Dieci piccoli europei
Da ieri la crescita è diventata lo slogan anche della regina Elisabetta d’Inghilterra, e non c’è testimonial migliore di una politica anti austerità, visto che con l’estate lei e Londra diventeranno il centro del mondo. Il governo conservatore britannico, da tempo sotto accusa per le sue politiche radicali ma piuttosto inefficaci, ha reagito alla batosta elettorale della settimana scorsa adottando una retorica rivolta alla crescita, pure se ancora gli strumenti concreti della svolta sono sconosciuti.
23 AGO 20

Da ieri la crescita è diventata lo slogan anche della regina Elisabetta d’Inghilterra, e non c’è testimonial migliore di una politica anti austerità, visto che con l’estate lei e Londra diventeranno il centro del mondo. Il governo conservatore britannico, da tempo sotto accusa per le sue politiche radicali ma piuttosto inefficaci, ha reagito alla batosta elettorale della settimana scorsa adottando una retorica rivolta alla crescita, pure se ancora gli strumenti concreti della svolta sono sconosciuti. Il coro che arriva da Londra è quello che ormai domina in tutta Europa, anche se le forme sono diverse, perché tra tutti i guai che affliggono il premier Cameron non c’è quello di essere percepito come troppo merkeliano, tutt’altro.
Ma la signora di Berlino continua a tenere testa al coro, nonostante le docili insistenze della capa del Fmi Lagarde, e se la periferia nord dell’Europa sa come difendersi (vedi Regno Unito ma anche Olanda), il sud sta di nuovo avvitandosi su se stesso. L’uscita della Grecia dall’euro è quasi realtà, spiegava ieri il Wall Street Journal: non c’è un governo, a fine giugno non ci saranno più contanti, non c’è quasi più il tempo di organizzare l’ultima spiaggia, un’altra tornata elettorale ad Atene (come nelle migliori tradizioni europee: se l’esito di un voto non piace, basta ripeterlo). Se la Grecia esce dall’euro, l’impianto tedesco del salvataggio europeo crollerà, e gli esperti sostengono che il rischio dell’impatto collettivo “continua a essere sottostimato”. Dopo quattro anni dal crollo di Lehman Brothers, ancora non sappiamo se è meglio il salvataggio a tutti i costi o il fallimento. Un paese non è una banca, ma nell’indecisione finale, condita dall’ostinazione di Merkel, l’Europa sta subendo il danno peggiore.