Di Vittorio spiegato alla Camusso

Susanna Camusso ha azzeccato la parola d’ordine attorno alla quale organizzare la resistenza della Cgil alle proposte di liberalizzazione che circolano e per delineare una controffensiva: il piano del lavoro. Non si tratta solo di rievocare una pagina storica densa di significati e di richiami sentimentali: in realtà le circostanze in cui si muove la Cgil di oggi hanno molti punti di contatto con quelle in cui si trovò Giuseppe Di Vittorio dopo la scissione sindacale del 1948.
22 AGO 20
Immagine di Di Vittorio spiegato alla Camusso
Susanna Camusso ha azzeccato la parola d’ordine attorno alla quale organizzare la resistenza della Cgil alle proposte di liberalizzazione che circolano e per delineare una controffensiva: il piano del lavoro. Non si tratta solo di rievocare una pagina storica densa di significati e di richiami sentimentali: in realtà le circostanze in cui si muove la Cgil di oggi hanno molti punti di contatto con quelle in cui si trovò Giuseppe Di Vittorio dopo la scissione sindacale del 1948. Anche allora la Cgil appariva isolata, la sua pratica degli scioperi politici otteneva una partecipazione piuttosto scarsa, persino nelle roccaforti operaie del nord si cominciava a sentire la concorrenza dei sindacati liberi e, alla Fiat, del sindacato aziendalista. Il livello di disoccupazione all’inizio degli anni Cinquanta era di poco inferiore al 20 per cento, con una componente bracciantile e della manovalanza edile prevalente. Di Vittorio in questa situazione propose una linea produttivistica, che puntava sull’attivazione di tutte le potenzialità, senza i vincoli e le pregiudiziali programmatorie sostenute, per la verità solo a parole, dalla sinistra politica.
Proprio per questo il piano del lavoro si incontrò con tendenze che oggi chiameremmo keynesiane presenti nelle classi dirigenti economiche e politiche di allora: Vittorio Valletta era interessato a produrre e vendere la “vetturetta” citata nei documenti della Cgil, Amintore Fanfani voleva dare impulso all’edilizia popolare con il piano Ina-Casa, Antonio Segni puntava a rafforzare il ceto dei coltivatori diretti anche a danno dei settori del latifondo, Pasquale Saraceno ed Ezio Vanoni progettavano uno strumento straordinario di intervento per il mezzogiorno. Il pregio del piano di Di Vittorio fu appunto la sua rinuncia alle pregiudiziali ideologiche che favorì un incontro con tendenze reali presenti nelle classi dirigenti con cui si confrontava, anche duramente.
Da questo punto di vista, non somiglia affatto a quello della Cgil di oggi, tutto concentrato su manovre di finanza pubblica che postulano una direzione statalistica e centralizzata dell’economia, mentre non trovano sintonie con gli interessi produttivistici di settori rilevanti delle classi dirigenti, a cominciare proprio dall’arcinemico Sergio Marchionne. Naturalmente molte condizioni esterne sono cambiate radicalmente in sessant’anni, ma una di esse, il ritorno sul mercato della concorrenza di economie dell’Europa orientale, rende ancora più ineludibile il vincolo della produttività, che in qualche modo veniva affrontato da Di Vittorio e che viene trascurato, talora addirittura negato, dalla Cgil di oggi. In questo modo, Camusso forse acquisirà un maggiore peso politico, ma resta fuori dal circuito delle scelte economiche effettivamente praticabili.