Il disastro dei saggi

Chissà se finirà come aveva immaginato lo scrittore Pierre Boulle, con la Terra governata da supertecnici portatori di scienza e ragione, finalmente trionfanti “sulle antiche chimere” dopo secoli funestati da religione e politica. Mentre l’Italia si porta avanti con il lavoro, sperimenta nel suo piccolo la tecnica stretta del governo Monti e si avvia a considerare quella del politico un’attività da “mestieri perduti”.
22 AGO 20
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Chissà se finirà come aveva immaginato lo scrittore Pierre Boulle, con la Terra governata da supertecnici portatori di scienza e ragione, finalmente trionfanti “sulle antiche chimere” dopo secoli funestati da religione e politica. Mentre l’Italia si porta avanti con il lavoro, sperimenta nel suo piccolo la tecnica stretta del governo Monti e si avvia a considerare quella del politico un’attività da “mestieri perduti” – un po’ come l’acquaiolo del presepe – si può leggere con molto divertimento e un’ombra d’inquietudine “Il regno dei saggi”, nella raccolta di “Racconti” di Boulle ora pubblicata da Liberilibri. Nato ad Avignone, tecnico nelle piantagioni inglesi di caucciù in Malesia dal 1936 al ’39, agente segreto in Indocina per conto della Missione Francia libera durante la Seconda guerra mondiale con il nome di Peter John Rule, catturato dai collaborazionisti di Vichy sul Mekong, Boulle ne ha fatte e viste di tutti i colori.
Al ritorno in patria, ci scrisse “Il ponte sul fiume Kwai” (ma è anche l’autore del “Pianeta delle scimmie”). “Il regno dei saggi” è un breve racconto scritto nel 1953, nel quale Boulle ipotizza l’abbattimento di ogni fazione, partito, confine, in nome della scienza. L’intera popolazione mondiale è ormai semplicemente raggruppata in due scuole di pensiero scientifico: la prima, “elettronista”, spiega tutto con l’attività degli elettroni; per la seconda, “ondulista”, l’essenza dell’esistente è l’onda e considera “l’elettrone come un’utopia creata dalla limitatezza dei nostri sensi e dei nostri strumenti di misura”. Così, scrive Boulle, “si era ‘granulari’ (appellativo familiare per gli elettronisti) o ‘vibratorii’ (nomignolo popolare per gli ondulisti) come una volta si era stati cattolici, socialisti o americani”. Le discussioni scientifiche avevano rimpiazzato le vecchie contese. Il sistema di governo?
Bipolarismo scientifico compiuto: ogni anno le elezioni designavano il gruppo incaricato di rappresentare ufficialmente la Terra, ma il gruppo sconfitto formava subito un governo ombra, con reciproca soddisfazione, nessun vero pericolo di scontro e nemmeno di incontro. Bandita l’arcaica politica, l’unica tenzone rimasta era quella, nobilissima, per migliorare la sorte degli umani con mezzi tecnici. E visto che già tanto era già stato fatto, succede che al consiglio supremo elettronista e a quello ondulista viene la stessa idea, all’insaputa l’uno dell’altro: perché non recare sollievo alle popolazioni che vivono nel caldo eccessivo e nel freddo polare? Clima temperato per tutti: ecco il miglior regalo per perfezionare la civilizzazione scientifica. Il capo degli elettronisti promette: “Niente più ghiaccio, niente più sudore” (è un’idea per le attuali conferenze sui cambiamenti climatici, tra l’altro).
“Venti gradi al Polo e all’Equatore”, incita i suoi il capo degli ondulisti. Il giorno stabilito – e fatalmente coincidente – per i due grandiosi e segretissimi esperimenti che avrebbero regalato al pianeta una temperatura ideale e uniforme, l’azione degli elettronisti e quella degli ondulisti (gli uni ignari della decisione degli altri) si sovrappongono. Catastrofe: africani assiderati, eschimesi e lapponi fulminati dal calore. “Perirono tutti: gli uni d’insolazione, gli altri di freddo, e la Terra fu sbarazzata di qualche milione d’abitanti. I meno interessanti, d’altra parte, dal punto di vista scientifico”.