Gli stravizi giudiziari di un processo
Ma che ne sarà della mastodontica inchiesta sulla Trattativa ora che il suo maestro compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra ha lasciato Palermo e la magistratura per battere, con sempre maggiore lena, le praterie della politica? Quale eredità lascia Antonio Ingroia ai pubblici ministeri che già oggi, 27 giugno, dovranno tornare all’aula bunker di Pagliarelli per affrontare la seconda udienza del processo? Reggeranno, davanti alla Corte di assise presieduta da Alfredo Montalto, le accuse che la procura, sotto la regia di Ingroia, ha formulato a carico di ex ministri, boss della mafia ed ex servitori dello stato, tutti accatastati, come legna da ardere, in un unico rogo di infamia e viltà? Leggi anche Le trattative di Ingroia
24 AGO 20

Palermo. Ma che ne sarà della mastodontica inchiesta sulla Trattativa ora che il suo maestro compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra ha lasciato Palermo e la magistratura per battere, con sempre maggiore lena, le praterie della politica? Quale eredità lascia Antonio Ingroia ai pubblici ministeri che già oggi, 27 giugno, dovranno tornare all’aula bunker di Pagliarelli per affrontare la seconda udienza del processo? Reggeranno, davanti alla Corte di assise presieduta da Alfredo Montalto, le accuse che la procura, sotto la regia di Ingroia, ha formulato a carico di ex ministri, boss della mafia ed ex servitori dello stato, tutti accatastati, come legna da ardere, in un unico rogo di infamia e viltà?
Che il processo sia una boiata pazzesca – perché senza prove, senza movente e senza una precisa formulazione del reato – lo ha scritto e argomentato pochi giorni fa sul Foglio il professore Giovanni Fiandaca, uno tra i più autorevoli studiosi di diritto penale, un luminare cresciuto dentro la cultura di sinistra e che lo stesso Ingroia in tempi non lontani ha riconosciuto come suo maestro. Ma anche a non volere essere così troncanti, è certo che il monumentale impianto accusatorio non è più in grado di affrontare il giudizio della Corte di assise con la spavalderia che Ingroia e i bravi ragazzi del Fatto, suoi padrini politici, gli avevano assegnato. Due indizi stanno lì a dimostrarlo. Primo: Marco Travaglio, lesto e inesorabile manganellatore di chiunque si azzardi a criticare il suo compagno di vacanze Ingroia, si è guardato bene dall’aggredire frontalmente Fiandaca; forse cosciente, almeno per una volta, che non basta un po’ di fuffa giornalistica per smontare una analisi costruita attraverso la meticolosa comparazione tra il percorso dettato dalla legge e certe conclusioni, a dir poco affrettate, alle quali sono pervenuti invece i rappresentanti dell’accusa. Secondo indizio: proprio in un articolo pubblicato la settimana scorsa sul Fatto, il procuratore Gian Carlo Caselli, che da quando ha lasciato Palermo per Torino ha sempre difeso a spada tratta Ingroia e tutte le sue inchieste, ha scritto che quella sulla Trattativa è “un’inchiesta obiettivamente molto difficile e tormentata, della quale è legittimo ragionare in termini anche piuttosto critici”.
Che il processo sia una boiata pazzesca – perché senza prove, senza movente e senza una precisa formulazione del reato – lo ha scritto e argomentato pochi giorni fa sul Foglio il professore Giovanni Fiandaca, uno tra i più autorevoli studiosi di diritto penale, un luminare cresciuto dentro la cultura di sinistra e che lo stesso Ingroia in tempi non lontani ha riconosciuto come suo maestro. Ma anche a non volere essere così troncanti, è certo che il monumentale impianto accusatorio non è più in grado di affrontare il giudizio della Corte di assise con la spavalderia che Ingroia e i bravi ragazzi del Fatto, suoi padrini politici, gli avevano assegnato. Due indizi stanno lì a dimostrarlo. Primo: Marco Travaglio, lesto e inesorabile manganellatore di chiunque si azzardi a criticare il suo compagno di vacanze Ingroia, si è guardato bene dall’aggredire frontalmente Fiandaca; forse cosciente, almeno per una volta, che non basta un po’ di fuffa giornalistica per smontare una analisi costruita attraverso la meticolosa comparazione tra il percorso dettato dalla legge e certe conclusioni, a dir poco affrettate, alle quali sono pervenuti invece i rappresentanti dell’accusa. Secondo indizio: proprio in un articolo pubblicato la settimana scorsa sul Fatto, il procuratore Gian Carlo Caselli, che da quando ha lasciato Palermo per Torino ha sempre difeso a spada tratta Ingroia e tutte le sue inchieste, ha scritto che quella sulla Trattativa è “un’inchiesta obiettivamente molto difficile e tormentata, della quale è legittimo ragionare in termini anche piuttosto critici”.
Parole che pesano, non c’è dubbio. E che portano acqua, tanta acqua, al mulino di quanti sostengono che il maxi processo messo su dalla procura di Palermo è più una bolla mediatica, costruita con la fattiva collaborazione di giornali e televisioni, che non un ponderato atto giudiziario. Chi non ricorda le mille e mille interviste fatte da Michele Santoro al figlio di don Vito Ciancimino, Massimo, il pataccaro che Ingroia aveva consegnato al circo mediatico con la sorprendente qualifica di “icona dell’antimafia”? O la campagna di stampa, con relativa raccolta di firme, portata avanti dal Fatto per sostenere Ingroia, lanciato come un carro armato contro il capo dello stato, Giorgio Napolitano, colpevole di volere a tutti i costi difendere il proprio diritto a non essere intercettato?
L’attacco al Quirinale, che nei progetti del Fatto doveva essere il cavallo alato sul quale far decollare la campagna elettorale di Ingroia, già comincia a dare i suoi frutti avvelenati. Oggi, alla ripresa del processo, l’ufficio del pubblico ministero rischia di presentarsi incompleto perché i suoi due massimi rappresentanti, il procuratore capo Francesco Messineo e il sostituto Nino Di Matteo, capofila dell’accusa in aula, sono stati convocati a Roma dalla procura generale della Cassazione che nei loro confronti ha avanzato la proposta di un provvedimento disciplinare: Di Matteo sarebbe finito nel mirino del pg Gianfranco Ciani perché nel giugno dell’anno scorso avrebbe detto una parola di troppo con i giornalisti rivelando di fatto l’esistenza delle bobine nelle quali erano finite quattro privatissime conversazioni tra Napolitano e l’ex ministro Nicola Mancino, indagato da Ingroia per falsa testimonianza; mentre Messineo dovrà spiegare domani, sempre che l’incontro non venga rinviato, come mai non abbia vietato al suo sostituto di rilasciare un’intervista su una materia così delicata.
Non solo. Come se l’iniziativa di Ciani non bastasse, la prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha notificato a Messineo un “atto di incolpazione” nel quale si ipotizza un trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale: il procuratore di Palermo, secondo il Csm, sarebbe stato, e per tutti questi anni, ’nte manu, nella mani, di Ingroia con grave pregiudizio per il regolare funzionamento dell’ufficio.
L’attacco al Quirinale, che nei progetti del Fatto doveva essere il cavallo alato sul quale far decollare la campagna elettorale di Ingroia, già comincia a dare i suoi frutti avvelenati. Oggi, alla ripresa del processo, l’ufficio del pubblico ministero rischia di presentarsi incompleto perché i suoi due massimi rappresentanti, il procuratore capo Francesco Messineo e il sostituto Nino Di Matteo, capofila dell’accusa in aula, sono stati convocati a Roma dalla procura generale della Cassazione che nei loro confronti ha avanzato la proposta di un provvedimento disciplinare: Di Matteo sarebbe finito nel mirino del pg Gianfranco Ciani perché nel giugno dell’anno scorso avrebbe detto una parola di troppo con i giornalisti rivelando di fatto l’esistenza delle bobine nelle quali erano finite quattro privatissime conversazioni tra Napolitano e l’ex ministro Nicola Mancino, indagato da Ingroia per falsa testimonianza; mentre Messineo dovrà spiegare domani, sempre che l’incontro non venga rinviato, come mai non abbia vietato al suo sostituto di rilasciare un’intervista su una materia così delicata.
Non solo. Come se l’iniziativa di Ciani non bastasse, la prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha notificato a Messineo un “atto di incolpazione” nel quale si ipotizza un trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale: il procuratore di Palermo, secondo il Csm, sarebbe stato, e per tutti questi anni, ’nte manu, nella mani, di Ingroia con grave pregiudizio per il regolare funzionamento dell’ufficio.
Accuse di un certo peso, che Messineo potrà confutare a partire dal prossimo 2 luglio quando si presenterà a Palazzo dei Marescialli accompagnato da un difensore, ma che intanto appesantiscono non poco il clima nel quale il presidente della Corte di assise, Montalto, dovrà tentare, fin da oggi, di incardinare il dibattimento.
Il processo, e non poteva essere diversamente, mostra sempre più il fiato grosso. E non tanto per i guai disciplinari che investono i rappresentanti della procura. Il disegno di Ingroia e della compagnia giornalistica che lo sosteneva era quello di sfidare le massime istituzioni, a cominciare dal presidente della Repubblica, e su quella sfida montare il vecchio, collaudato teatrino del Davide contro Golia. Ma ora che Ingroia si è dissolto nelle terze file della politica, Di Matteo sarà in grado di reggere la parte? Avrà la forza, anche mediatica, di imporre alla Corte d’assise colpi di scena capaci di incuriosire e mobilitare l’opinione pubblica?
Nei corridoi della procura di Palermo i giornalisti, che un tempo formavano il cerchio magico di Ingroia, vivono ancora nell’attesa, e nella convinzione, che Di Matteo possa da un momento all’altro convocare come testimone Gianfranco Ciani – sì, proprio lui, il procuratore generale della Cassazione, il titolare dell’azione disciplinare – con il preciso obiettivo di metterlo a confronto in aula con Pietro Grasso, fino a gennaio scorso procuratore nazionale antimafia e oggi presidente del Senato. I giornalisti del cerchio magico già pregustano la sfilza di domande con le quali Di Matteo e gli avvocati di parte civile metteranno all’angolo sua eccellenza il pg calato da Roma. E’ vero che lei ha convocato Grasso su sollecitazione di Napolitano? Ma il Quirinale le aveva detto che la sollecitazione era venuta da Mancino? E’ vero che lei ha chiesto a Grasso non tanto di coordinare le procure di Palermo e Caltanissetta quanto di avocare a sé l’inchiesta sulla Trattativa? E’ vero che Grasso l’ha invitato a formalizzare la richiesta per iscritto? E con Napolitano ha parlato dopo la richiesta di Grasso? Un tiro al bersaglio, quello su Ciani – e indirettamente su Napolitano – che i giornalisti del primo cerchio hanno sognato e immaginato centinaia di volte come il più grande spettacolo dell’anno, come il momento più inebriante dello sputtanamento istituzionale. Si avvererà?
Il processo, e non poteva essere diversamente, mostra sempre più il fiato grosso. E non tanto per i guai disciplinari che investono i rappresentanti della procura. Il disegno di Ingroia e della compagnia giornalistica che lo sosteneva era quello di sfidare le massime istituzioni, a cominciare dal presidente della Repubblica, e su quella sfida montare il vecchio, collaudato teatrino del Davide contro Golia. Ma ora che Ingroia si è dissolto nelle terze file della politica, Di Matteo sarà in grado di reggere la parte? Avrà la forza, anche mediatica, di imporre alla Corte d’assise colpi di scena capaci di incuriosire e mobilitare l’opinione pubblica?
Nei corridoi della procura di Palermo i giornalisti, che un tempo formavano il cerchio magico di Ingroia, vivono ancora nell’attesa, e nella convinzione, che Di Matteo possa da un momento all’altro convocare come testimone Gianfranco Ciani – sì, proprio lui, il procuratore generale della Cassazione, il titolare dell’azione disciplinare – con il preciso obiettivo di metterlo a confronto in aula con Pietro Grasso, fino a gennaio scorso procuratore nazionale antimafia e oggi presidente del Senato. I giornalisti del cerchio magico già pregustano la sfilza di domande con le quali Di Matteo e gli avvocati di parte civile metteranno all’angolo sua eccellenza il pg calato da Roma. E’ vero che lei ha convocato Grasso su sollecitazione di Napolitano? Ma il Quirinale le aveva detto che la sollecitazione era venuta da Mancino? E’ vero che lei ha chiesto a Grasso non tanto di coordinare le procure di Palermo e Caltanissetta quanto di avocare a sé l’inchiesta sulla Trattativa? E’ vero che Grasso l’ha invitato a formalizzare la richiesta per iscritto? E con Napolitano ha parlato dopo la richiesta di Grasso? Un tiro al bersaglio, quello su Ciani – e indirettamente su Napolitano – che i giornalisti del primo cerchio hanno sognato e immaginato centinaia di volte come il più grande spettacolo dell’anno, come il momento più inebriante dello sputtanamento istituzionale. Si avvererà?
Chi lo conosce da vicino sostiene che sceneggiate come questa difficilmente potranno essere avallate da un giudice come Alfredo Montalto. Tanto più che stavolta il presidente della Corte di assise si trova di fronte un ufficio della pubblica accusa decisamente fiaccato e indebolito da molti errori e da tanti eccessi. Gli stravizi giudiziari – come quello di celebrare i processi prima sui giornali e poi nelle aule dei tribunali – prima o poi si pagano. Per quanto sgangherata, la vecchia e ansimante giustizia italiana alla fin fine non sopporta né i guitti né i manettari in cerca di fortuna politica.
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