La cultura patria di un Farinetti, la slealtà del card. Kasper

22 AGO 20
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Al direttore - Ma costa di più farsi un’eterologa in Lombardia o un chierichetto a Santo Domingo?
Maurizio Crippa
Al direttore - Con la sua catena di food, Eataly, Oscar Farinetti è un imprenditore di successo a cui non dispiace entrare nel dibattito politico sui temi di attualità. Ha voluto dire la sua anche sulla vicenda dell’articolo 18 che per lui “va bene com’è’’. A chi scrive, però, è sfuggito un particolare sul quale – a meno di non incorrere in errore o disattenzione – le cronache osannanti sorvolano. Con quale tipologia di contratto Farinetti assume i suoi dipendenti?
Giuliano Cazzola
Non si può chiedere a imprenditori italiani, anche bravi ma digiuni di storia patria, l’importanza di ideologie, simboli e norme che incarnano un modello sociale.
Al direttore - Raffaele Bonanni si è dimesso da segretario della Cisl e Luigi Angeletti si dimetterà da segretario della Uil. A questo punto, anche Susanna Camusso dovrebbe sapere che non c’è due senza tre.
Michele Magno
Al direttore - Premesso che condivido e sottoscrivo in toto il suo editoriale di ieri, leggo stupito l’intervista al Corriere del card. Kasper, ormai assurto a esegeta ufficiale del pontificato bergogliano, dove con tono perentorio afferma che il tempo delle protezioni è finito e che ora si guardano le cose dalla parte delle vittime. Questo rigurgito di giacobinismo teologico – tutte le rivoluzioni hanno inneggiato alla “purificazione”, di cui pure parla il teologo che fa teologia in ginocchio evidentemente a corrente alternata – non ha niente a che vedere, checché ne dica Kasper, con la linea seguita da Benedetto XVI. Un conto è fare chiarezza, pulizia, correggere; altro conto è farlo dando in pasto i propri figli – tanto più se vescovi – alla gogna mediatica. In passato non si è trattato di proteggere l’immagine della chiesa; se protezione c’è stata, si è trattato piuttosto di proteggere persone concrete, ovvero noi fedeli, noi pecorelle del gregge, soprattutto quelle più deboli, onde evitare che travolti dallo scandalo fossimo indotti al giudizio o, peggio, alla perdita di fiducia nella chiesa, senza per questo rinunciare alla necessaria correzione ma a porte chiuse e previo accertamento delle reali colpe. Un atteggiamento che per occhi mondani, anche se inforcano lenti teologiche, può essere sinonimo di omertà, ma che visto con gli occhi della fede è invece segno di grande sapienza. E di vera misericordia.
Luca Del Pozzo
Direi che il cardinale Kasper, con quel suo bello sguardo aperto, umano e teologico, stia cominciando a diventare sleale verso la fraternità di cui fa parte. Pretende di sequestrare il Papa, pensiero e metodo, dottrina e pastorale, nel recinto delle sue sole idee e parole. Un po’ troppo.
Al direttore - D’accordo con la Michèle Leks sulla biodinamica che, peraltro, nessuno mette in discussione e può essere liberamente praticata. Il problema come scienziato sta nella immotivata discriminazione ideologica portata avanti contro gli Ogm. Non si tratta di idolatrare la Monsanto. La Monsanto, come saprà, ha deciso di non commercializzare sementi ogm in Italia. Questo a seguito della campagna mediatica, politica e giudiziaria contro gli Ogm, particolarmente virulenta nel Friuli Venezia Giulia in cui risiedo. Ebbene, proviamo a immedesimarci nelle decisioni di politica industriale della Monsanto. La multinazionale per il fatto di produrre sementi ogm viene fatta apparire come nemica dell’ambiente e della salute e pertanto vede infangato il suo “brand”. Senza problemi quindi ritira dal mercato i semi ogm e continua a vendere i semi tradizionali che costituiscono il 98 per cento del suo business. Ma gli anti Ogm non considerano che la Monsanto, oltre alle sementi, vende anche pesticidi ed erbicidi. Essa quindi seguiterà a fare legittimamente i suoi affari a scapito però dell’ambiente che continuerà a essere irrorato con pesticidi ed erbicidi, una delle cause principali dell’estinzione della microfauna, insetti compresi, e del danno alla catena alimentare a essa collegata. In assenza di controindicazioni quindi, libertà di coesistenza delle varie opzioni. Se agricoltura biodinamica, biologica, tradizionale, Ogm sì o no, lo decidano mercato, produttori e consumatori.
Pietro Dr
Al direttore - Siccome io c’ero, come quelli del Quadrato di Villafranca, per la cronaca, anche quella piccola della televisione, due correzioni garbate all’Osservatrice romana, Barbara Palombelli. La prima: Lilli Gruber fu scoperta e segnalata da Antonio Ghirelli, che dirigeva il Tg2, dal gigantesco segretario di redazione, Vittorio Panchetti, un fisico da pivot con qualche chilo di troppo, che l’aveva notata al tg regionale di Bolzano. Ghirelli si fidò e la volle subito a Roma. Il resto è cronaca. La seconda: per la storia della tv, la prima donna a condurre un tg fu Bianca Maria Piccinino. Era il 1975 e con lei c’era, nello studio del Tg1 in via Teulada, Emilio Fede. Era ancora lei a condurre il Tg1 quel 16 marzo del ’78 quando le Br in via Fani sequestrarono Aldo Moro e massacrarono la sua scorta. Quel giorno Bruno Vespa piombò nello studio e dette lui il via a una drammatica diretta. Oggi la Piccinino è una dolce signora che porta con leggerezza i suoi novant’anni.
Gino Roca