La conversione di Emma
Un’Europa che fa solo austerity è promessa ad una recessione prolungata. Lo dice Emma Marcegaglia al quotidiano economico francese la Tribune, esprimendo la sua delusione per l’insufficienza dalle decisioni assunte dal vertice europeo.
22 AGO 20

Un’Europa che fa solo austerity è promessa ad una recessione prolungata. Lo dice Emma Marcegaglia al quotidiano economico francese la Tribune, esprimendo la sua delusione per l’insufficienza dalle decisioni assunte dal vertice europeo. In un recente passato la presidente di Confindustria sembrava affascinata delle prediche rigoriste provenienti da Bruxelles e ne aveva fatto un cavallo di battaglia nella sua richiesta di un cambio di governo. Ora si è persuasa che l’accetta dei tagli non fa crescere l’albero dell’economia, che può e deve essere potato delle escrescenze e degli sprechi, ma anche alimentato da una politica volta allo sviluppo. D’altra parte anche l’accoglienza riservata dai mercati all’accordo europeo è stata gelida, appunto perché appare evidente che, senza un impulso alla crescita, lo stesso obiettivo del pareggio di bilancio, cardine dell’intesa a 26, diventa sempre più oneroso e in sostanza irraggiungibile.
Se l’Europa non trova il modo di garantire i debiti sovrani, ovviamente assieme all’imposizione di politiche di bilancio più severe ai singoli paesi, le banche si vedono svalutare il loro portafoglio per la parte costituita da titoli del debito pubblico, e questo innesca una spirale che inaridisce il credito alle imprese e alla produzione. Dall’altro versante, quello dei consumi, una stretta che pesa sui redditi finisce con lo scoraggiare gli acquisti, in proporzione anche maggiore dell’effettivo peso dei tagli, perché quando diventa dominante l’aspettativa di un peggioramento delle condizioni si ha un effetto generale di congelamento della domanda delle famiglie. Se le imprese non comperano beni di investimento, anche perché non ricevono il finanziamento necessario e i consumatori finali riducono la domanda, la stagnazione diventa recessione e questo vale per tutti, compresa la Germania che ha una forte componente di domanda costituita dalle esportazioni nell’area dell’euro. Quel che possono fare gli industriali italiani è seguire l’indicazione che è venuta dalla Fiat: concordare sistemi di produzione meno onerosi accompagnati da miglioramenti salariali per rendere efficaci e produttivi gli investimenti. Confindustria sta arrivando, con qualche ritardo e molte incertezze, a questa convinzione. Meglio tardi che mai.
L’illusione che bastasse dare qualche soddisfazione “politica” alle aree più riottose del sindacalismo per ottenere la collaborazione alle scelte produttive innovative che sono necessarie si è dimostrata infondata, l’attesa di un intervento risolutivo dall’Europa, anche di più. Quel che il mondo della produzione deve fare è rimboccarsi le maniche e ora anche Marcegaglia se ne è resa conto.