Perché la chiacchierata di Berlusconi con Rep. è una lezione anche per Mauro

Frutto del caso e perciò, a maggior ragione “amichevole” e rispettosa, l’intervista a Silvio Berlusconi messa a segno dalla Repubblica, con tanto di terremoto nei mercati, ci offre ben tre punti importanti: la fine di una carriera, lo sfregio a Giulio Tremonti e la benedizione impartita ad Angelino Alfano. Il Cavaliere, per la prima volta, si dichiara vecchio. “A settantasette anni non posso più fare il presidente del Consiglio”.
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Frutto del caso e perciò, a maggior ragione “amichevole” e rispettosa, l’intervista a Silvio Berlusconi messa a segno dalla Repubblica, con tanto di terremoto nei mercati, ci offre ben tre punti importanti: la fine di una carriera, lo sfregio a Giulio Tremonti e la benedizione impartita ad Angelino Alfano. Il Cavaliere, per la prima volta, si dichiara vecchio. “A settantasette anni non posso più fare il presidente del Consiglio”.

Così dice al sagace Claudio Tito che non sta raccogliendo uno sfogo, bensì una conversazione senza i filtri parimenti fuorvianti del servilismo e dell’ostilità preconcetta. Ammette, dunque, ciò che più ha odiato ed è questo il lapsus rivelatore di un aspetto da sempre atteso in un campione sovversivo della politica e del costume qual è Berlusconi: si svela e si fa sincero nella stagione più difficile del suo governo. Nell’evocare il “caso Milanese”, poi, più che ammiccare a una malignità, Berlusconi allarga le braccia come per imbarcare Giulio Tremonti nella scialuppa del “siamo tutti uguali”. Rende quel suo ministro dell’Economia uguale rispetto all’andazzo per privarlo di qualsiasi aura d’eccellenza e trascinarlo così nelle giornate del disastro mediatico-giudiziario.

Se la scorsa estate era Gianfranco Fini
a doversi difendere dalla sporca e ridicola vicenda dell’appartamento di Montecarlo adesso spetta a Tremonti cavarsi dalla rogna “della disponibilità di una casa”. Nell’indicare, infine, Angelino Alfano, non solo come proprio attuale delfino ma anche come candidato alla presidenza del Consiglio, Berlusconi rivela un moto di vero affetto ma di certo (e di certo, involontariamente) rischia di bruciare il segretario del Pdl nella gara del futuribile e di ciò che accadrà dopo di lui, dopo il famoso diluvio. Lo espone agli appetiti altrui e tutta la fatica di mobilitare la parte sana del berlusconismo – che, difficilmente, potrà proiettarsi nella strategia di un Partito popolare europeo tutto da costruire – si conclude, invece, nella fretta di risolvere il “qui e ora” di un esecutivo a corto di ossigeno. Questa di Rep. quindi, non è un’intervista fatta per mandare segnali, anche se con questa intervista scopriamo che Berlusconi ci tiene a far sapere di non conoscere Luigi Bisignani. Questo colpaccio giornalistico, insomma, non si espone a dietrologie perché il Cavaliere ha trovato un cronista sui propri passi per dirgli “io se potessi lascerei ora” e risulta a maggior ragione più efficace perché impaginata sotto la testata del quotidiano che s’è fatto carico dell’opposizione al berlusconismo additato come “malattia della democrazia”.

Nessuno, infatti, può sospettare
intervistatore e intervistato di comparaggio e facevano perciò tenerezza le dieci inutili domande sul caso Ruby messe a casaccio, ormai. E c’è un insegnamento anche per Repubblica. Le vere domande – una o dieci che siano – trovano sempre risposta. Giusto adesso che i fatti sono sempre più seri. E sinceri. Lui, se potesse, lascerebbe. Metterebbe Gianni Letta al Quirinale ma, di certo, se solo potesse lascerebbe. E non sono certamente le gambe di Ruby a farlo desistere o a convincerlo del contrario. Ma risolvere presto il “qui e ora”.