Il tipaccio e le anime belle
"Quello di cui c'è bisogno nella vita è il pessimismo dell'intelligenza e l'ottimismo della volontà". E' la massima preferita di Donald Rumsfeld, segretario della Difesa negli anni di Bush che Vittorio Zucconi su Rep. chiama "l'anima nera della guerra sbagliata", mentre qui lo si preferisce definire il tipaccio duro e giusto che ha saputo opporre l'ottimismo della volontà al pessimismo di quel ritaglio di storia segnato dall'attacco più crudele. Nel libro delle sue memorie, "Known and Unknown", da oggi nelle librerie americane, Rummy guarda al passato con un solo pentimento: non essere stato sollevato dall'incarico dopo le torture fatte dai soldati americani ai prigionieri di Abu Grahib. Leggi Storia di un tipaccio duro e giusto
22 AGO 20

"Quello di cui c'è bisogno nella vita è il pessimismo dell'intelligenza e l'ottimismo della volontà". E' la massima preferita di Donald Rumsfeld, segretario della Difesa negli anni di Bush che Vittorio Zucconi su Rep. chiama "l'anima nera della guerra sbagliata", mentre qui lo si preferisce definire il tipaccio duro e giusto che ha saputo opporre l'ottimismo della volontà al pessimismo di quel ritaglio di storia segnato dall'attacco più crudele.
Nel libro delle sue memorie, "Known and Unknown", da oggi nelle librerie americane, Rummy guarda al passato con un solo pentimento: non essere stato sollevato dall'incarico dopo le torture fatte dai soldati americani ai prigionieri di Abu Grahib. Tutto il resto è parte del normale e drammatico impasto della realtà. "Stuff happens" direbbe lui con ironia, sapendo di fare incazzare i benpensanti di ogni latitutidine. Qui trovate un assaggio del capitolo 31, "The Case for Regime Change".
Quindici giorni dopo l’11 settembre, il presidente mi ha chiesto di raggiungerlo da solo nella stanza Ovale. Ai nostri incontri di solito partecipava sempre qualcuno fra il vicepresidente, il capo del Joint Chiefs of Staff, il segretario di stato, il consigliere per la sicurezza nazionale o il chief of staff della Casa Bianca, ma non quella mattina del 26 settembre. Il presidente si è adagiato sullo schienale della sedia in pelle dietro alla scrivania. Mi ha chiesto di dare un’occhiata ai nostri piani militari in Iraq. Sapeva che io e i generali dell’esercito eravamo preoccupati dagli attacchi di Saddam Hussein ai nostri aerei nella no-fly zone nel nord e nel sud del paese, ma due settimane dopo il peggior attacco terroristico della storia americana, noi del dipartimento della Difesa eravamo completamente assorbiti da altro.
Voleva soluzioni “creative”, il che credevo significasse che voleva qualcosa di diverso dall’uso massiccio di forze di terra dispiegate nella guerra del Golfo del 1991. Di sicuro non avevo l’impressione che il presidente avesse preso una decisione sul rovesciamento del regime di Saddam. Tanto che nel meeting con il Consiglio di sicurezza nazionale del 15 settembre a Camp David, quando era stato sollevato il problema iracheno, lui aveva riportato la conversazione all’Afghanistan.
Gli ho detto che avrei riguardato i piani sull’Iraq preparati dal Comando centrale e avrei chiesto al generale Franks di aggiornarli. Ma c’era un’altra cosa di cui il presidente voleva parlarmi quella mattina. “Dick mi ha detto di tuo figlio”, ha detto lui. “Tu e Joyce state bene?”. Anche se Nick si stava riprendendo dalla dipendenza da stupefacenti già dall’insediamento di Bush, le sue condizioni erano precarie e ci era ricascato. Aveva provato molte volte a uscirne, ma verso la fine dell’estate era tornato nel baratro.
[…]
Avevo parlato di Nick a Cheney, che evidentemente ha riferito a Bush. Siccome sapevo che il presidente aveva un enorme problema da risolvere, mi ero sorpreso dal fatto che parlasse di mio figlio, ma ne chiedeva con una tale preoccupazione che sembrava che i miei problemi familiari fossero il suo unico pensiero. Ho detto al presidente che tutto quello che era successo non mi aveva lasciato molto tempo per pensare alla situazione della mia famiglia. Ma io e Joyce desideravamo disperatamente che le cure di Nick quella volta funzionassero. “Lo amo così tanto”, ho detto. “Avete il mio sostegno e le mie preghiere”, ha detto Bush. Quello che è successo a Nick, sommato alle ferite al nostro paese e al Pentagono, ha cominciato a ferirmi. In quel momento non riuscivo a parlare. E non avevo le forze per nascondere quelle emozioni che fino ad allora avevo condiviso soltanto con Joyce. Non avrei mai pensato di poter rimanere senza parole in un incontro con il presidente degli Stati Uniti, ma in quel momento George W. Bush non era soltanto il presidente. Era un uomo sensibile che capiva il momento che io e Joyce stavamo passando. Allora Bush si è alzato dalla sedia, ha aggirato la scrivania e mi ha abbracciato.
Voleva soluzioni “creative”, il che credevo significasse che voleva qualcosa di diverso dall’uso massiccio di forze di terra dispiegate nella guerra del Golfo del 1991. Di sicuro non avevo l’impressione che il presidente avesse preso una decisione sul rovesciamento del regime di Saddam. Tanto che nel meeting con il Consiglio di sicurezza nazionale del 15 settembre a Camp David, quando era stato sollevato il problema iracheno, lui aveva riportato la conversazione all’Afghanistan.
Gli ho detto che avrei riguardato i piani sull’Iraq preparati dal Comando centrale e avrei chiesto al generale Franks di aggiornarli. Ma c’era un’altra cosa di cui il presidente voleva parlarmi quella mattina. “Dick mi ha detto di tuo figlio”, ha detto lui. “Tu e Joyce state bene?”. Anche se Nick si stava riprendendo dalla dipendenza da stupefacenti già dall’insediamento di Bush, le sue condizioni erano precarie e ci era ricascato. Aveva provato molte volte a uscirne, ma verso la fine dell’estate era tornato nel baratro.
[…]
Avevo parlato di Nick a Cheney, che evidentemente ha riferito a Bush. Siccome sapevo che il presidente aveva un enorme problema da risolvere, mi ero sorpreso dal fatto che parlasse di mio figlio, ma ne chiedeva con una tale preoccupazione che sembrava che i miei problemi familiari fossero il suo unico pensiero. Ho detto al presidente che tutto quello che era successo non mi aveva lasciato molto tempo per pensare alla situazione della mia famiglia. Ma io e Joyce desideravamo disperatamente che le cure di Nick quella volta funzionassero. “Lo amo così tanto”, ho detto. “Avete il mio sostegno e le mie preghiere”, ha detto Bush. Quello che è successo a Nick, sommato alle ferite al nostro paese e al Pentagono, ha cominciato a ferirmi. In quel momento non riuscivo a parlare. E non avevo le forze per nascondere quelle emozioni che fino ad allora avevo condiviso soltanto con Joyce. Non avrei mai pensato di poter rimanere senza parole in un incontro con il presidente degli Stati Uniti, ma in quel momento George W. Bush non era soltanto il presidente. Era un uomo sensibile che capiva il momento che io e Joyce stavamo passando. Allora Bush si è alzato dalla sedia, ha aggirato la scrivania e mi ha abbracciato.
di Donald Rumsfeld