Pacata e puntuta difesa del modello tigre celtica. Parla Galli

La crisi ha tagliato le unghie all'Irlanda ma non ha cancellato gli enormi progressi della tigre celtica. Ne è convinto l’economista Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria, che in questa conversazione con il Foglio difende le riforme pro mercato degli anni Novanta di Michele Arnese e Carlo Stagnaro
21 AGO 20
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La crisi ha tagliato le unghie all'Irlanda ma non ha cancellato gli enormi progressi della tigre celtica. Ne è convinto l’economista Giampaolo Galli, direttore generale di Confindustria, che in questa conversazione con il Foglio difende le riforme pro mercato degli anni Novanta: "I problemi attuali hanno anzitutto una causa monetaria. Un'economia che cresceva così rapidamente avrebbe avuto bisogno di tassi di interesse più alti di quelli praticati dalla Bce tenendo conto delle condizioni medie dell'Unione. Questo ha gonfiato prezzi e salari, e determinato una perdita di competitività". Inoltre ha causato, aggiunge Galli, "un enorme aumento dei prezzi delle case e delle attività edilizie finanziate dalle banche. Le banche sono diventate troppo grandi e troppo esposte sul mercato immobiliare, sia attraverso i prestiti ai costruttori, sia attraverso i mutui alle famiglie".

Se queste sono le cause primarie della crisi di Dublino, per Galli c’è un'aggravante: "Il governo irlandese ha garantito non solo i depositi, come la maggior parte degli stati europei, ma anche le obbligazioni delle banche. Come se Davide garantisse Golia". Il valore degli asset delle banche irlandesi, quasi 1.600 miliardi di euro, è circa dieci volte il pil del paese. Il deficit pubblico, che nel 2010 sarà attorno al 12 per cento, sale al 32 per cento se si tiene conto dei costi dei bailout bancari. Era davvero impossibile prevederlo? "Gran parte di quello che diciamo è figlio del senno di poi. Pochi mesi fa, a luglio, le banche irlandesi hanno superato gli stress test. Segno che, qualche volta, i mercati – che già allora intuivano il problema – vedono meglio del regolatore".

Dunque il modello irlandese è fallito? "Per niente – risponde Galli – la crisi attuale va messa sullo sfondo di un doppio miracolo economico. Gli irlandesi hanno ridotto il debito pubblico dal 113 per cento del pil nel 1987 al 25 per cento nel 2007. Contemporaneamente hanno mantenuto il bilancio in attivo (ancora nel 2007 il saldo era leggermente positivo), hanno quadruplicato il pil e raddoppiato l'occupazione". L'errore – “ma anche questo è facile dirlo ex post” – sta semmai nel non aver compreso che la politica monetaria europea andava compensata con una politica di bilancio ancora più restrittiva: "Sebbene la partecipazione all'euro sia stata complessivamente positiva, alcune distorsioni andavano corrette, puntando a surplus di bilancio ancora più alti di quelli registrati nella fase pre crisi". Dunque avrebbero dovuto tenere imposte più elevate? "Tasse più alte, oppure – meglio – spese più basse, mentre la crescita della spesa pubblica ha fortemente accelerato negli anni Duemila".

Ma non dimentichiamo lo sviluppo registrato da Dublino, dice Galli: "La moderazione fiscale, assieme alla flessibilità del lavoro, è all'origine della trasformazione dell'Irlanda da uno dei paesi poveri dell'Unione a uno dei più ricchi. Un progresso che non può essere ignorato, dimenticato, o negato". E gli speculatori? "Sarebbe bello se il problema fosse circoscrivibile a un manipolo di speculatori. Il problema è serio proprio perché riguarda milioni di risparmiatori in Irlanda e nel mondo".

Ciò nonostante, Galli è tiepido sulla linea ultrarigorista di Angela Merkel: "L'Europa deve essere unita nell'aiutare chi è in difficoltà. Dire che il costo va pagato anche dai detentori dei titoli di stato è giusto in linea di principio, ma andava detto prima: ormai i buoi sono scappati, è troppo tardi per non sporcarsi le mani". L'economista trae una lezione dai fatti di questi giorni: "La crisi ci insegna l'importanza di avere conti pubblici in ordine. In un'area monetaria integrata la politica di bilancio ha bisogno di maggiore flessibilità. Ciò rende ancor più necessario avere un debito pubblico contenuto e un bilancio tendenzialmente in pareggio. La gravità della crisi non cancella i progressi passati. Dobbiamo solo evitare di ripetere gli errori".
di Michele Arnese e Carlo Stagnaro