Livni rimonta e Israele vira a destra per arrivare alla pace

Tzipi Livni è riuscita all’ultimo a compiere la grande rimonta ai danni di Benjamin Netanyahu. Sembrava improbabile, perché la settimana scorsa lo scarto era ancora di sei-otto seggi, ma ieri i risultati provvisori davano trenta seggi a Kadima, partito di centro, e ventotto al Likud, partito di destra. Guarda il video di Daniele Bellasio
24 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 10:40
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Se i numeri saranno confermati dallo spoglio, è un successo del ministro degli Esteri Tzipi Livni, che da tempo insegue l’incarico di primo ministro e in campagna ha incassato senza lacrime i dubbi persino del fratello – “Non è adatta per quel posto” – oltre che dei suoi stessi compagni di partito e del premier in carica Ehud Olmert. Ma è anche l’inizio di accordi postelettorali più complicati del solito, in un paese che non ha mai eletto un governo capace di piena autonomia. Per avere la maggioranza sicura alla Knesset, Kadima punterà naturalmente all’intesa laboriosa con la destra di Netanyahu e forse di Lieberman. Ma l’impatto sul processo di pace potrebbe essere comunque positivo.
“La pace in Israele è sempre stata fatta dalla destra”, dice al Foglio Zalman Shoval, capo dell’ufficio estero del Likud, accusato di aver cancellato il processo di pace dai programmi elettorali. “Non è del tutto vero – spiega al Foglio Nigel Ashton, professore di Storia alla London School of Economics – infatti fu la sinistra di Ytzhak Rabin a firmare gli accordi di Oslo nel 1993”. Ma “Netanyahu potrebbe sorprendere il mondo con ali di colomba”, ha scritto il professore su Foreign Policy prima del voto. Persino la Bbc – poco tenera con la politica di Gerusalemme – ricorda che la destra israeliana si è puntualmente dimostrata capace di fare la pace e che potrebbe dichiararsi pronta a nuovi negoziati, nonostante i programmi elettorali contrari a cessioni territoriali a favore dei palestinesi. Nel 1979 fu la destra di Menachem Begin a firmare lo storico accordo di pace con l’Egitto di Anwar el Sadat. Nel 1997 fu lo stesso Netanyahu, premier dal 1996 al 1999, a concedere gran parte della città di Hebron, in Cisgiordania, ai palestinesi e fu ancora lui, l’anno dopo, a firmare gli accordi di Wye River stringendo la mano alla sua controparte, il leader dell’Olp Yasser Arafat. Tre anni fa Ariel Sharon, ex leader del Likud, creò il centro di Kadima per essere libero di portare a termine un passo inedito: il ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza. “Sono ottimista sulla possibilità che Netanyahu possa eventualmente negoziare perché il politico ha imparato dal proprio passato”, dice Ashton, che da storico ha studiato la corrispondeza privata che l’ex premier scambiava con il re arabo Hussein di Giordania negli anni Novanta, in cui l’israeliano concede che parte della sua durezza è soltanto un atteggiamento a uso e consumo degli elettori. Nei giorni passati, Bibi ha più volte fatto capire di essere già pronto a creare una compagine di governo con Kadima e soprattutto con i laburisti di Avoda. In ogni caso, spiega Ashton, ora sarà più libero di parlare di negoziati. “In un modo o nell’altro ci sarà un compromesso in Israele. Non può non esserci un processo”.
Per Silvan Shalom, ex ministro degli Esteri nell’ultimo governo del Likud, la storia del paese e del conflitto dimostrano come la destra abbia dialogato “di più della sinistra con arabi e palestinesi”. C’è anche un nuovo dossier: le trattative indirette, attraverso Ankara, con la Siria (ora interrotte). Netanyahu ha già detto che non riconsegnerà le alture del Golan, eppure, dice lo storico Tom Segev, quando Washington spingerà sulla questione, Bibi sarà ricettivo.