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Tempi di lotta, felicità, libertà. Ecco la versione di Amicone
Sbarcare in edicola di questi tempi, ci vuole una vena di follia. Soprattutto se non hai un santo protettore, fai un settimanale di dna cattolico (“diciamo di educazione ciellina”) e ci sbarchi con un quasi-nudo in copertina e il titolo “Fate l’amore”. Molto poco Famiglia cristiana, molto poco Family day. E mentre la chiesa italiana traballa nel tentativo di tenere la barra del timone puntata da qualche parte: possibilmente non in fuga dal mondo.

Amicone ci pensa un po’, il personalismo, il gossip intra ed extra ecclesiale gli sembrano “perdita di tempo”. Bada al metodo: “Mi sembra che se c’è un errore di Magister è in un eccesso di ‘ansia di protezione’ della chiesa. Non è questo il tempo, perché ci possono essere profili e accenti diversi. Ma questo è un tempo drammatico e favorevole in cui i cristiani non possono più nascondersi. Serve altro. Per cui ben venga da parte di uomini di chiesa ogni voce che porti un contributo, un’idea nel mondo. Però…”. C’è un però, che in fondo sta nella ragione sociale di Tempi e anche nella scelta, da domani, “di non farsi più portare in taxi dal Giornale, distribuiti assieme in forma gratuita”. Ma di andare con le sue gambe e la dote di uno zoccolo duro di abbonati. Ma torniamo al “però”: “Resta il fatto che, come dice il Papa, da laici sentiamo che la responsabilità è nostra, personale. Non una linea prestampata da seguire, ma testimonianzia, pensiero, idee su cui personalmente e come laici dobbiamo stare nel mondo, o in edicola. Questo non può che essere un tempo di libertà e responsabilità. E anche di dibattito aperto tra posizioni. Ma non è utile ‘mordersi come cani’, come ha scritto il Papa, per stabilire chi deve dare la linea”.
Una disperata vitalità, questo preferisce portare con sé il direttore di Tempi, assieme a un dna “che non è una gabbia di interpretazioni della realtà, ma un cristianesimo che è tale perché parla all’umano di tutti. Questa è l’unica idea di laicità che abbiamo”. Mentre invece oggi aleggia l’idea che la cultura cattolica sia finalmente ascoltata, meno ghettizzata di un tempo. E non è così, invece: “L’impressione mia è che si siano semplicemente moltiplicati i ghetti. Prima la chiesa era violentemente osteggiata, sì. Ma ora è come se si fosse tutti in un grande lager, ognuno con la sua baracca, anche i cristiani con la loro: chi è progressista, chi moralista, chi ha la tradizione. Poi si esce dalla baracca e in cortile tutti hanno diritto di parola: la conversazione pubblica. Ma non è laicità, è una condizione umana frustrante. Il nostro unico ‘progetto’ è sempre stato di tirare sassi nei vetri. Per non sentire parlare solo di ‘diritti’, di ‘ampliamento della cittadinanza’, cioè le regole del lager globale. Vorremmo parlare di ‘libertà e felicità’. Questa è la rilevanza sociale del cristianesimo che mi sembra necessario affermare”.