Lo smartphone di Francesco. Scuola e Renzi: esistono ancora lavoratori di serie A

23 AGO 20
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Al direttore - No smartphone a tavola, dice Francesco. Bè, lo amo. Con amicizia, dalla via di Damasco.
Giuliano Ferrara
Al direttore - C’è una terza “tentazione”, oltre a quelle del pelagianesimo e dello gnosticismo ben sottolineate ieri da Crippa, che pur non essendo stata espressamente citata da Papa Francesco sta anch’essa a testimoniare (e i segnali non sono mancati in questi primi anni di pontificato) il cambio di passo che Papa Bergoglio vuole imprimere alla chiesa (italiana e non). Si tratta del clericalismo, malattia antica ma sempre nuova, che si connota per una concezione verticistica dell’ekklesia – con in cima ovviamente il clero e i laici ridotti a comparse o tutt’al più a braccio armato della gerarchia – e specularmente per una concezione del sacerdozio come potere anziché come servizio. Il tutto con buona pace del Vaticano II – altro punto di riferimento, e non a caso, dell’azione di Papa Francesco – che riproponendo l’ecclesiologia paolina della chiesa-corpo di Cristo ha di fatto contribuito a “desacralizzare” il sacerdozio, da un lato, e ad affermare, dall’altro, il ruolo del laicato che in virtù del battesimo è partecipe anch’esso dell’unico sacerdozio di Cristo. Un cambio di prospettiva, quello conciliare, che dopo mezzo secolo una buona fetta del clero (e non solo) fa ancora fatica ad accettare, come anche i recenti scandali in parte confermano. Il che a sua volta testimonia – ma il punto è proprio questo – come l’attuazione del Vaticano II (ben inteso, quello vero, non quello vituperato dai tradizionalisti o vagheggiato dai progressisti), sia ancora di là da venire. In questo come in altri campi.
Luca Del Pozzo
Al direttore - C’è del vero nella sua tesi che una sinistra che insegue i grillini e una destra che insegue Salvini rappresentano un assist a Renzi. E, tuttavia, non si tratta di una dinamica per così dire “simmetrica”: da un lato il non-sense di una sinistra che corteggia un movimento che rifiuta la dicotomia destra-sinistra, rifiuta il sistema dei partiti italiani (la “casta”) e rifiuta pertanto alleanze di sorta; dall’altro lato la riproposizione di un’alleanza tra Berlusconi e la Lega che ha governato e amministrato per vent’anni. Si può obiettare: Salvini non è Bossi. In realtà, se si prova ad andare oltre alle intemperanze linguistiche del giovane Matteo (ma Bossi non aveva toni da oxfordiano, né andava in cerca dell’elettore mediano), la “sua” Lega mostra di avere su molte questioni chiave (tasse, immigrazione, temi etici, Ue, politica estera, per non parlare ovviamente del sentimento nazionale) un idem sentire con il popolo del centro-destra in misura di gran lunga superiore a quanto non avvenisse con la vecchia Lega. Il problema è che con gli attuali rapporti di forza la nascente coalizione non sembra in grado di trovare una sintesi davvero a vocazione maggioritaria; circostanza più imputabile alla annichilente crisi di identità di Forza Italia che non al protagonismo del leader leghista.
Daniele Montani
Al direttore - Se fai un’infornata di dipendenti pubblici, poi è naturale che ci vuoi mettere la firma per rivendicare la mossa urbi et orbi. E’ quanto fatto ieri dal premier Renzi con la lettera inviata ai quasi 85.000 prof neoassunti. Da studente liceale, che entrerà nel mercato del lavoro a riforma delle pensioni e Jobs Act vigenti, trovo però insostenibile la retorica del “precariato ingiustificato e odioso” utilizzata dal premier. Vivrò probabilmente di contratti a termine, avrò una pensione ridotta e calcolata sulla base dei soli contributi versati, ma almeno spero di essere valutato e assunto di volta in volta in base al mio merito, non per il semplice fatto di essermi messo “in fila” da tempo e di aver incontrato un legislatore “benevolo” (con i soldi altrui). Con quella lettera, caro premier, che messaggio manda a noi studenti?
Marco Marinoli
Prima o poi, però, bisogna chiarirsi su un punto: per quale ragione un contratto a tempo determinato nel settore privato viene considerato come un contratto di lavoro flessibile mentre un contratto a tempo determinato nel settore pubblico viene considerato come un orrendo contratto da precari? Probabilmente per la stessa ragione per cui la riforma dell’articolo 18 contenuta nel Jobs Act non si applica al lavoro pubblico. Perché, riforma del lavoro o non riforma del lavoro, purtroppo esistono lavoratori di serie A e di serie B.