Così la destra libertaria ha vinto la guerra del debito (e dice di averla persa)

Il Tea Party ha vinto la guerra del debito americano e proprio per questo i suoi uomini vanno in giro a dire di averla persa. Ieri il Senato ha votato il compromesso raggiunto dai partiti – il testo era già stato approvato lunedì alla Camera – e il presidente, Barack Obama, lo ha convertito in legge qualche ora prima che scattasse il default. L’intransigente ragione sociale del movimento libertario non prevede esultanze in caso di compromesso, nemmeno quando gli esiti dell’accordo politico sono benefici.
21 AGO 20
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Durante le settimane della ferocia negoziale di Washington, la stessa associazione aveva mosso guerra al piano dello speaker della Camera, John Boehner, il quale ha sudato più camicie per mettere “in riga i culi” nel lato destro dell’emiciclo che per trovare un compromesso con gli avversari democratici. Dai candidati alle primarie repubblicane Ron Paul e Michele Bachmann – organici al Tea Party – fino ai rampanti del Congresso tipo Paul Ryan e Marco Rubio (che il settimanale conservatore Weekly Standard lancia come candidati di un improbabile ma intrigante ticket elettorale) passando per la durezza conservatrice di stampo classico di senatori come Jim DeMint, le lamentazioni del Tea Party per l’accordo che taglia 2.400 miliardi di dollari dalla spesa pubblica nei prossimi dieci anni in cambio dell’innalzamento immediato del tetto del debito incrociano pericolosamente quelle della sinistra liberal.
L’ala più estrema del progressismo bacchetta il presidente, Barack Obama, per aver ceduto alle richieste dei repubblicani stralciando nuove tasse dal testo dell’accordo: è con le entrate, dicono, che si sostiene la martoriata economia americana; il Tea Party invece onora la sua natura “giacobina” (il copyright è del politologo Mark Lilla) opponendosi a qualsiasi accordo, rifiutando a parole la logica stessa del tetto del debito pubblico, a prescindere dai contenuti di un compromesso inevitabilmente deludente. Il vicepresidente, Joe Biden, il quale notoriamente eccelle nel genere della gaffe, ha detto che gli uomini del Tea Party si sono “comportati come terroristi”, formula linguisticamente infelice per spiegare che le parole d’ordine della fronda libertaria hanno tenuto in ostaggio le sezioni moderate del Gop. Joe Nocera, editorialista del New York Times, scrive che gli uomini del Tea Party “credono che per raggiungere i loro obiettivi si possa far esplodere il paese”: sono degli invasati della spesa pubblica, dice il columnist democratico, dei mezzi cingolati pronti a calpestare il buonsenso politico in nome di un ideale inscalfibile fatto di tagli e ancora tagli alla spesa pubblica.
In realtà, il Tea Party si crogiuola abilmente nella discrepanza fra parole e fatti. Mentre inveisce contro la fedifraga moderazione di Boehner incassa l’esclusione di nuove tasse dall’accordo (in attesa della scadenza dei tagli fiscali di Bush alla fine del 2012, ma già a destra si attrezzano per dire che l’inasprimento della pressione non equivale all’introduzione di nuove tasse) e si piazza in prima fila per nominare uomini intransigenti nella supercommissione che dovrà decidere come e dove tagliare la spesa. In più, ottiene le prime restrizioni del budget del Pentagono, feticcio dell’oltranzismo repubblicano che in nome dei conti sacrifica a cuor leggero il potere militare americano. A Obama viene concessa l’unica contropartita politica che davvero ha a cuore: evitare che si torni a parlare di budget e debito pubblico durante la campagna elettorale.
Il dibattito di Washington dunque ha riattivato i circuiti del Tea Party, movimento che ha subito un’inevitabile flessione dopo la grande vittoria delle elezioni di midterm del novembre scorso. Quello che rimane fuori dalla fitta trama dei calcoli politici è il giudizio delle agenzie di rating sul debito americano. Come ha spiegato ieri il segretario del Tesoro, Timothy Geithner, non è affatto certo che l’accordo raggiunto su base politica garantisca al debito americano di mantenere la tripla A, certificazione a un tempo fattiva e simbolica della solidità dell’impianto economico americano. “Una temporanea tregua nella guerra fiscale non basta per affrontare i problemi del debito americano nel lungo periodo. Le agenzie di rating sarebbero giustificate se riconsiderassero il loro giudizio sul debito”, scrivono Vincent e Carmen Reinhart sul Financial Times, riflettendo umori trasversali del Congresso. “La guerra del debito ha spaventato gli investitori”, ha detto Geithner, e dopo la risalita della Borsa di Wall Street propiziata dalle notizie dell’accordo, ieri gli indici hanno nuovamente perso terreno per via dei timori del downgrade, spauracchio che muove l’universo volatile dei mercati. A questo pensavano le menti moderate del Gop mentre negoziavano un accordo, ma non il Tea Party, che ha incassato una vittoria politica che si premura di descrivere come una sconfitta.