Che cosa c'è davvero dietro al dibattito sulla riforma delle pensioni

La Lega andrà in piazza seguendo la parola d’ordine simil-Cgil di Rosy Mauro, esponente del cerchio magico bossiano? Cioè: “È arrivato il momento di smetterla di mettere le mani nelle tasche dei lavoratori e dei pensionati”? O forse è il momento di tenere d’occhio il più cauto Roberto Maroni? O, per Silvio Berlusconi, di tentare un cambio in corsa e magari temporaneo della maggioranza, cogliendo la disponibilità dell’Udc a votare “una riforma ben fatta con l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni?”.
22 AGO 20
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La Lega andrà in piazza seguendo la parola d’ordine simil-Cgil di Rosy Mauro, esponente del cerchio magico bossiano? Cioè: “E' arrivato il momento di smetterla di mettere le mani nelle tasche dei lavoratori e dei pensionati”? O forse è il momento di tenere d’occhio il più cauto Roberto Maroni? O, per Silvio Berlusconi, di tentare un cambio in corsa e magari temporaneo della maggioranza, cogliendo la disponibilità dell’Udc a votare “una riforma ben fatta con l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni?”.

I precedenti in materia previdenziale
parlano chiaro e tutti a favore del Cav. Gli unici governi politici a poter vantare di aver fatto o tentato riforme organiche delle pensioni sono stati in vent’anni proprio i suoi. Prima c’era stato solo l’esecutivo di emergenza di Giuliano Amato, che aveva ridotto i pensionamenti baby e introdotto una timida previdenza integrativa. Ma nel ’94 il primo esecutivo Berlusconi cadde proprio su una modifica vera e quindi politica del sistema. Il 28 settembre il governo sospese per decreto i pensionamenti di anzianità. Poi introdusse in Finanziaria una serie di disincentivi per chi andava a riposo prima dell’età di vecchiaia. Il 12 novembre però la Cgil portò a San Giovanni un milione di manifestanti. Quanto agli industriali, dopo una cena organizzata il 23 settembre da Cesare Romiti a casa Agnelli sul colle del Quirinale – durante la quale fu dichiarato l’appoggio imprenditoriale alla riforma –, voltarono le spalle. (E lo stesso accadde qualche anno dopo quando furono i Radicali a sollecitare Viale dell’Astronomia per sostenere un pacchetto di referendum liberisti; ma gli industriali sulle pensioni di anzianità non si vollero esporre). Anche per il vizio di preferire la concertazione con le confederazioni. La Lega si sfilò e il Cav. cadde il 22 dicembre.

La riforma, anche se largamente a metà, fu fatta dal governo tecnico di Lamberto Dini, con la divisione delle pensioni di anzianità tra retributive, contributive e miste. Romano Prodi, che si trovò il terreno sminato, ammise in un documento firmato con Franco Modigliani e l’ex direttore di Confindustria Innocenzo Cipolletta, che il progetto Berlusconi era giusto. L’autocritica tardiva non esentò l’Ulivo tornato all’opposizione di contrastare ferocemente la nuova riforma attuata dal Cav. e firmata nel 2004 dal ministro leghista Roberto Maroni. Era il famoso scalone che avrebbe dovuto elevare da 57 a 60 l’età per la pensione di anzianità; con l’obiettivo di giungere nel 2008 a un sistema centrato su 40 anni di contributi o 65 anni di età. Lo scalone fu subito smantellato dal nuovo governo Prodi 2006-2008 – quello dell’Unione – che con il ministro Cesare Damiano, e la marcatura stretta della Cgil di Giglielmo Epifani, introdusse gli scalini, frantumando in una serie di quote anche il tetto dei 40 anni contributivi. E soprattutto esentò una platea sterminata di lavori usuranti, per individuare i quali fu presa come base la norma del 1999 del ds Cesare Salvi, che riguardava 320 mila soggetti; ai quali sempre su richiesta della Cgil furono aggiunti gli addetti alle catene di montaggio e tutti i dipendenti chiamati a lavorare di notte.

Per rivedere una riforma strutturale e politica delle pensioni si è dovuto aspettare il terzo governo del Cav. Che nel 2010 ha portato a 65 anni l’età di pensionamento di vecchiaia delle donne nel pubblico impiego; e soprattutto ha collegato l’abbandono del lavoro alla crescita delle aspettative di vita, con revisione periodica automatica dal 2015. E’ quanto ieri ha fatto dire ad Antonio Mastrapasqua, presidente dell’Inps, che “il sistema previdenziale italiano è allineato all'Europa per le pensioni di vecchiaia, ma non per l'anzianità per la quale sarebbe utile accelerare la transizione”. Stesso concetto espresso da Giorgio Arfaras, direttore della Lettera economica del centro Einaudi: “Le pensioni peseranno sul debito pubblico nel breve termine. Sul lungo il sistema sarà del tutto sostenibile”. Insomma: intervenire ora. Come il Cav. ha cercato di fare già in agosto tentando di convincere Umberto Bossi, con la non troppo convinta mediazione di Giulio Tremonti. Cosa che aveva fatto dire al premier: “Spero che sia l’Europa a imporci di riformare le pensioni”. Berlusconi può dire di aver parlato a ragion veduta: da capire se si ripeterà il 2004 o il 1994.