Restaurare il precariato in 30 giorni

La trattativa tra le parti sociali, definita un po’ pomposamente come sede in cui si affrontano i problemi della produttività, in realtà ha un ambito assai più delimitato. Il governo ha scelto di utilizzare i modesti margini disponibili per  attivare, tra le altre cose, un fondo per stimolare la contrattazione che comporta aumenti di produttività. E sulla definizione del meccanismo di valutazione di questi incrementi di produttività si è demandato alle parti sociali di definire un’intesa. Leggi Monti contro l'abbraccio corporativo
22 AGO 20
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La trattativa tra le parti sociali, definita un po’ pomposamente come sede in cui si affrontano i problemi della produttività, in realtà ha un ambito assai più delimitato. Il governo ha scelto di utilizzare i modesti margini disponibili per attivare, tra le altre cose, un fondo per stimolare la contrattazione che comporta aumenti di produttività. E sulla definizione del meccanismo di valutazione di questi incrementi di produttività si è demandato alle parti sociali di definire un’intesa. Mentre sul merito della questione si va dipanando una discussione che sembra la tela di Penelope, le parti sociali, e segnatamente Confindustria, hanno però approfittato dei contatti con l’esecutivo per insistere su più o meno piccoli passi indietro sulla riforma del mercato del lavoro. Partendo dalla disponibilità del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, a dare un po’ di tempo in più per adeguare i contratti a termine, onde evitare casi particolari di difficoltà nel loro rinnovo, Giorgio Squinzi ha auspicato che si arrivi di fatto a far saltare tutte le garanzie offerte dalla legge ai lavoratori precari, nel giro di trenta giorni.
La filosofia della riforma Fornero consisteva nello scalfire la rigidità imposta dallo Statuto dei lavoratori alla flessibilità in uscita, migliorando però, contemporaneamente, le condizioni di chi – soprattutto i giovani – viene assunto a termine. Insomma un tentativo di alleggerimento del precariato. Il paradosso è che gli stessi industriali che non hanno voluto battersi per poter licenziare, ora invocano il privilegio di poter assumere lavoratori con meno tutele possibili. Confindustria non ha fatto nulla per sostenere il superamento delle rigidità in uscita, ha anzi rotto con Fiat pur di non scontrarsi con la Cgil sui temi della contrattazione aziendale o, in quel caso, di settore. Meglio rimanere al riparo di un sistema di relazioni industriali obsoleto, basato sulla centralità del contratto nazionale di categoria, che ha l’effetto di scaricare i costi della superprotezione di una quota di lavoratori garantiti sui precari. Naturalmente i problemi pratici dell’attuazione della riforma vanno affrontati e risolti con buon senso. Usarli come pretesto per far saltare la riforma, in modo da ricostituire un patto corporativo a svantaggio dei giovani, è invece una scelta irresponsabile. Uno dei freni principali alla produttività è la dualità del mercato del lavoro e fa impressione che gli industriali puntino ad accentuarla, proprio quando sono chiamati a discutere su misure a favore della produttività.