Inchiesta su una generazione fallita
Ti faccio vedere dei documenti importanti”. Trattandosi di un Fabio Mussi che ride sotto i baffi, chissà che cosa deve aver sperato Luca Telese. Invece: “Andiamo in uno studiolo dove ci sono appesi dei disegni coloratissimi: ‘Astronauta’, ‘mostro’, ‘dinosauro’… ‘Sono delle mie nipoti. Siamo nell’età in cui si fa i nonni. Anche Massimo. Bisogna saperlo’”. C’è un tratto di lucida sincerità nelle risposte all’intervista realizzata ieri da Pubblico all’ex “quasi gemello siamese di Massimo D’Alema” sul tema del momento, il passo indietro dalla politica.
22 AGO 20

"Ti faccio vedere dei documenti importanti”. Trattandosi di un Fabio Mussi che ride sotto i baffi, chissà che cosa deve aver sperato Luca Telese. Invece: “Andiamo in uno studiolo dove ci sono appesi dei disegni coloratissimi: ‘Astronauta’, ‘mostro’, ‘dinosauro’… ‘Sono delle mie nipoti. Siamo nell’età in cui si fa i nonni. Anche Massimo. Bisogna saperlo’”. C’è un tratto di lucida sincerità nelle risposte all’intervista realizzata ieri da Pubblico all’ex “quasi gemello siamese di Massimo D’Alema” sul tema del momento, il passo indietro dalla politica (non rottamazione: “Questa immagine può venire in mente solo a un gaglioffo, un giovane decrepito”). Ma c’è anche qualcosa d’altro, che trascende l’aneddoto e l’indulgenza biografica. Mussi, che aveva rinunciato alla rielezione parlamentare già ai tempi dei Ds, parte da un giudizio personale ma subito lo scavalca: “Si può vivere anche fuori dal Parlamento. Perché i miei antichi compagni non lo capiscono? Si è chiuso un ciclo politico! Abbiamo già dato. Non ti servono seggi, o cariche, per fare politica”. Soprattutto, prende di petto il problema per come dovrebbe essere affrontato: “La nostra generazione ha già dato. E ha fallito… Se l’Italia è nelle condizioni drammatiche in cui si trova, abbiamo responsabilità anche noi. Avverto un senso di colpa. Abbiamo avuto potere, responsabilità”. Qualcosa è andato storto. Mussi non si addentra nell’analisi del perché, senza dubbio una sua idea se la sarà fatta, ma ha il merito di mettere l’accento là dove nessuno finora – nel gran trambusto sollevato da Matteo Renzi – l’aveva messo. A partire dall’autoindulgenza un po’ reticente con cui Walter Veltroni ha motivato, primo della sua generazione, il suo passo d’addio.
Il problema è però sotto gli occhi di tutti, e certo non soltanto a sinistra. Ha fallito un’intera generazione politica. La parte che voleva trasformare il disastro comunista in una moderna e irenica socialdemocrazia. Ha fallito in modo simmetrico la parte che voleva fare la rivoluzione liberale in Italia. Hanno fallito tutti insieme quelli che credevano in riforme radicali: nelle istituzioni e nella società. Perché è accaduto? E perché è accaduto proprio a noi? Altrove, la generazione dei baby-boomer, anche quando ha coinciso con quella sessantottina del politicismo progressista, ha realizzato ciò che si proponeva. Magari ha sbagliato, ma in molti casi ha già passato la mano, senza drammi. In Italia, in qualche meccanismo nascosto, qualcosa si è inceppato. O forse manchiamo di un elemento chimico, nella tavola degli elementi necessari a scatenare un processo positivo. Questo è il punto che, superati i fenomeni di superficie, va affrontato a fondo. Anche da chi, lontano dal Pd, ha fallito sull’altra sponda. Lo faremo, con serietà. E’ un problema che merita un’inchiesta senza reticenze.