La lunga guerra non è finita

Quattro spari, due morti, due feriti gravi, un ragazzo kosovaro in arresto. Ieri, all’aeroporto di Francoforte, hanno preso corpo tutte le paure dell’Europa, che ogni volta appare distratta e un po’ stordita di fronte al solo pensiero del terrorismo. Secondo alcuni media tedeschi, il giovane che ha aperto il fuoco contro il pullman dei soldati americani nel Terminal 2 avrebbe pronunciato “slogan islamisti”.
21 AGO 20
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Quattro spari, due morti, due feriti gravi, un ragazzo kosovaro in arresto. Ieri, all’aeroporto di Francoforte, hanno preso corpo tutte le paure dell’Europa, che ogni volta appare distratta e un po’ stordita di fronte al solo pensiero del terrorismo. Secondo alcuni media tedeschi, il giovane che ha aperto il fuoco contro il pullman dei soldati americani nel Terminal 2 avrebbe pronunciato “slogan islamisti”. Le ragioni della sparatoria sono ancora da accertare, gli investigatori non escludono alcuna pista, e c’è anche la possibilità che il ragazzo abbia portato a termine un gesto estremo per una causa nazionalista – il riconoscimento di uno stato bistrattato – lontana quindi dalla dottrina del jihad islamico.

Ma i dettagli sono comunque poco rassicuranti. L’attacco è avvenuto in uno degli aeroporti più trafficati del continente, uno scalo importante per molte tratte intercontinentali, e ha seminato il panico; i soldati colpiti erano diretti in Afghanistan, il teatro di una guerra che diventa ogni giorno meno giustificabile di fronte alle opinioni pubbliche, perché la lotta al terrorismo è lunga e l’11 settembre 2001 è sempre più lontano; le vittime sono marine americani, i bersagli prediletti di chi vuole colpire l’occidente. E c’è il fatto che la Germania, nell’immaginario collettivo, ospitava un signore come Mohamed Atta. Il paese, oggi, sta rivedendo le regole di convivenza con gli stranieri, adottando un approccio che non è il multiculturalismo idolatrato dai progressisti, ma piuttosto un’affermazione – e condivisione – di una forte, per quanto tollerante, identità nazionale. Angela Merkel, che si è impegnata a fondo in questo dibattito, ha detto ieri che l’attacco di Francoforte “è un evento spaventoso”.

Le indagini chiariranno quel che è accaduto, ma rimane il fatto che, appena si è diffusa la notizia dell’attacco, la reazione generale è stata di sorpresa. Troppo spesso ci dimentichiamo che siamo sotto tiro. Quando il ministro dell’Interno ipotizza l’arrivo in Italia, in mezzo a tanti immigrati, anche di jihadisti, non scende nella retorica populista: l’Europa è ancora un bersaglio importante per chi vuole cancellare lo stile di vita dell’occidente, il pluralismo, la democrazia e la libertà. E da sempre ospita comunità che, anziché integrarsi, nutrono sotto i nostri occhi un desiderio di vendetta. Non c’è bisogno di ricordare il cartello infilzato nel cadavere di Theo van Gogh, ucciso in Olanda nel 2004 da un ragazzino imbottito di propaganda jihadista, per sapere che l’odio nei nostri confronti non si placa perché in America c’è un presidente più “buono”, o perché il linguaggio della diplomazia ha perso determinazione nel ricordare in ogni momento che stiamo affrontando una guerra permanente contro il terrore.