Istinto predatorio tedesco
Il ministro dell’Economia tedesco, Wolfgang Schäuble, sul Guardian dello scorso 19 luglio, ha spiegato che è del tutto errata l’idea secondo la quale l’Europa dovrebbe – o potrebbe – essere guidata da un singolo paese. Ha sostenuto anche che la “limitazione” che la Germania si autoimpone riflette il peso della storia di quel paese, e inoltre che la struttura politica “unica” che l’Europa si è data non si presterebbe comunque a una dinamica del tipo “leader-follower”. Tali riflessioni, oltre a sollevare qualche dubbio sulla visione che il ministro ha della storia tedesca, fanno tornare alla mente anche alcune lezioni della psicologia della Gestalt. di Stuart Holland*
21 AGO 20

Il ministro dell’Economia tedesco, Wolfgang Schäuble, sul Guardian dello scorso 19 luglio, ha spiegato che è del tutto errata l’idea secondo la quale l’Europa dovrebbe – o potrebbe – essere guidata da un singolo paese. Ha sostenuto anche che la “limitazione” che la Germania si autoimpone riflette il peso della storia di quel paese, e inoltre che la struttura politica “unica” che l’Europa si è data non si presterebbe comunque a una dinamica del tipo “leader-follower”. Tali riflessioni, oltre a sollevare qualche dubbio sulla visione che il ministro ha della storia tedesca, fanno tornare alla mente anche alcune lezioni della psicologia della Gestalt.
La psicologia della Gestalt, ove “Gestalt” è la parola tedesca per “forma”, sottolinea che quanto percepito dipende dai valori, dalle disposizioni d’animo e dalle convinzioni di colui che percepisce. Perciò Schäuble vede la crisi dell’Eurozona come una crisi del debito pubblico, e ciò non è scollegato dal fatto che il termine tedesco con cui si indica il “debito”, cioè “Schuld”, sia lo stesso con cui si indica la “colpa”. Nietzsche, evidenziando ciò nel suo scritto “Genealogia della morale”, osservò pure che in Germania esisteva la tendenza, diffusa tra i creditori che erano in posizione di forza, a esigere il pentimento dai deboli debitori per il loro debito-colpa e a punirli se essi non cercavano il riscatto-redenzione. Tuttavia la Gestalt di Schäuble lo spinge a non riconoscere che, alla vigilia della crisi finanziaria del 2008, soltanto uno stato membro dell’Unione europea aveva un problema significativo rispetto al proprio debito pubblico: la Grecia. Il debito pubblico degli altri paesi era sostenibile, in Spagna e in Irlanda il debito era addirittura più contenuto di quanto fosse in Germania, prima di esplodere nel tentativo di mettere una pezza alla follia delle banche che avevano comprato titoli derivati tossici.
Le minacce all’euro che sono derivate da questa situazione, cioè i pericoli per quella moneta unica che Helmut Kohl riteneva avrebbe dovuto ancorare la Germania a un’Europa democratica, non hanno dimostrato che Berlino è un paese egemone seppure riluttante; piuttosto si sono rivelate una cornice per esercitare l’egemonia tedesca. Gli stati membri appesantiti dal debito stanno soccombendo alle tesi di Schäuble e della cancelliera Angela Merkel, secondo cui per salvarsi non ci sarebbe alternativa a una politica di austerity che nega i principi stessi su cui il trattato di Roma, fondando la Comunità europea, si era basato, cioè il raggiungimento di standard di vita crescenti.
Il risultato, nel 2012, è stato l’insistere della Germania su una “soluzione circoscritta”, su un trattato di Stabilità – anche noto come Fiscal compact – che “incoraggia e, se necessario, costringe” gli stati membri a ridurre i deficit pubblici. A tutto ciò ora Schäuble affianca il suo “scenario ottimale” che prevede un ministro delle Finanze europeo che possa apporre il suo veto alle leggi di bilancio nazionali. Già il trattato insiste sui bilanci in pareggio, anche se questa ricetta per uscire dalla crisi dell’Eurozona è progressista quanto un ritorno al Gold standard dei tempi che furono.
Dietro questo sentiero che porta a scavalcare la democrazia nazionale, si cela anche una lettura errata della storia tedesca, inclusa l’idea che siano stati il deficit spending e l’iper inflazione durante la Repubblica di Weimar a portare Hitler al potere negli anni Trenta. Questa tesi non tiene in conto che fu proprio l’austerity praticata dal governo Brüning nei primi anni Trenta a rendere possibile l’ascesa al potere di Hitler. Fino al 1929, i consensi raccolti dal partito nazista non avevano costituito una minaccia per la democrazia. Tuttavia Brüning rispose al crac del 1929 restringendo l’accesso al credito e bloccando gli aumenti di stipendi e salari. Diede inoltre priorità al rimborso delle riparazioni di guerra previste dal trattato di Versailles nonostante non ce ne fosse bisogno immediato, considerato che le banche statunitensi e di altri paesi già stavano elargendo credito a Berlino senza imporre come precondizione il pagamento delle riparazioni. Queste politiche fecero perdere consensi a Brüning nell’opinione pubblica e all’interno del Reichstag, spingendolo a governare a colpi di decreto. Mentre invece, con l’austerity e con la disoccupazione in crescita, il sostegno per Hitler e i nazisti schizzò dal 1930 al 1933 (seppure con un calo temporaneo nel 1932 quando la disoccupazione scese un po’).
Eppure, considerate le politiche richieste dalla Germania come risposta all’eurocrisi, sembra che poco sia stato imparato da tutto ciò. L’austerity imposta sin dall’inizio della crisi dalla Troika composta da Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione Ue, replica i decreti di Brüning, insistendo sul rimborso dei debiti, le restrizioni del credito, i tagli a investimenti e salari nel settore pubblico.
Eppure, considerate le politiche richieste dalla Germania come risposta all’eurocrisi, sembra che poco sia stato imparato da tutto ciò. L’austerity imposta sin dall’inizio della crisi dalla Troika composta da Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea e Commissione Ue, replica i decreti di Brüning, insistendo sul rimborso dei debiti, le restrizioni del credito, i tagli a investimenti e salari nel settore pubblico.
Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco, nelle vesti di storico è andato più vicino al punto di quanto non abbia fatto Schäuble. Ha detto infatti che sarebbe una tragedia se la Germania, che ha già distrutto l’Europa due volte nel Ventesimo secolo, ora si avvicinasse a fare lo stesso perseguendo soluzioni punitive invece che risolvendo la crisi dell’Eurozona attraverso meccanismi improntati alla solidarietà. Le richieste di “soluzioni circoscritte” per riscattare i debiti e redimersi dalla colpa attraverso l’imposizione ai governi nazionali delle sole politiche di austerity generano il rischio che l’Europa, che è stata la culla della democrazia, sotto una nuova egemonia tedesca ne possa presto diventare la tomba.
[L’editoriale di Wolfgang Schäuble sul quotidiano inglese Guardian (“We Germans don’t want a German Europe”) cui questo articolo risponde è disponibile al seguente indirizzo web]
di Stuart Holland*
(traduzione di Marco Valerio Lo Prete)
*docente di Economia all’Università di Coimbra in Portogallo e già consigliere di Jacques Delors, è il co-autore, assieme a Yanis Varoufakis e James K. Galbraith, della ricerca “A Modest Proposal for Resolving the Eurozone crisis”.
(traduzione di Marco Valerio Lo Prete)
*docente di Economia all’Università di Coimbra in Portogallo e già consigliere di Jacques Delors, è il co-autore, assieme a Yanis Varoufakis e James K. Galbraith, della ricerca “A Modest Proposal for Resolving the Eurozone crisis”.