Il lavoro nell’urna
Mentre i mercati, le banche d’affari e l’agenzia di rating Fitch valutano positivamente la vittoria elettorale del premier Matteo Renzi alle europee, i dati sulla congiuntura economica sono ancora contraddittori. L’indice di fiducia dei consumatori a maggio è salito ai massimi da quattro anni (106,3 punti contro il 105,5 di aprile) ma quello di fiducia delle imprese è sceso per il secondo mese consecutivo (a 86,9 punti, contro gli 88,8 di aprile dopo il picco a 89,5 di marzo).
21 AGO 20

Mentre i mercati, le banche d’affari e l’agenzia di rating Fitch valutano positivamente la vittoria elettorale del premier Matteo Renzi alle europee, i dati sulla congiuntura economica sono ancora contraddittori. L’indice di fiducia dei consumatori a maggio è salito ai massimi da quattro anni (106,3 punti contro il 105,5 di aprile) ma quello di fiducia delle imprese è sceso per il secondo mese consecutivo (a 86,9 punti, contro gli 88,8 di aprile dopo il picco a 89,5 di marzo). E inoltre l’Istat, nel Rapporto annuale 2014 dedicato agli effetti economici e sociali della crisi, calcola in 6,3 milioni di unità la forza di lavoro italiana non utilizzata: accanto a 3,1 milioni di disoccupati vi sono insomma altri 3,2 milioni di persone che non cercano un’occupazione, almeno nell’economia emersa. Il risultato del Pd, molto superiore a quello previsto dai sondaggi, dipende in larga misura dal fatto che i suoi elettori, a differenza di una parte di quelli di Forza Italia, sono andati in massa a votare. E per spiegare ciò non sono sufficienti gli 80 euro in busta paga per i lavoratori dipendenti. Infatti se la base del Pd fosse stata contraria alla reintroduzione del contratto a termine nella versione originaria di Renzi e del ministro del [**Video_box_2**]Lavoro Poletti e avesse considerato inaccettabile la linea renziana di politica economica per il lavoro – basata sulla fine del modello consociativo e neo corporativo, propugnato dalla Cgil e caldeggiato dalla Confindustria sino a ieri – non sarebbero certo bastati gli 80 euro per indurla a dare a Renzi un consenso pressoché plebiscitario. Ci sarebbero stati molti astenuti, come invece è avvenuto per gli elettori di Forza Italia forse resi perplessi dal fatto che Renzi sosteneva la linea Biagi, che è nel loro Dna. Sinora il Jobs Act ha avuto elementi di nebulosità che si potevano giustificare con la preoccupazione di non scontentare quei parlamentari del Pd rimasti ancorati al modello neocorporativo, alla prevalenza del contratto nazionale su quello aziendale, al tabù della rigidità in uscita e alla riluttanza alla reintroduzione del criterio della produttività del lavoro che implica flessibilità. Dunque tocca al premier impiegare il suo straordinario successo elettorale in un’accelerazione della riforma del mercato del lavoro nella direzione della liberalizzazione e dell’incentivazione della produttività.