Nomi, (ri)posizionamenti e smottamenti
Tutti i posti in cui l'influenza di Tremonti è impalpabile
Per salvare la poltrona di Vincenzo Visco, Romano Prodi e i Ds spedirono in Parlamento Tommaso Padoa-Schioppa, che offrì il petto ai fischi del centrodestra, sfidando un voto ad altissimo rischio. Potrebbe oggi il governo, nonostante la maggioranza ben più ampia, far quadrato intorno a Giulio Tremonti senza ricorrere alla fiducia? Chissà: a lungo Silvio Berlusconi ha faticato a difenderlo perfino a Palazzo Chigi, sotto gli arazzi fiamminghi della sala del Consiglio dei ministri. Leggi Il carattere unico di Tremonti alla prova della doppiezza politica di Lanfranco Pace

C’è la Lega, certo: ma è un altro partito, per quanto alleato strategico. Anzi: l’abbraccio di Umberto Bossi rischia di far passare Tremonti in quota al Carroccio; con tutto ciò che ne consegue. Un paradosso per un ministro al quale non dovrebbe mancare il potere. Ma, a parte le note forbici, l’influenza tremontiana è in realtà impalpabile, ondivaga a cominciare dai Palazzi umbertini del ministero: Tesoro, Finanze, Cassa depositi e prestiti, Ragioneria generale e altro ancora. Troppi per un uomo solo? Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro, è tremontiano, ma prima ancora “grilliano”: un altissimo grado dello stato, che tale vuol restare. Mario Canzio, ragioniere generale, deve molto a Tremonti; un avvicendamento del ministro sarebbe doloroso, però forse non letale. Lorenzo Bini Smaghi, designato da Tremonti nel board della Bce, s’è un po’ smarcato, più vicino alle posizioni di Jean-Claude Trichet. Massimo Varazzani, amministratore delegato della Cdp, è un amico, ma questo forziere tremontiano non sempre funziona a dovere come vorrebbe il ministro. Il quadrilatero istituzionale finisce qui.
Poi c’è Milanese, che di recente sta concentrando le attenzioni sulla Campania anche in vista delle regionali e su nomine pubbliche di secondo piano come quelle all’Enav (Ente nazionale di assistenza al volo). Infine una serie di rapporti tanto ampia quanto mutevole. Con l’aggiunta, ben presente a Berlusconi e ai maggiorenti del Pdl, di essere spesso “in partis infidelibus”. Come la nota presidenza dell’Aspen, ai cui convegni spicca l’assenza del centrodestra. D’altronde, si nota in ambienti governativi, Franco Bassanini, presidente della Cdp, viene dal Pd. Giuseppe Guzzetti, numero uno della Cariplo e dell’associazione casse di risparmio (Acri), è un cattolico di sinistra. Della stessa area Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa: un feeling d’interesse basato sulla comune diffidenza verso Corrado Passera (che invece sta a cuore al Cav.).
La scarsa incisività di Tremonti nei gangli delle società pubbliche (i vertici delle maggiori spa a controllo statale hanno un ventaglio di riferimenti che hanno il vertice a Palazzo Chigi) va di pari passo con l’irritazione montante in ambienti ex forzisti per alcune recenti nomine. Certo, è corposa l’influenza tremontiana sulla Rai attraverso il consigliere Angelo Maria Petroni, spesso in urto con Mauro Masi, il dg indicato da Gianni Letta. Ma i recenti casi di società chiave tipo Sogei (che gestisce l’anagrafe tributaria) e il Poligrafico dello stato – come ha raccontato l’informato Stefano Sansonetti sul quotidiano Italia Oggi – hanno accontentato più An e Renato Brunetta che le indicazioni di provenienza tremontiana.
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