Quelli che stanno con le P***y Riot

Passata l’ondata di sdegno anti Putinperché ha fatto gettare in carcere le Pussy Riot – lo sdegno arriva sempre quando fa caldo, mai quando bisogna accendere i termosifoni – ora appare sul liberal New York Times la voce ragionevole di un giovane giornalista russo, Vadim Nikitin, che domanda: ma l’occidente ha davvero capito perché le tre ragazze punk fanno quello che fanno? Secondo lui no, e anzi si è creato un grosso equivoco in cui sono cascati tutti.
24 AGO 20
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Passata l’ondata di sdegno anti Putin perché ha fatto gettare in carcere le Pussy Riot – lo sdegno arriva sempre quando fa caldo, mai quando bisogna accendere i termosifoni – ora appare sul liberal New York Times la voce ragionevole di un giovane giornalista russo, Vadim Nikitin, che domanda: ma l’occidente ha davvero capito perché le tre ragazze punk fanno quello che fanno? Secondo lui no, e anzi si è creato un grosso equivoco in cui sono cascati tutti, dai giornaloni come il Financial Times che ha definito la condanna “l’errore più grande commesso da Putin negli ultimi dodici anni” alle star d’establishment come Madonna che si è presentata sul palco incappucciata per solidarietà (cosa non tocca fare per). Scrive Nikitin che le Pussy Riot non hanno fatto irruzione nella cattedrale principale di Mosca a cantare inni antiPutin per avere più libertà d’espressione – performance che del resto finirebbe male anche da noi in occidente, nelle nostre cattedrali, lo sapete? – ma perché sono epigoni incendiarie del surrealismo e del futurismo russo che intendeva stravolgere la società, pure con la violenza se necessario. Le Pussy Riot, che i quotidiani americani pudicamente nominavano con gli asterischi, P***y Riot, prima che diventassero eroine della dissidenza contro la censura putiniana, fanno parte di quel filone d’anarchia estrema, crudamente anticapitalista e deliberatamente provocatorio che ribolle nel sottosuolo moscovita, e a volte sopra: vedi alla voce Voina, il collettivo artistico “Guerra” che per sbigottire i borghesi s’accoppia a gruppi nei corridoi dei musei, filma amplessi con le galline surgelate nelle corsie dei supermercati e lancia molotov contro le macchine della polizia.
In guardia, dice Nikitiv, non vale il sussulto liberale soltanto al momento della sentenza, bisogna comprare il pacchetto completo, altrimenti è troppo comodo. “I fan delle Pussy Riot in occidente hanno bisogno di sapere che loro non si fermerebbero a Putin”. E’ verosimile che davanti a quel fronte così convenzionale e così pieno di buone intenzioni che va dalla pagina degli editoriali del Wall Street Journal ai concerti dei Red Hot Chili Peppers fino ai poster di Amnesty International, le Pussy strepiterebbero uguale, si alzerebbero la veste, si procurerebbero il vomito. Non possono, e allora le abbiamo scambiate per “Arcipelago Gulag”.