Sotto lo sguardo del Colle - Passeggiate romane
I dati su Grillo e quelle paure del Pdl sul dossier Barca-Pd
Sondaggi, croce e delizia della politica italiana. Gli ultimi che sono arrivati sulle scrivanie dei leader dei partiti (ma non solo sulle loro) raccontano ciò che c’è dietro il successone di un personaggio come Beppe Grillo. I voti del Partito democratico e della sinistra in genere. E questo basta e avanza per preoccupare Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Antonio Di Pietro. Ma c’è anche un altro fenomeno “inquietante”, almeno dal punto di vista del mondo della politica.
22 AGO 20

Boom o non boom. Sondaggi, croce e delizia della politica italiana. Gli ultimi che sono arrivati sulle scrivanie dei leader dei partiti (ma non solo sulle loro) raccontano ciò che c’è dietro il successone di un personaggio come Beppe Grillo. I voti del Partito democratico e della sinistra in genere. E questo basta e avanza per preoccupare Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Antonio Di Pietro. Ma c’è anche un altro fenomeno “inquietante”, almeno dal punto di vista del mondo della politica. Chiunque si scagli contro Grillo perde consensi. Persino il capo dello stato, quel Giorgio Napolitano amato dalla maggior parte del paese, ne ha perduto molto di consenso dopo aver ironizzato sul boom del comico genovese.
Primarie sì, primarie no. Nel Partito democratico, proprio quando pensavano di essere a mezzo passo dalla vittoria, circola invece da qualche giorno un certo pessimismo. L’avanzata di Beppe Grillo, l’offensiva che Matteo Renzi sta preparando, il discredito dei partiti confermato di settimana in settimana da ogni sondaggio, hanno messo in allarme i dirigenti del Pd. Le reazioni? La maggior parte di loro seguono la linea Bersani: meglio evitare le primarie o depotenziarle e irreggimentarle perché sennò chissà che cosa può accadere con delle primarie vere (e magari di partito, come ha chiesto la scorsa settimana proprio il sindaco di Firenze). E dunque, nel caso in cui ci si dovesse trovare a parlare del tema, appellarsi al fatto che non tutti gli alleati le vogliono per evitare l’assalto alla classe dirigente del Pd. E in questo senso non passa inosservato il silenzio di Walter Veltroni. Prima l’ex leader non faceva altro che ripetere che le primarie sono la ragione sociale del Partito democratico, ora, invece preferisce glissare sull’argomento o pronunciare frasi quanto mai vaghe. Arturo Parisi, invece, le primarie non le ha mai dimenticate. E con lui un altro gruppo di parlamentari e non (Pippo Civati, per esempio), che sono andati convincendosi del fatto che solo queste consultazioni, per scegliere il candidato premier del centrosinistra, ma anche tutti i candidati al Parlamento, possono salvare il Pd da un declino che rischia di essere inarrestabile.
Ministro della Coesione democratica. Negli ambienti del Pdl, chissà perché, circola da settimane il nome di Fabrizio Barca, ministro alla Coesione territoriale, come quello di un possibile nuovo candidato a sorpresa del centrosinistra alla premiership di quell’area. Sempre negli stessi ambienti dicono che potrebbe essere il modo per consentire all’attuale classe dirigente del Partito democratico di sopravvivere, di rinnovarsi e di rappresentare in qualche modo il mondo dell’anti politica. Mettere un volto nuovo, poi, un non politico, darebbe anche più smalto al Pd che ultimamente, a livello nazionale, e nonostante i risultati delle comunali, secondo i sondaggi risulta un po’ logorato.
Senza bozza. Giorgio Napolitano la vuole (e anche ieri ha ripetuto che una nuova legge elettorale è “ineludibile”). Mario Monti gliel’ha promessa, ma al momento appare assai difficile che la legge elettorale veda davvero la luce. Nè la famosa bozza Violante (il noto mix tra tedesco e spagnolo che riduceva il premio di maggioranza e rimandava a dopo le elezioni la scelta delle coalizioni) né tantomeno la tanto evocata riforma alla francese (quel doppio turno cioè di cui molti esponenti del Pd e del Pdl sono tornati a parlare dopo l’elezione francese, e che fino a prova contraria resta anche la prima proposta del Pd in materia). Più facile, in questo senso, quello che sembrava impensabile fino solo a un mese fa: il taglio (seppur ridotto) dei parlamentari. Anche se comunque il problema resta: davvero Pd, Pdl e Udc potranno permettersi di presentarsi alle prossime elezioni di fronte ai propri elettori senza aver avuto neppure la forza di cambiare questa legge elettorale?
Primarie sì, primarie no. Nel Partito democratico, proprio quando pensavano di essere a mezzo passo dalla vittoria, circola invece da qualche giorno un certo pessimismo. L’avanzata di Beppe Grillo, l’offensiva che Matteo Renzi sta preparando, il discredito dei partiti confermato di settimana in settimana da ogni sondaggio, hanno messo in allarme i dirigenti del Pd. Le reazioni? La maggior parte di loro seguono la linea Bersani: meglio evitare le primarie o depotenziarle e irreggimentarle perché sennò chissà che cosa può accadere con delle primarie vere (e magari di partito, come ha chiesto la scorsa settimana proprio il sindaco di Firenze). E dunque, nel caso in cui ci si dovesse trovare a parlare del tema, appellarsi al fatto che non tutti gli alleati le vogliono per evitare l’assalto alla classe dirigente del Pd. E in questo senso non passa inosservato il silenzio di Walter Veltroni. Prima l’ex leader non faceva altro che ripetere che le primarie sono la ragione sociale del Partito democratico, ora, invece preferisce glissare sull’argomento o pronunciare frasi quanto mai vaghe. Arturo Parisi, invece, le primarie non le ha mai dimenticate. E con lui un altro gruppo di parlamentari e non (Pippo Civati, per esempio), che sono andati convincendosi del fatto che solo queste consultazioni, per scegliere il candidato premier del centrosinistra, ma anche tutti i candidati al Parlamento, possono salvare il Pd da un declino che rischia di essere inarrestabile.
Ministro della Coesione democratica. Negli ambienti del Pdl, chissà perché, circola da settimane il nome di Fabrizio Barca, ministro alla Coesione territoriale, come quello di un possibile nuovo candidato a sorpresa del centrosinistra alla premiership di quell’area. Sempre negli stessi ambienti dicono che potrebbe essere il modo per consentire all’attuale classe dirigente del Partito democratico di sopravvivere, di rinnovarsi e di rappresentare in qualche modo il mondo dell’anti politica. Mettere un volto nuovo, poi, un non politico, darebbe anche più smalto al Pd che ultimamente, a livello nazionale, e nonostante i risultati delle comunali, secondo i sondaggi risulta un po’ logorato.
Senza bozza. Giorgio Napolitano la vuole (e anche ieri ha ripetuto che una nuova legge elettorale è “ineludibile”). Mario Monti gliel’ha promessa, ma al momento appare assai difficile che la legge elettorale veda davvero la luce. Nè la famosa bozza Violante (il noto mix tra tedesco e spagnolo che riduceva il premio di maggioranza e rimandava a dopo le elezioni la scelta delle coalizioni) né tantomeno la tanto evocata riforma alla francese (quel doppio turno cioè di cui molti esponenti del Pd e del Pdl sono tornati a parlare dopo l’elezione francese, e che fino a prova contraria resta anche la prima proposta del Pd in materia). Più facile, in questo senso, quello che sembrava impensabile fino solo a un mese fa: il taglio (seppur ridotto) dei parlamentari. Anche se comunque il problema resta: davvero Pd, Pdl e Udc potranno permettersi di presentarsi alle prossime elezioni di fronte ai propri elettori senza aver avuto neppure la forza di cambiare questa legge elettorale?