, che nello spazio antistante l'ingresso dell'Aula si ferma a parlare fitto fitto con Andrea Orsini e Stefano Benigni, uno degli sherpa del centrodestra sulla legge elettorale che poco dopo si lascia andare su uno dei divanetti del Corridoio dei passi perduti: "Mi dispiace, ma si va avanti". 

Per la cronaca gli azzurri assenti erano due, Deborah Bergamini, in missione a Madrid e Francesco Cannizzaro, neo sindaco di Reggio Calabria. Edoardo Ziello, uno dei luogotenenti di Roberto Vannacci, alla buvette lancia il suo j'accuse contro Fi-Lega: "Probabilmente ad affossare le preferenze sono stati proprio quelli che nelle settimane passate avevano espresso perplessità, ovvero, Lega e Forza Italia". Poco più in là, nel settore dei fumatori, Riccardo Molinari, spiega che erano assenti 4 dei suoi al momento del voto e 4 in missione, poi respinge al mittente le accuse vannacciane: "Secondo i nostri calcoli i franchi tiratori sono stati circa 31, nessuno è della Lega". "Mi chiedete di Vannacci? Bisogna sempre vedere se Fn ha votato come ha dichiarato...", sorride il presidente dei deputati del Carroccio rigirandosi la sigaretta.  

Pragmatico Maurizio Lupi, leader di Noi moderati che erano tutti e 8 presenti e votanti: "Non nascondiamoci dietro un dito: è evidente che, da un punto di vista politico, ogni volta che una maggioranza va sotto su un provvedimento, ciò assume un significato politico rilevante. La mia esperienza mi porta a ricordare numerosi casi in cui il Governo e la maggioranza dell'epoca sono stati battuti su emendamenti significativi, come quello relativo alle preferenze. Ciò non ha impedito a quei governi di proseguire il proprio lavoro". 

Tabulati alla mano,risutalto compatti i parlamentari di FdI: nessun assente e 5 in missione, tra cui la Meloni che però non riesce a trattenere la sua amarezza e sbotta in un post: "Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude, abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate". La leader di via della Scrofa ce l'ha con le opposizioni: "Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto". Ma non si nasconde le crepe nel centrodestra: "Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo -avverte la premier- serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci".  

Tajani non rinuncia alla cerimonia del 14 luglio a Palazzo Farnese e ribadisce quello che aveva detto prima del voto: "Non è a rischio la maggioranza, le preferenze sono un dettaglio della legge, la loro bocciatura non ha alcuna conseguenza sulla stabilità del governo". Si a avanti, insomma. Anche il presidente del Senato Ignazio La Russa non perde la speranza: ''Alla luce del voto sulle preferenze ricordo che nel bicameralismo esiste la concreta possibilità di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera. Ovviamente con un voto favorevole che per il regolamento del Senato non consente sul punto il voto segreto e rende perciò palesi gli intendimenti dei singoli senatori''.  

A chiudere i commenti è il generale Roberto Vannacci, che appare con un video sui social: "Una cosa è quello che dicono davanti alle telecamere...altro è quello che fanno. L'unico a volere veramente le preferenze è Futuro nazionale, che vuole ridare la sovranità al popolo".  

 

14 lug 2026

Legge elettorale, deputati di Vannacci filmano il voto segreto: scoppia la protesta in Aula

14 lug 2026

Francia, Deschamps (al capolinea) attacca l'arbitro: "È al livello di una semifinale dei Mondiali?"

(Adnkronos) - Didier Deschamps non nasconde l'amarezza dopo la semifinale dei Mondiali persa dalla sua Francia contro la Spagna oggi, martedì 14 luglio. Il commissario tecnico dei Bleus ha provato ad analizzare la sconfitta dei suoi, scagliandosi - nell'intervista ai microfoni di Dazn - contro la direzione di gara dell'arbitro salvadoregno Ivan Barton: "Ci sono state anche decisioni arbitrali che non so, non è la prima volta. Però se dico così, poi... Per voi, questo arbitro è al livello di una semifinale di Coppa del Mondo?" le parole pronunciate dal ct, rivolgendosi allo studio televisivo al termine di quella che potrebbe essere stata la sua ultima partita alla guida dei transalpini.  

Quello di Deschamps è un chiaro riferimento al rigore concesso a metà del primo tempo alla Spagna, per via di una leggerezza di Digne in area ma con un presunto tocco di mano di Yamal, poi non rilevato dal Var dopo le proteste dei francesi (QUI L'ARTICOLO COMPLETO).  

A far parlare in questo modo Deschamps potrebbe essere stato anche un curioso episodio accaduto a inizio partita, quando Barton aveva dimenticato di segnalare, con l'apposito spray, la distanza della barriera su un calcio di punizione. Una semplice dimenticanza che aveva però fatto sorridere i calciatori in campo, senza creare particolari problemi.  

Deschamps ha poi continuato con la sua analisi sulla partita: "Oggi c'è delusione, avevamo tanta ambizione. Ci è mancato qualcosa contro la Spagna. Abbiamo fatto troppi errori a livello tecnico, in una partita così dobbiamo essere tutti al 100% e non è stato questo il caso". La sua avventura da ct della Francia potrebbe essere giunta al capolinea. Per i Bleus, il futuro sembrerebbe avere un nome già scritto: Zinedine Zidane.  

14 lug 2026

Iran, Trump riattiva il blocco navale: nuovi attacchi Usa nello Stretto di Hormuz

(Adnkronos) - È ripreso il blocco navale statunitense contro le navi dirette verso e provenienti dai porti iraniani, secondo quanto annunciato dal Comando centrale Usa (Centcom). La misura è entrata in vigore alle 16 ora della costa orientale americana (le 22 in Italia), come previsto, dopo che il presidente Donald Trump aveva annunciato il ripristino dell'operazione e definito gli Stati Uniti "il guardiano" dello Stretto di Hormuz. 

Poco prima dell'entrata in vigore del blocco, il Centcom aveva comunicato l'avvio di nuovi raid contro obiettivi iraniani nell'area dello Stretto. "Gli attacchi sono in corso mentre le forze americane si preparano a riprendere il blocco navale contro i porti iraniani e le aree costiere", ha scritto il comando statunitense in un messaggio pubblicato su X. 

Il blocco impedisce alle navi commerciali di raggiungere i porti iraniani attraverso lo Stretto di Hormuz, una delle principali rotte mondiali per il trasporto energetico. In precedenza gli Stati Uniti avevano già applicato una misura simile contro l'Iran per circa due mesi, tra aprile e giugno, con operazioni estese dal Medio Oriente fino all'Oceano Indiano. 

Trump aveva dichiarato lunedì che gli Stati Uniti avrebbero imposto agli operatori commerciali un costo pari al 20% del valore delle merci trasportate, per compensare Washington del ruolo svolto nel "fornire sicurezza e protezione" nello Stretto. Oggi, tuttavia, il presidente americano ha modificato la sua posizione, affermando che i Paesi arabi del Golfo avrebbero concluso "accordi commerciali e di investimento negli Stati Uniti". 

Intanto l'Iran prende le distanze dagli accordi raggiunti con Washington. Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha dichiarato che Teheran non ha "alcun obbligo" rispetto all'intesa in 14 punti raggiunta con gli Stati Uniti il mese scorso. "Con l'annuncio del ripristino del blocco marittimo dell'Iran, che fine hanno fatto gli Stati Uniti con tutti i loro impegni previsti dal Protocollo di Islamabad? Li hanno abbandonati; in un certo senso, hanno smantellato il protocollo", ha affermato 

"Il cuore del memorandum d'intesa di Islamabad riguardava la fine della guerra, una cessazione immediata e permanente della guerra e, di fatto, delle operazioni militari contro la Repubblica islamica dell'Iran, così come su tutti gli altri fronti, incluso il Libano", ha detto Gharibabadi, riferendosi anche agli attacchi israeliani contro Hezbollah. "Pertanto, attualmente non ci sono obblighi previsti dal memorandum d'intesa di Islamabad che rimangano validi e in vigore, né per gli Stati Uniti né per la Repubblica islamica dell'Iran", ha aggiunto in un'intervista all'emittente statale iraniana Irib.  

Il viceministro ha definito "irragionevole e infondata" l'aspettativa che l'Iran rispetti gli impegni previsti dall'accordo, compresa la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale. "Se gli Stati Uniti ritengono che intensificando la pressione e le azioni militari contro l'Iran possano costringere la Repubblica islamica a chiedere negoziati, si sbagliano gravemente", ha affermato Gharibabadi. 

 

14 lug 2026

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