L'euro può implodere soltanto per un eccesso di europeismo
L'accettazione irlandese dell’intervento europeo, che sarà ufficializzato con tutta probabilità domani, prelude a mio avviso alla fine della moneta europea perché apre le porte all'accettazione di una prassi molto pericolosa e diametralmente opposta alle ragioni che ne hanno motivato la creazione di Antonio Martino
21 AGO 20

L'accettazione irlandese dell’intervento europeo, che sarà ufficializzato con tutta probabilità domani, prelude a mio avviso alla fine della moneta europea perché apre le porte all’accettazione di una prassi molto pericolosa e diametralmente opposta alle ragioni che ne hanno motivato la creazione. Vediamo di chiarire.
L’ideale dei fautori della moneta comune, a partire da Luigi Einaudi, era di porre fine alla monetizzazione del debito, cioè al finanziamento dei disavanzi pubblici con l'inflazione. Fu per questa ragione che i Trattati di Maastricht posero a base dell’autonomia della Banca centrale europea il divieto di acquistare titoli di stato dei paesi membri. E fu sempre per la stessa ragione che vennero imposte regole – magari stupide per un noto genio bolognese – ma rigide per la condotta fiscale dei governi: un tetto al rapporto deficit/pil e uno a quello del debito. Queste regole, già gravemente compromesse in passato, vengono ora abbandonate: l'Unione europea compra di fatto titoli pubblici irlandesi e, anche se l'entità è modesta, opera una monetizzazione del debito, violando lo spirito e la lettera del trattato.
Il fatto che, a quanto pare, l'intervento europeo invece di risolvere il problema abbia scatenato un'ondata di speculazione, conferma la mia tesi: gli speculatori, a differenza degli eurosauri, vedono al di là del loro naso. Sanno benissimo che quanto fatto per Dublino e Atene verrà replicato per altri paesi finché l'Ue dovrà cambiare le regole monetarie e fiscali e ciò potrebbe preludere all'esclusione dei paesi con gravi problemi fiscali dall'Europa monetaria. Oppure, preso atto che la monetizzazione dei debiti pubblici è inevitabile se si vuole “salvare” l’euro, la si renderà compatibile con i trattati. In entrambi i casi il destino dell’euro sarebbe segnato. Spero che i fatti smentiscano questa mia pessimistica opinione: la fine dell'euro sarebbe disastrosa per noi in entrambi i casi. Mi limito, quindi, a fare rilevare che nell'immediato l'operazione di salvataggio europeo non è stata ispirata da filantropia o altruismo e nemmeno per evitare un assai poco probabile contagio, ma, molto più semplicemente, per lo scoperto desiderio di fare abbandonare all'Irlanda la sua politica di basse aliquote d'imposta sulle società.
I lettori del Foglio forse ricorderanno che ebbi modo di polemizzare sul tema con l’allora commissario europeo, il mio amico Mario Monti, proprio su queste colonne. Monti era fortemente convinto che fosse necessaria l'armonizzazione europea delle politiche fiscali, io ero (e continuo a essere) favorevole alla concorrenza fra politiche tributarie diverse come garanzia di contenimento delle stesse in tutta Europa. La Svizzera ha una spesa pubblica e una fiscalità contenute, che le hanno consentito di prosperare più degli altri paesi europei, grazie alla concorrenza fiscale fra i cantoni. Né mi sembra sensato costringere paesi che hanno dotazioni di capitale in rapporto al lavoro molto diverse ad adottare le stesse aliquote. Non credo, infine, che un carico fiscale che la Lombardia sopporta a stento possa essere imposto alla Calabria o ad altre regioni del sud.
Sono convintamente europeista ma non sono disposto a sostenere corbellerie soltanto per essere ritenuto tale anche dai benpensanti; mi si chiami pure euroscettico quanto si vuole ma mi si risparmi lo strazio di vedere gli ideali europeisti buttati nella spazzatura solo per compiacere le velleità dei dirigisti di tutti i colori.
L’ideale dei fautori della moneta comune, a partire da Luigi Einaudi, era di porre fine alla monetizzazione del debito, cioè al finanziamento dei disavanzi pubblici con l'inflazione. Fu per questa ragione che i Trattati di Maastricht posero a base dell’autonomia della Banca centrale europea il divieto di acquistare titoli di stato dei paesi membri. E fu sempre per la stessa ragione che vennero imposte regole – magari stupide per un noto genio bolognese – ma rigide per la condotta fiscale dei governi: un tetto al rapporto deficit/pil e uno a quello del debito. Queste regole, già gravemente compromesse in passato, vengono ora abbandonate: l'Unione europea compra di fatto titoli pubblici irlandesi e, anche se l'entità è modesta, opera una monetizzazione del debito, violando lo spirito e la lettera del trattato.
Il fatto che, a quanto pare, l'intervento europeo invece di risolvere il problema abbia scatenato un'ondata di speculazione, conferma la mia tesi: gli speculatori, a differenza degli eurosauri, vedono al di là del loro naso. Sanno benissimo che quanto fatto per Dublino e Atene verrà replicato per altri paesi finché l'Ue dovrà cambiare le regole monetarie e fiscali e ciò potrebbe preludere all'esclusione dei paesi con gravi problemi fiscali dall'Europa monetaria. Oppure, preso atto che la monetizzazione dei debiti pubblici è inevitabile se si vuole “salvare” l’euro, la si renderà compatibile con i trattati. In entrambi i casi il destino dell’euro sarebbe segnato. Spero che i fatti smentiscano questa mia pessimistica opinione: la fine dell'euro sarebbe disastrosa per noi in entrambi i casi. Mi limito, quindi, a fare rilevare che nell'immediato l'operazione di salvataggio europeo non è stata ispirata da filantropia o altruismo e nemmeno per evitare un assai poco probabile contagio, ma, molto più semplicemente, per lo scoperto desiderio di fare abbandonare all'Irlanda la sua politica di basse aliquote d'imposta sulle società.
I lettori del Foglio forse ricorderanno che ebbi modo di polemizzare sul tema con l’allora commissario europeo, il mio amico Mario Monti, proprio su queste colonne. Monti era fortemente convinto che fosse necessaria l'armonizzazione europea delle politiche fiscali, io ero (e continuo a essere) favorevole alla concorrenza fra politiche tributarie diverse come garanzia di contenimento delle stesse in tutta Europa. La Svizzera ha una spesa pubblica e una fiscalità contenute, che le hanno consentito di prosperare più degli altri paesi europei, grazie alla concorrenza fiscale fra i cantoni. Né mi sembra sensato costringere paesi che hanno dotazioni di capitale in rapporto al lavoro molto diverse ad adottare le stesse aliquote. Non credo, infine, che un carico fiscale che la Lombardia sopporta a stento possa essere imposto alla Calabria o ad altre regioni del sud.
Sono convintamente europeista ma non sono disposto a sostenere corbellerie soltanto per essere ritenuto tale anche dai benpensanti; mi si chiami pure euroscettico quanto si vuole ma mi si risparmi lo strazio di vedere gli ideali europeisti buttati nella spazzatura solo per compiacere le velleità dei dirigisti di tutti i colori.
di Antonio Martino