La ridotta degli asfaltati
Le forze che sono uscite minoritarie nel corso del congresso e delle primarie del Partito democratico sembrano disorientate dalla velocità impressa da Matteo Renzi, che non risparmia critiche all’esecutivo e tesse con un certo successo la trama delle riforme istituzionali indipendentemente dalla maggioranza residua di Enrico Letta.
22 AGO 20

Le forze che sono uscite minoritarie nel corso del congresso e delle primarie del Partito democratico sembrano disorientate dalla velocità impressa da Matteo Renzi, che non risparmia critiche all’esecutivo e tesse con un certo successo la trama delle riforme istituzionali indipendentemente dalla maggioranza residua di Enrico Letta. All’orizzonte si profilano le scelte delle candidature per le elezioni europee, per un certo numero di consultazioni territoriali e regionali e, in prospettiva non si sa quanto ravvicinata, quelle per il rinnovo del Parlamento. Una parte della minoranza democratica intende rivendicare un ruolo in base a princìpi di continuità e grazie alla presenza nel gruppo uscente della Camera di una rappresentanza d’area prevalente. C’è però chi teme che, se non si dà battaglia preventivamente, Renzi possa fare cappotto nelle candidature, consolidando così una leadership che per ora è in via di affermazione. Stefano Fassina ha scelto di capeggiare questa fazione, il che spiega sia le sue dimissioni dal governo, perché da quella posizione avrebbe dovuto seguire la linea di formale collaborazione con la segreteria adottata da Enrico Letta, sia la sua critica acida all’incontro del segretario democratico con il fondatore di Forza Italia.
Fassina non si era vergognato di entrare a far parte di un governo di larghe intese con il Cavaliere, ora si vergogna perché si è aperto un dialogo con lui sui temi istituzionali. L’assurdità di questo atteggiamento trova una spiegazione solo nel disegno, peraltro esplicitato, di far sì che le sue posizioni “possano farsi sentire ed esprimere la loro forza nel Pd”. A chi non avesse capito, Fassina spiega che “Renzi non ha la maggioranza dei voti degli iscritti” e che perciò, una volta archiviate le primarie, può essere messo sotto scacco dalle organizzazioni territoriali orientate da una campagna di opposizione interna piuttosto vigorosa. Naturalmente nella fisiologia di un partito c’è la possibilità di una dialettica anche aspra tra maggioranza e minoranze: quella adombrata da Fassina, però, è una tattica di ribaltamento degli orientamenti approvati a maggioranza nella consultazione degli elettori attraverso una mobilitazione di strutture e apparati rappresentativi o collettori di iscritti. In questo senso si va oltre la fisiologica contrapposizione, si può aprire una crepa che mette in crisi il criterio di legittimazione delle scelte politiche.