Un Pd felice, solitario y final
Felice, solitario y final. C’è un dato particolare nascosto dietro il clamoroso successo ottenuto dal Partito democratico di Matteo Renzi. Un dato che si lega direttamente a una formula magica che su questo giornale avrete letto ormai chissà quante volte e che però, oggi come non mai, vale la pena di rievocare ancora una volta: vocazione maggioritaria. Quello che segue, però, non è il solito pistolotto su quali siano i tanti e importanti ingredienti che compongono la formula magica ma è piuttosto una riflessione relativa a quella che in questo momento appare come la condizione perfetta per far attecchire nel centrosinistra la vocazione alla vittoria.
21 AGO 20

Felice, solitario y final. C’è un dato particolare nascosto dietro il clamoroso successo ottenuto dal Partito democratico di Matteo Renzi. Un dato che si lega direttamente a una formula magica che su questo giornale avrete letto ormai chissà quante volte e che però, oggi come non mai, vale la pena di rievocare ancora una volta: vocazione maggioritaria. Quello che segue, però, non è il solito pistolotto su quali siano i tanti e importanti ingredienti che compongono la formula magica ma è piuttosto una riflessione relativa a quella che in questo momento appare come la condizione perfetta per far attecchire nel centrosinistra la vocazione alla vittoria. Felice, solitario y final. Già, il punto è proprio questo: se il Partito democratico è riuscito, a differenza di altre occasioni, a esprimere la sua forza, la sua personalità e la sua identità, è anche perché alle urne gli elettori hanno trovato il simbolo del Pd non collegato ad alcun alleato impresentabile; non collegato ad alcun partito delle manette; non collegato ad alcun partito del Bene comune; non collegato a nessun Nichi Vendola, a nessun Antonio [**Video_box_2**]Di Pietro, a nessun Bruno Tabacci, a nessun Massimo Donadi. Nessuno. Da soli. Senza stampelle. Senza pesi morti. Senza catene. E’ vero: questa volta il Pd felice, solitario y final è stato costretto a prendere questa strada, perché alle europee non è il segretario di un partito che sceglie se allearsi con qualcuno oppure no, ma molto più semplicemente è il sistema elettorale ultra proporzionale che non prevede le alleanze. Ma un domani, a prescindere da quale sarà la legge elettorale, siamo sicuri che a Renzi convenga, a livello nazionale, ammanettarsi con i suoi pestiferi alleati? Il punto è semplice. Il Pd, da solo, è più seducente. Il Pd, da solo, riesce a non far spostare all’ultimo momento la matita dell’elettore (che un conto è votare Veltroni, un altro è votare anche Di Pietro). Il Pd, da solo, riesce a esprimere la sua identità, riesce a conquistare il centro senza aver bisogno di allearsi con i partiti di centro e riesce a conquistare l’elettorato grillino senza aver bisogno di proporre alleanze a Grillo e Casaleggio. In un certo senso, quella di domenica, è la certificazione plastica della rottamazione dello schema D’Alema e di quei teorici della sinistra eternamente minoritaria che per conquistare il paese ha bisogno di allearsi con tutti. Non è così. Certo. Le prossime elezioni oggi sembrano lontane. Il voto delle europee allunga la vita dell’esecutivo. Renzi ha interesse a governare. Ma ora che è stato incoronato campione d’inverno (perché, via, le europee contano quello che contano…) per vincere il campionato e trasformare il Pd in un partito a vocazione americana non può non ricordarsi che il Pd gioca meglio se gioca da solo. E gli alleati caciaroni, spesso, invece che portare nuovi elettori ne convincono molti a stare a casa, e girare alla larga dagli amici di Nichi e Tonino.