Appesi a Hollande, che errore
Dieci anni fa all’Eliseo c’era Jacques Chirac e, a Downing Street, c’era Tony Blair. Dire che oggi, con François Hollande e David Cameron, le parti siano invertite è dire poco. Molto poco. Alastair Campbell, nei suo preziosi “Diari”, annota un curioso scambio di battute tra Jacques Chirac e Tony Blair, che dà il senso di quanto tutto sia profondamente cambiato.
23 AGO 20

Dieci anni fa all’Eliseo c’era Jacques Chirac e, a Downing Street, c’era Tony Blair. Dire che oggi, con François Hollande e David Cameron, le parti siano invertite è dire poco. Molto poco. Alastair Campbell, nei suo preziosi “Diari”, annota un curioso scambio di battute tra Jacques Chirac e Tony Blair, che dà il senso di quanto tutto sia profondamente cambiato. Chirac: “Tony is a modern socialist. That means he is a five miles to the right of me”. Blair: “And I’m proud of it”.
E’ evidente che Chirac, avendo votato e sostenuto Hollande, pensa al nuovo presidente come a un socialista tradizionale, che gli consente di continuare a incarnare la parte di patriarca della vecchia destra francese. D’altronde il tentativo di farla evolvere in senso liberal-liberista è stato clamorosamente mancato dal goffo Nicolas Sarkozy. Per quanto molti abbiano ironizzato sul gradimento che esponenti del centrodestra italiano hanno espresso verso il nuovo presidente francese, lo scambio di battute tra Chirac e Blair dovrebbe offrire un’utile chiave di lettura anche a quella malriposta ironia.
Se possiamo intuire cosa non sia e non sarà il socialismo di Hollande, è più difficile precisare in cosa viceversa consista. E’ vero che in campagna elettorale Hollande le ha sparate grosse, proponendo nuove assunzioni pubbliche in quella che è una delle più ingolfate amministrazioni statali del mondo, o chiedendo l’abbassamento dell’età pensionabile per una delle nazioni a più alta aspettativa di vita (81,07) del mondo. Ma erano, quelle promesse, insostenibili per gli affaticati conti pubblici francesi, il cui stato di salute Hollande conosce assai bene. E allora, in cosa consisterà il socialismo del nuovo presidente francese? Tornerà a blandire l’ambiguo sogno di François Mitterrand del socialismo in un solo paese? Si limiterà a una mera ricalibratura dell’asse con la Germania, ben sapendo che l’anno prossimo l’Spd non vincerà le elezioni? Sono interrogativi per cui né la campagna elettorale né la più recente produzione cultural-politica del Ps francese mostrano di avere risposte.
Se possiamo intuire cosa non sia e non sarà il socialismo di Hollande, è più difficile precisare in cosa viceversa consista. E’ vero che in campagna elettorale Hollande le ha sparate grosse, proponendo nuove assunzioni pubbliche in quella che è una delle più ingolfate amministrazioni statali del mondo, o chiedendo l’abbassamento dell’età pensionabile per una delle nazioni a più alta aspettativa di vita (81,07) del mondo. Ma erano, quelle promesse, insostenibili per gli affaticati conti pubblici francesi, il cui stato di salute Hollande conosce assai bene. E allora, in cosa consisterà il socialismo del nuovo presidente francese? Tornerà a blandire l’ambiguo sogno di François Mitterrand del socialismo in un solo paese? Si limiterà a una mera ricalibratura dell’asse con la Germania, ben sapendo che l’anno prossimo l’Spd non vincerà le elezioni? Sono interrogativi per cui né la campagna elettorale né la più recente produzione cultural-politica del Ps francese mostrano di avere risposte.
Insomma, l’ha scritto chiaro e tondo Olof Cramme, direttore di Policy Network, sul New Statesman pochi giorni prima delle presidenziali francesi: speriamo vinca Hollande, ma pure vincesse, i problemi della sinistra europea sarebbero tutt’altro che risolti. Nerbo dell’analisi di Cramme, confermata dopo la vittoria di Hollande sull’Independent, è una profonda insoddisfazione per la capacità dei socialisti continentali di elaborare un credibile progetto di governo di centrosinistra. Per gli intellettuali del laburismo britannico, la vittoria di Hollande non risolve la questione della nuova identità del centrosinistra di discendenza socialdemocratica. E di una “vision” conseguente che sia “pluralista politicamente, inclusiva socialmente ed egualitaria economicamente”, si legge nell’ultimo paper di Policy Network dal titolo “A Centre-left Project for New Times”. Negli anni di Blair e Chirac, Dominique Strauss-Kahn l’aveva spiegata così: “Il successo della socialdemocrazia post bellica si fondò sull’equilibrio tra produzione e redistribuzione, regolato dallo stato. Con la globalizzazione questo equilibrio si è rotto”. Il punto d’appoggio della leva socialdemocratica è venuto meno, a detta di Strauss-Kahn, per colpa dell’ipermobilità del capitale. Fenomeno che ha spostato la produzione oltre confine, ma non la redistribuzione, né ovviamente la funzione mediatrice dello stato. Ciò ha comportato la necessità di rivedere l’identità socialdemocratica adattandola ai positivi cambiamenti accorsi, anche per merito dei socialdemocratici stessi. Compito apparentemente agile che, alla prova dei fatti, s’è rivelato però essere una vera e propria impresa. Ha scritto Tony Blair nella sua autobiografia: “Tutti i movimenti progressisti devono guardarsi dai loro successi. Il progresso che contribuiscono a costruire reinventa la società in cui lavorano, e loro devono reinventare se stessi per stare al passo coi tempi, altrimenti diventano gli echi di quella che una volta era considerata una voce alta e potente, che ancora si diffonde, ma con incisività sempre minore”.
In Francia manca del tutto una riflessione su questa capacità di reinventarsi. Strauss-Kahn era l’unico che, da solo (enorme suo limite) s’era incamminato lungo il sentiero del revisionismo socialdemocratico, facendo una tara ragionata delle esperienze vincenti di Blair e Gerhard Schröder. Anche in Italia nessuno s’intesta questa riflessione. Pier Luigi Bersani, di suo, mostra un’originale indifferenza nei confronti della questione. Nel libro intervista “Per una buona ragione”, precisa: “Il Pd mi piace proprio perché è uscito da una curvatura socialista che ha caratterizzato la storia del Pci e perché, nello stesso tempo, non si è arreso alle esperienze della socialdemocrazia e ha cercato nuovi orizzonti: l’impronta costituzionale, una prospettiva di solidarietà e di emancipazione di carattere umanistico”. Per Bersani il Pd è figo (“mi piace”) perché non ha una cultura politica. Costituzionalismo, solidarismo e umanesimo non fanno una cultura politica socialista, ma nemmeno una democratica o liberaldemocratica. Puzza tanto di terza via berlingueriana, ma forse è una genuina applicazione del pragmatismo emiliano. Per il pragmatista Bersani, la domanda sull’identità del socialismo del XXI secolo semplicemente non ha “senso”, o per lo meno non offre “significati” di un qualche interesse. Con buona pace dei suoi giovani turchi, che viceversa qualche sforzo di elaborazione stanno provando a farlo.
Che il laburismo inglese sia oggi più avanti di tutti nel porsi la questione non è causale. Il più importante teorico del revisionismo laburista, Anthony Crosland, che fu ministro più volte negli anni Settanta con Harold Wilson e James Callaghan, si pose il problema di rifondare il socialismo subito dopo la Seconda guerra mondiale. Quando cioè la nuova fase espansiva del capitalismo britannico richiedeva ai laburisti una messa a punto del progetto, visto che a quella fase non volevano opporsi, ma anzi s’incaricavano di governarne i benefici diffusi. Nel suo “The Future of Socialism” Crosland osservava che “se intendiamo riformulare la dottrina socialista, la prima cosa da fare è decidersi su quale preciso significato attribuire alla parola socialismo”. Il libro, testo fondamentale del pensiero socialista (e, quindi, mai tradotto in italiano), uscì nel 1956, pochi mesi dopo la vittoria dei Tory guidati da Anthony Eden, successore di Winston Churchill, e tre anni prima di Bad Godesberg. “La peggiore fonte di confusione – ancora Crosland – è la tendenza a utilizzare la parola socialismo per descrivere non già un certo tipo di società, o certi valori che possono essere gli attributi di un’idea di società, ma politiche particolari che sono, o sono pensate per essere, mezzi per conseguire un dato tipo di società, o realizzare certi attributi”. E’ esattamente la confusione che fanno oggi Hollande e i socialisti continentali, quando non sono capaci di dire chi sono e dove vogliono andare. Dal momento che non riescono a indicare una “mission”, riducono la politica ad accorta amministrazione condominiale.
Che il laburismo inglese sia oggi più avanti di tutti nel porsi la questione non è causale. Il più importante teorico del revisionismo laburista, Anthony Crosland, che fu ministro più volte negli anni Settanta con Harold Wilson e James Callaghan, si pose il problema di rifondare il socialismo subito dopo la Seconda guerra mondiale. Quando cioè la nuova fase espansiva del capitalismo britannico richiedeva ai laburisti una messa a punto del progetto, visto che a quella fase non volevano opporsi, ma anzi s’incaricavano di governarne i benefici diffusi. Nel suo “The Future of Socialism” Crosland osservava che “se intendiamo riformulare la dottrina socialista, la prima cosa da fare è decidersi su quale preciso significato attribuire alla parola socialismo”. Il libro, testo fondamentale del pensiero socialista (e, quindi, mai tradotto in italiano), uscì nel 1956, pochi mesi dopo la vittoria dei Tory guidati da Anthony Eden, successore di Winston Churchill, e tre anni prima di Bad Godesberg. “La peggiore fonte di confusione – ancora Crosland – è la tendenza a utilizzare la parola socialismo per descrivere non già un certo tipo di società, o certi valori che possono essere gli attributi di un’idea di società, ma politiche particolari che sono, o sono pensate per essere, mezzi per conseguire un dato tipo di società, o realizzare certi attributi”. E’ esattamente la confusione che fanno oggi Hollande e i socialisti continentali, quando non sono capaci di dire chi sono e dove vogliono andare. Dal momento che non riescono a indicare una “mission”, riducono la politica ad accorta amministrazione condominiale.
“The Future of Socialism” è stato riedito nel 2006, con una bella prefazione dell’allora cancelliere dello Scacchiere, Gordon Brown. Per il successore di Blair alla guida del governo britannico, Crosland è stato il primo tra i laburisti a capire che il socialismo non aveva a che fare con nazionalizzazioni e pianificazione economica, ma aspirava a un’idea di società fondata sulla “dignità degli esseri umani e sull’eguale diritto di ogni individuo di realizzare il proprio potenziale in una comunità solidale”. Brown insiste molto sull’insegnamento di Crosland nel preferire una definizione di socialismo come società delle eguali opportunità, della libertà eguale, più che degli eguali risultati. Si sa quanto peso abbia avuto la lezione di Crosland sul New Labour di Blair e Brown, peso misurato all’uscita della riedizione del saggio da un lungo articolo sul New Statesman di Jack Straw, esponente di punta della generazione neolaburista. E tuttavia Brown, nella conclusione della sua prefazione a “The Future of Socialism”, ammonisce che più che ispirare il suo New Labour, è necessario si lascino influenzare da Crosland i laburisti di prossima generazione.
Nel corso di un seminario organizzato dalla Fabian Society all’uscita della riedizione del 2006 del libro di Crosland, Ed Miliband già replicava positivamente all’avvertenza del suo maestro Gordon Brown. Miliband, allora parlamentare appena eletto ai Comuni dopo la terza vittoria di Blair, parlando al seminario fabiano si concentrava soprattutto sul “revisionismo” croslandiano, esaltandone lo spirito critico. Per Miliband, centrale per il Labour del nuovo secolo resta il bisogno di rivedere visione politica e approccio analitico alla luce delle circostanze mutate. Se per Crosland i cambiamenti riguardavano l’evoluzione del capitalismo nazionale e internazionale in seguito agli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale, per il futuro leader laburista la nuova sfida è da giocare in rapporto ai processi di modernizzazione prodotti dalla globalizzazione. Una critica in sintonia con quanto proprio in quegli anni andava sostenendo Strauss-Kahn. Una così sentita coscienza revisionista testimonia di quanto sia paradossale la situazione odierna del giovane leader del Labour. Ed Miliband, pur avendo chiara la lezione di “The Future of Socialism”, si ritrova oggi a capo del partito su una piattaforma politico-programmatica molto poco “revisionista”. Ma è una contraddizione che Miliband non ignora, se da tempo tenta di scrollarsi di dosso il soprannome di “Red Ed”, provando a tornare alla lezione di Crosland.
Gira e rigira, il problema dei socialdemocratici è sempre lo stesso: come risolvere il dissidio tra una dottrina che resta ferma e una realtà che muta, talora per volontà e merito dei medesimi socialdemocratici. Eduard Bernstein, padre di tutti i socialisti riformisti, spiegò alla fine dell’Ottocento questo dissidio tra la lettera della tradizione e la necessità della sua revisione con un esempio illuminante. La dottrina ci dice che, preludio al sorgere del sol dell’avvenire, è la costante diminuzione del numero dei magnati del capitale e l’accumulazione dello stesso in sempre meno mani. Noi socialdemocratici – sostiene Bernstein – dovremmo quindi acconciarci ad accogliere quella diminuzione come benedetta. Tuttavia gli agenti del fisco ci dicono che il numero dei possidenti non sta diminuendo come la dottrina vaticina, ma sta aumentando. A rigore, noi socialdemocratici dovremmo dolercene e, se non lottare contro l’aumento dei possidenti e la distribuzione più diffusa del capitale, per lo meno astenerci dal fiancheggiare tal esito. Ohibò, nel nostro impegno politico quotidiano noi facciamo il contrario: lavoriamo affinché i capitalisti aumentino e il capitale si distribuisca! “Ma qui – conclude Bernstein - non è l’azione pratica che ha torto. L’errore sta nella dottrina, quando questa dà a intendere che il progresso dipenda dal peggioramento della situazione”. Ecco una perfetta applicazione di revisionismo riformista. E quanto servirebbe oggi alla sinistra europea per tirarsi fuori dal pantano in cui s’è cacciata.
di Antonio Funiciello
(Antonio Funiciello è direttore dell’associazione LIBERTÀeguale, animatore di Qdr magazine e collaboratore del gruppo del Pd al Senato).