Il grande freddo delle province

Le province si ribellano ai tagli di spesa imposti dal governo, e per sostenere le loro ragioni scelgono due strade che lasciano perplessi, la prima anche di più: la minaccia di tenere al freddo gli alunni delle scuole di loro competenza e il ricorso al Tar. Forse è vero che sulle province, considerate l’anello debole (o superfluo) del sistema delle autonomie, si è concentrata una richiesta di risparmi particolarmente elevata.
21 AGO 20
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Le province si ribellano ai tagli di spesa imposti dal governo, e per sostenere le loro ragioni scelgono due strade che lasciano perplessi, la prima anche di più: la minaccia di tenere al freddo gli alunni delle scuole di loro competenza e il ricorso al Tar. Forse è vero che sulle province, considerate l’anello debole (o superfluo) del sistema delle autonomie, si è concentrata una richiesta di risparmi particolarmente elevata. Un conto è ridurre il numero degli enti intermedi e dei membri dei consigli, tagliare emolumenti e spese di rappresentanza spesso esagerate, un altro è disconoscere gli oneri che derivano dalla gestione di funzioni istituzionali, da quelle scolastiche a quelle stradali. Governo e Parlamento hanno definito le richieste di tagli guardando forse più alle impellenti esigenze di equilibrio globale del bilancio pubblico che alle specifiche problematiche poste da una corretta gestione dei servizi. Sono argomenti che in passato sono stati sostenuti dai comuni, che hanno poi ottenuto qualche temperamento delle misure che li riguardano, che oggi vengono sollevate dalle regioni sulla questione dei posti letto ospedalieri. E’ ragionevole discutere anche con le province, qualunque cosa si pensi sulla loro utilità come livello istituzionale, in considerazione dei servizi che a oggi sono chiamate a fornire. Discutere è una cosa, minacciare o ricattare, invece è un’altra. Una persona normalmente pacata come il presidente della provincia di Torino Antonio Saitta, da poco chiamato a presiedere l’Unione delle province italiane, dovrebbe saperlo. Adottando una linea di scontro sul piano giuridico e agendo come se gli alunni delle scuole fossero degli ostaggi da scambiare con le concessioni chieste al governo, si rischia di passare dalla parte del torto. Le amministrazioni provinciali, che l’anno prossimo saranno ridotte a un presidente e un paio di consiglieri, sembrano agire come chi non ha niente da perdere e quindi non si cura di adottare strumenti di pressione controproducenti. In questo modo le loro eventuali ragioni rischiano di non trovare udienza anche quando sono fondate.
Forse qualcuno comincia a rendersi conto che la linea della provocazione non paga, come ha fatto per esempio il presidente della provincia di Perugia, Marco Vinicio Guasticchi, che pure in un primo tempo aveva sostenuto la minaccia di Saitta. C’è da sperare che l’area della ragionevolezza si estenda, e nessuno pensi di far seguire alle parole già gravi atti concreti che sarebbero intollerabili. In quel caso si potrà forse trovare qualche spazio anche per discutere con il governo un’applicazione meno drastica dei tagli, a patto che questo sia giustificato solo da esigenze di salvaguardia dei servizi. Mentre tutta l’area delle spese non indispensabili va bonificata senza riguardi.