Il Cav. sceglie la via “obamiana”
Secondo gli auspici degli antipatizzanti Berlusconi doveva fare il “morto a galla”. E invece torna sulla scena. Periclitante l’ex competitor Giulio Tremonti, incartate le opposizioni politiche e sociali, il Cav. ha intravisto uno spazio sul palcoscenico e l’ha occupato: domani si presenta in Parlamento per parlare della situazione economica (previsti toni obamiani), giovedì mattina presiederà l’incontro tra governo e parti sociali.
21 AGO 20

Per questo, il premier si ripresenta alle Camere e alle parti sociali e prova a giocarsi il fine legislatura da protagonista: resta da vedere, però, se questo governo e questa maggioranza hanno ancora la forza e la coesione necessaria ad affrontare la tempesta che s’annuncia sui mercati mondiali e nelle procure di mezza Italia. Se il Cav., infatti, ha deciso di tornare nel cono di luce – anche a costo di oscurare i primi passi del neo segretario del Pdl Alfano – il palcoscenico su cui si dovrà muovere non gli è né congeniale né favorevole: non solo la crisi economica e i nostri conti pubblici lo costringono sulla difensiva, ma da quella posizione si trova a dover fronteggiare – come riconoscono perfino nel suo entourage – “quello che Antonio Gramsci ha chiamato il ricorrente sovversivismo delle classi dirigenti italiane” (fattispecie antropologica, peraltro, di cui lo stesso Berlusconi è stato un rappresentante, seppur nell’arena elettorale). La convinzione dei berlusconiani è che il nostro establishment socio-economico – in eterno conflitto con la controparte politica – punti ancora deciso su un governo tecnico. “Il sottinteso – ha scritto ieri Angelo Panebianco sul Corsera – è che i politici, i rappresentanti eletti, siano incompetenti, gente che sa fare solo disastri. Nell’ideale del governo dei tecnici si esprimono i sentimenti anti politici delle élite”. D’altronde il rapporto dei cosiddetti poteri forti col centrodestra di governo è pazzotico quanto irrisolto.
Negli ultimi anni di crisi, tanto in appelli pubblici quanto in colloqui privati, gli attori sociali tutti – Confindustria, sindacato trattativista, il mondo del credito e quello dell’europeismo tecnocratico – hanno invocato “discontinuità” e schiette politiche da centrodestra liberale, salvo poi rifiutare l’impegno diretto quando se ne presentava l’occasione: accadde col ministero delle Attività produttive – rifiutato da Marcegaglia, Montezemolo e Bonanni –, è accaduto recentemente con quello dell’Economia, schivato (salvo rivolgimenti clamorosi) da Lorenzo Bini Smaghi e Mario Monti. L’ex commissario europeo peraltro, candidato unico alla guida del futuro governo dei capaci (da ultimo il suo nome l’ha fatto il liberal pd Enrico Morando) ha già fatto capire che a Palazzo Chigi andrebbe volentieri. La “soluzione Monti” è un’eventualità osservata senza entusiasmo da Luca Cordero di Montezemolo, che in una chiamata da salvatore della patria confida da tempo. Ieri, sul sito di ItaliaFutura, la sua associazione, un articolo ha messo sotto accusa l’intero decennio berlusconiano: la spesa corrente continua ad aumentare, quella per investimenti si è più che dimezzata e, mancando un orizzonte strategico, si fa cassa con le maggiori entrate. Riassunto: “Sembra di essere negli anni Ottanta”.
Le opposizioni parlamentari al momento oscillano tra la tentazione di dare una delega in bianco ai nuovi ottimati e la consapevolezza che i governi tecnici, semplicemente, non esistono: “Sono un paravento, anche poco trasparente – spiegava ieri Emma Bonino – I nomi proposti saranno pure tecnici, manco noi fossimo gastronomi, ma tecnico o non tecnico dovranno essere le forze politiche e i gruppi parlamentari a votare la fiducia”; una soluzione del genere “sarebbe la sconfitta della politica”, ha scolpito Casini.
Più che in Parlamento, però, questa vicenda potrà trovare un suo senso nell’incontro di giovedì con le parti sociali: lì si capirà se il Cav. ha sufficiente creatività, consenso e forza per far uscire il paese dalla palude della bassa crescita e il suo esecutivo dallo stato confusionale. Maurizio Sacconi ha messo sul tavolo cinque punti: tagli alle tasse, liberalizzazioni, efficienza per gli investimenti sia pubblici sia privati, nuove relazioni industriali e “sobrietà democratica” (leggi: tagli alla politica). Il deputato del Pdl Giuliano Cazzola, che è meno diplomatico, la mette in un altro modo: “Se il governo intende avviare un confronto con le parti sociali dovrebbe avvertire i suoi interlocutori che, nell’attuale situazione, il modello di riferimento non sarebbero i ‘tarallucci e vino’ del protocollo del 1993 sottoscritto con Ciampi, ma le ‘lacrime e sangue’ (quanto a rigore e sacrifici) di cui era intriso quello del 31 luglio 1992 con il governo Amato”.