Il Cav. e il gioco dei troni
Nell’agosto più “politico” che si ricordi, è ormai aperta la caccia analitica al post berlusconismo: perderà davvero l’agibilità politica, il Cavaliere? E che ne sarà del centrodestra, e di conseguenza del sistema politico italiano, se il Cavaliere la perderà? Sono domande – e la seconda più ancora della prima – alle quali in realtà può rispondere seriamente soltanto chi abbia la sfera di cristallo. Che faccia avrà la nuova era post berlusconiana, infatti, è questione che dipende in maniera diretta dal quando e dal come Berlusconi uscirà di scena. E proprio quel quando e quel come (per non parlare del “se”) al momento sono coperti di nebbia fitta. Il massimo che possa farsi in questo agosto “politico”, perciò, è cercar di tirare qualche riga sul campo di battaglia che giace al di sotto della nebbia. di Giovanni Orsina
23 AGO 20

Nell’agosto più “politico” che si ricordi, è ormai aperta la caccia analitica al post berlusconismo: perderà davvero l’agibilità politica, il Cavaliere? E che ne sarà del centrodestra, e di conseguenza del sistema politico italiano, se il Cavaliere la perderà? Sono domande – e la seconda più ancora della prima – alle quali in realtà può rispondere seriamente soltanto chi abbia la sfera di cristallo. Che faccia avrà la nuova era post berlusconiana, infatti, è questione che dipende in maniera diretta dal quando e dal come Berlusconi uscirà di scena. E proprio quel quando e quel come (per non parlare del “se”) al momento sono coperti di nebbia fitta. Il massimo che possa farsi in questo agosto “politico”, perciò, è cercar di tirare qualche riga sul campo di battaglia che giace al di sotto della nebbia.
C’erano una volta, anzi ci sono stati per tanto tempo, degli illusi convinti che il centrodestra – protetto dalla straordinaria opera di supplenza politica svolta dal Cavaliere, capace da solo di esser programma, organizzazione di partito, strategia di comunicazione, e a modo suo perfino cultura – col tempo avrebbe acquisito una sua forza autonoma, che gli avrebbe consentito infine di fare a meno di quella supplenza, ossia di post berlusconizzarsi. Erano degli illusi (nessuno si senta offeso: l’osservazione è autobiografica) perché non si rendevano conto che la presenza stessa e le forme di quella supplenza rendevano qualsiasi ipotesi di vera autonomizzazione del centrodestra, regnante Berlusconi, quanto mai improbabile.
Intendiamoci: considerate le circostanze quel lavoro di organizzazione, selezione di classe dirigente, produzione culturale, è stato fatto meglio di quanto troppo spesso non si sia detto. E non solo: unicamente a quel lavoro poteva (può, e potrà) essere affidata la costruzione di una destra “moderna” e “normale” (diciamo, ma poiché siamo in Italia lo diciamo timidamente, tipo Tory Party o Cdu), non prodotta da una leadership ma capace di produrne una, e quindi di separare la propria esistenza dai destini di questo o quell’individuo. E’ stata però una fatica di Sisifo, perché quel che si riusciva a costruire, necessariamente giovane e gracile, era sempre esposto alla distruzione creatrice del leader movimentista – senza del quale tuttavia non sarebbe stato possibile costruire un bel nulla, nel circolo vizioso di un nec sine te nec tecum vivere possum.
Nulla vieta naturalmente di immaginare (o anche auspicare) adesso che l’uscita di scena di Berlusconi porti a un generale rimescolamento delle carte, i cui dettagli a oggi sono davvero del tutto imprevedibili, e alla nascita di un grande raggruppamento moderato fatto del partito già berlusconiano, o di alcune sue componenti, e di gruppi e individui che oggi si collocano al centro. Quest’opzione, che ipotizzava qualche giorno fa sul Corriere Ernesto Galli della Loggia, deve però superare due ostacoli di non poco conto. Il primo è serio, ma forse può essere scavalcato, almeno sul medio periodo: riuscirebbe questo grande raggruppamento moderato a “parlare” a quella parte consistente dell’elettorato berlusconiano che, diffidente, insoddisfatta, distratta, dispettosa, ostinatamente antipolitica, soltanto il Cavaliere ha saputo mobilitare? Il precedente di Monti non lascia ben sperare – anche se, fra come fa campagna elettorale Monti e come la fa Berlusconi, una via di mezzo si può trovare, e forse può pure bastare.
Il secondo ostacolo è serissimo, e andrà superato subito. Uno schieramento post berlusconiano dovrà trovare un accordo per lo meno di grandi linee su quale valutazione dare dell’ultimo ventennio. In particolare, dovrà prendere una posizione storica e politica ragionevolmente unitaria sul nodo-giustizia.
Il secondo ostacolo è serissimo, e andrà superato subito. Uno schieramento post berlusconiano dovrà trovare un accordo per lo meno di grandi linee su quale valutazione dare dell’ultimo ventennio. In particolare, dovrà prendere una posizione storica e politica ragionevolmente unitaria sul nodo-giustizia.
Nel momento in cui sottolineiamo l’identificazione necessaria del centrodestra con Berlusconi, non possiamo dimenticare che questa necessità è stata non poco rafforzata dal ventennale uragano antiberlusconiano. La magistratura, che di quell’uragano ha rappresentato senz’altro la nube più tempestosa, ha trasformato per il Cavaliere lo scontro politico in un Gioco dei Troni – quello nei quali o si vince o si muore. E così facendo prima lo ha “costretto” a restare al suo posto, e poi ha reso la sua uscita di scena un immenso problema politico e istituzionale. Come affrontare il significato storico della condanna di Berlusconi, perciò, e come gestirne concretamente gli effetti, non potrà che essere un passaggio essenziale per chiunque – individuo, partito o gruppo, di destra o, a maggior ragione, di centro – ambisca a costruire un rinnovato schieramento di centrodestra sull’eredità del Cavaliere.
Proprio perché si colloca dentro questo ragionamento, ossia non nasce dal nulla ma ha una storia, l’opzione-Marina dev’essere valutata senza sarcasmi, moralismi pigri né pregiudiziali astratte. Del ragionamento, infatti, può costituire una conclusione del tutto logica – rappresentando in particolare un modo simbolicamente fortissimo (non l’unico possibile, ma senz’altro il più forte) di segnalare il rifiuto dello schieramento berlusconiano di accettare che la parabola del berlusconismo sia conclusa dal potere giudiziario. Quell’opzione resta tuttavia coperta di macroscopici punti interrogativi – che cominciano com’è ovvio dalla disponibilità dell’interessata, più volte recisamente negata, ma non si fermano di certo lì. E in particolare porta con sé una quasi certezza e un forte dubbio. La quasi certezza: confermando che il centrodestra non può vivere senza (un) Berlusconi, perpetuerebbe pure la sua incapacità di vivere con (un) Berlusconi. La coppia concettuale di Ovidio, insomma, non è facile da rompere. Il forte dubbio è se l’elettorato berlusconiano sia disponibile a seguire un Berlusconi 2.0. Anche se, chissà, dispettoso com’è, quell’elettorato potrebbe pure decidere che il dispetto vuol farlo al giudice Esposito…
Proprio perché si colloca dentro questo ragionamento, ossia non nasce dal nulla ma ha una storia, l’opzione-Marina dev’essere valutata senza sarcasmi, moralismi pigri né pregiudiziali astratte. Del ragionamento, infatti, può costituire una conclusione del tutto logica – rappresentando in particolare un modo simbolicamente fortissimo (non l’unico possibile, ma senz’altro il più forte) di segnalare il rifiuto dello schieramento berlusconiano di accettare che la parabola del berlusconismo sia conclusa dal potere giudiziario. Quell’opzione resta tuttavia coperta di macroscopici punti interrogativi – che cominciano com’è ovvio dalla disponibilità dell’interessata, più volte recisamente negata, ma non si fermano di certo lì. E in particolare porta con sé una quasi certezza e un forte dubbio. La quasi certezza: confermando che il centrodestra non può vivere senza (un) Berlusconi, perpetuerebbe pure la sua incapacità di vivere con (un) Berlusconi. La coppia concettuale di Ovidio, insomma, non è facile da rompere. Il forte dubbio è se l’elettorato berlusconiano sia disponibile a seguire un Berlusconi 2.0. Anche se, chissà, dispettoso com’è, quell’elettorato potrebbe pure decidere che il dispetto vuol farlo al giudice Esposito…
di Giovanni Orsina