Modesto consiglio a Marchionne

Adesso è chiaro perché Sergio Marchionne ha chiamato “Fabbrica Italia” il suo piano di rilancio della produzione automobilistica italiana. Perché, se passasse, rivoluzionerebbe le relazioni industriali italiane, azzerando decenni di potere sindacale. Infatti il “piano C” che l’amministratore delegato della Fiat aveva in mente da subito come extrema ratio per Pomigliano prevede di fatto un radicale e clamoroso aggiramento del contratto nazionale collettivo di lavoro dei metalmeccanici.
21 AGO 20
Immagine di Modesto consiglio a Marchionne
Adesso è chiaro perché Sergio Marchionne ha chiamato “Fabbrica Italia” il suo piano di rilancio della produzione automobilistica italiana. Perché, se passasse, rivoluzionerebbe le relazioni industriali italiane, azzerando decenni di potere sindacale. Infatti il “piano C” che l’amministratore delegato della Fiat aveva in mente da subito come extrema ratio per Pomigliano, dando per scontato che la Fiom-Cgil non avrebbe aderito, prevede di fatto un radicale e clamoroso aggiramento del contratto nazionale collettivo di lavoro dei metalmeccanici. Una mossa tanto estrema da risultare strumentale: o a un clamoroso voltafaccia della Fiat, che davvero continuerebbe a produrre la Panda in Polonia e chiuderebbe, dopo Termini Imerese, anche Pomigliano, scaricandone sulla Fiom la responsabilità politica; o, al contrario, per sostenere un argomento utile a costringere anche la Fiom a un accordo.

Ma per comprendere come si arriva a quest’alternativa secca, occorre studiare la logica di Marchionne. Il capo azienda del Lingotto gioca oggi, per la prima volta da quando è a Torino, a tutto campo: Italia, Turchia, Polonia, Serbia ma soprattutto Stati Uniti. Qui i suoi virtuali azionisti di maggioranza sono gli operai Chrysler, rappresentati dal sindacato Uaw, che detengono il 55 per cento del capitale e, abituati alla licenziabilità facile degli States, gli hanno detto sì su tutto.

Da noi, invece, i distinguo sindacali non finiscono mai. E siccome Marchionne sa benissimo che il suo piano per Pomigliano effettivamente vanifica, e di molto, il contratto nazionale di lavoro, sa pure che nemmeno un referendum dall’esito bulgaro – 100 per cento di votanti, 90 per cento di sì – lo porrà al riparo da azioni legali intentate da singoli o dalla Fiom contro l’accordo, che a suo tempo Fiat Auto firmò. Da qui l’idea estrema di proporre a tutti gli operai che voteranno “sì” di essere trasferiti dalla Fiat Auto a un’altra società, nuova di zecca, libera dal “peccato originale” di aver sottoscritto il contratto nazionale. Ma in Italia passerà mai un simile atto di forza? L’alternativa in premessa ha una conclusione: o Marchionne cerca rogne e pretesti per chiudere lo stabilimento di Pomigliano d’Arco senza prendersene la colpa; oppure vuole costringere anche la Fiom a dire sì. Sicuri che non esista una terza soluzione e meno sanguinaria?