Come ti sradico la Rai in Grecia
“L’Ellinikí Radiofonía Tileórasi (Ert, la Rai greca, ndr) è un caso di opacità unica e di spreco incredibile di soldi pubblici. Tutto questo finisce oggi. Il governo ha deciso di chiudere Ert da questa notte”. Se oggi i dirigenti e i dipendenti della Rai italiana temono i tagli di spesa approvati dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, figurarsi cosa proverebbero di fronte a una comunicazione simile a quella che diede lo scorso anno in diretta televisiva Simos Kedikoglou, portavoce del governo greco. Leggi anche Rizzini Basta con la Rai corporazione

“L’Ellinikí Radiofonía Tileórasi (Ert, la Rai greca, ndr) è un caso di opacità unica e di spreco incredibile di soldi pubblici. Tutto questo finisce oggi. Il governo ha deciso di chiudere Ert da questa notte”. Se oggi i dirigenti e i dipendenti della Rai italiana temono i tagli di spesa approvati dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, figurarsi cosa proverebbero di fronte a una comunicazione simile a quella che diede lo scorso anno in diretta televisiva Simos Kedikoglou, portavoce del governo greco. “Ert costa dalle tre alle sette volte in più rispetto ad altre stazioni televisive, i suoi dipendenti dalle quattro alle sei volte in più, e il tutto per un’audience molto ristretta, pari alla metà di un’emittente privata media”, aggiunse Kedikoglou. Risultato: poco prima della mezzanotte dell’11 giugno 2013, il ripetitore principale di Ert – situato su un monte vicino ad Atene – veniva “neutralizzato” dalla polizia, le trasmissioni oscurate di colpo. Il governo di grande coalizione – formato da Nuova democrazia (centrodestra), Pasok (socialisti) e altri partiti minori – in realtà non prometteva l’oscuramento perpetuo: piuttosto fece intendere che la chiusura era l’unica opzione per poi mettere mano all’azienda pubblica irriformabile per eccellenza. L’Ert avrebbe dovuto riaprire solo una volta che fosse stata ristrutturata e snellita. Dopo un anno infatti ha riaperto, ricominciando a trasmettere all’inizio di questo mese col nuovo nome di “Nerit”. Con 1.000 dipendenti in meno rispetto ai 2.700 originari, con contratti di lavoro bimensili invece che a tempo indeterminato e costi ridotti a un terzo di quelli di un anno fa. Vedremo poi com’è stato possibile.
Ma torniamo alla vecchia Ert: 2.700 dipendenti, cinque canali televisivi, sette stazioni radio ad Atene, tre a Salonicco e 19 regionali, editrice di una rivista di gossip (“Radiotileorasi”). La stessa Ert cui il periodico liberal Ethnos aveva dedicato un anno fa un lungo e urticante reportage intitolato “La macchinazione dei sindacalisti di Ert: così distribuivano contributi ad amici e parenti”. La stessa Ert in cui 150 tecnici radio sarebbero stati sistematicamente (e ingiustamente) indennizzati per il fatto di svolgere un lavoro “usurante” e la stessa in cui il presidente di Pospert (sindacato dei lavoratori del servizio pubblico) assieme alla moglie (anche lei dipendente Ert) si era assicurato un bonus di 50 mila euro per una figlia malata che viveva a suo carico (in realtà però in buona salute e sposata). Un andazzo che in Grecia era diventato addirittura senso comune, al punto che già un anno fa un cittadino ellenico su tre diceva di non volersi stracciare le vesti per la decisione di chiudere l’emittente. “Per la maggioranza dei miei concittadini, che pure non condivisero una scelta comunicata ed eseguita dal governo nel giro di sole tre ore, Ert era uno dei simboli di un sistema corrotto – dice al Foglio George Tzogopoulos, ricercatore del think tank ateniese Eliamep e autore di un libro sulla ricezione della crisi ellenica nella stampa internazionale (“The Greek Crisis in the Media”, edito da Ashgate) – I media internazionali hanno raccontato soltanto un lato di quella vicenda, non hanno approfondito cosa succedeva dentro Ert né la qualità dei suoi programmi”. La chiusura temporanea di Ert, sui nostri schermi televisivi, divenne l’ultimo crimine da imputare all’austerity, un ritorno al tempo dei colonnelli che questa volta vestivano la divisa del Fondo monetario internazionale, il tutto simbolizzato dal commovente video dell’ultimo concerto dell’orchestra sinfonica della Ert. “Il governo ha fatto una scelta coraggiosa – disse invece in quel momento, in una conversazione con il Foglio, Paschos Mandravelis, editorialista del quotidiano greco Kathimerini, uno dei principali giornali greci, l’unico con una versione in inglese pubblicata in collaborazione con il New York Times – Non c’era alternativa”. Oggi, con la televisione pubblica che ha appena ricominciato a trasmettere su un solo canale, siamo tornati a chiedergli cosa pensi di quanto accaduto: “La chiusura fu giusta, fu un segnale. Ma poi il governo ha dimostrato di non avere un piano serio per ammodernare Ert. Così rischiamo tra qualche mese di avere lo stesso numero di dipendenti e costi perfino maggiori per lo stato”, dice Mandravelis. Che poi ricorda come un anno fa “ci trovavamo in prossimità di una scadenza della Troika (composta da Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, ndr), entro la quale il governo avrebbe dovuto licenziare alcune migliaia di dipendenti in cambio di una tranche di fondi. Si pensò così di sacrificare gli oltre 2.000 lavoratori di Ert, emittente non proprio popolare”. E oggi cosa succede?
George Giannoulis, già parlamentare e ora vicepresidente del movimento liberale e liberista Dimiourgia Xana che alle elezioni europee ha raccolto l’1 per cento dei consensi, descrive la recente parabola di Ert come un ennesimo caso di quello che il politologo greco Takis Pappas chiama “bipartitismo populista”. “Nella vicenda di Ert hanno pesato molto gli interessi delle televisioni private, il loro desiderio di fare fuori una voce d’informazione che era almeno potenzialmente indipendente. E quando si parla di ‘televisioni private’ in Grecia – dice Giannoulis al Foglio – bisogna capire che stiamo parlando di gruppi privati che vivono grazie alla pubblicità statale e ai finanziamenti delle banche puntellate sempre dallo stato. Imprenditori para-pubblici, insomma, interessati a eliminare ogni tipo di concorrenza”. All’interno di Ert, invece, il politico liberale identifica “l’esistenza di poteri di veto, soprattutto sindacali, che impediscono qualsiasi riforma meritocratica”. Ecco dunque “la tenaglia immobilista” che secondo Giannoulis rischia di rendere “vano” il gesto di Samaras di un anno fa.
Tzogopoulos, ricercatore di Eliamep, sottolinea un altro aspetto critico che non sarebbe stato affrontato con sufficiente risolutezza: “Nel passaggio da Ert a Nerit, non sembrano cambiati i criteri di assunzione. Per dirigenti e anchorman di punta, che orientano la linea editoriale, la vicinanza al governo è stato e rimane il requisito più importante. Per esempio Antonis Makridimitris, il nuovo Ceo scelto poche settimane fa dal Consiglio di supervisione indipendente, è un professore dell’Università di Atene ma è notoriamente vicino al partito di centrodestra, Nuova democrazia. Anche per questo oggi si tende a riassumere i giornalisti licenziati ieri, escludendo a priori migliaia di giovani giornalisti qualificati”.
Una fonte interna a Ert, che preferisce rimanere anonima, sostiene addirittura che la mossa del governo finirà per costare di più dello status quo ante: “Non solo per il regalo fatto alla concorrenza privata e quindi alle perdite in termini pubblicitari. Ma anche per la lunga serie di ricorsi, come quelli di fronte ai giudici del lavoro che obbligheranno lo stato a risarcire centinaia di dipendenti”. I costi di tutto ciò, però, “non sono ancora stimabili”, concede la stessa fonte.
Cambiare tutto per non cambiare nulla, dunque? Non proprio, ammettono anche i più critici della chiusura di Ert. Innanzitutto dal punto di vista simbolico e politico. Mai, prima del giugno dello scorso anno, era stata messa in dubbio la legittimità dello strapotere pubblico nell’informazione radiotelevisiva, costi quel che costi, con tanto di riserva garantita per i vari potentati politici e sindacali. Non a caso il governo guidato da Samaras pagò cara la decisione di interrompere le trasmissioni di Ert, perdendo quasi subito il sostegno del partito Sinistra democratica e vedendo così indebolita la propria grande coalizione. Samaras pensò comunque di poter andare avanti. Ci furono le manifestazioni dei giornalisti locali e poi di quelli europei con loro solidali. Ci furono le occupazioni delle sedi e gli sgomberi della polizia, con annesso immancabile ricorso giudiziario. Tuttavia il 27 febbraio scorso il Consiglio di stato, uno dei due tribunali supremi del paese, ha giudicato “costituzionale e legittima” la chiusura temporanea di Ert.
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Dal punto di vista delle finanze pubbliche, poi, un relativo sollievo finora sembra esserci stato. (Anche se i costi sociali, come in ogni processo di riforma radicale, non sono ovviamente mancati). Come detto, lo scorso giugno i dipendenti di Ert erano 2.700. Da agosto, per le trasmissioni provvisorie di “Delta t” (da inizio maggio ribattezzata “Nerit”), sono ricominciate le assunzioni. A oggi sono state contrattualizzate circa 1.700 persone, cioè 1.000 in meno rispetto alla pianta organica originaria. E il governo ha fatto intendere di non voler comunque superare quota 2.000. Il piano dell’ex Ceo, George Prokopakis, era ancora più temerario (o temuto, a seconda dei gusti): una mini redazione centrale con contratti stabili, e poi per tutto il resto si sarebbe dovuto procedere a una esternalizzazione verso service esterni e con accordi sempre revocabili. “Se Nerit si concentrasse su informazione, cultura ed educazione, lasciando da parte la produzione di format, serie d’intrattenimento e l’acquisto di diritti sui programmi sportivi – dice il liberale Giannoulis – allora basterebbe la metà dei dipendenti rispetto a un anno fa”. Per ora, comunque, i dipendenti sono 1.700. Un anno fa – ripete l’esecutivo – erano 2.700.
Non solo: per il momento i nuovi contratti stipulati sono quasi tutti a tempo determinato e della durata di due mesi. Un modo per non conteggiare i nuovi lavoratori come “dipendenti pubblici” e quindi sfuggire agli occhiuti emissari della Troika, dicono i critici dell’esecutivo. Può far sorridere, ma è plausibile. Comunque il taglio dei costi c’è stato. Secondo il governo, infatti, la nuova società, Nerit, riceverà 191 milioni di euro di finanziamento l’anno ma costerà solo 101 milioni. Fino al 2013 il costo annuale era di 300 milioni di euro l’anno. C’è stato un taglio drastico, stando alle cifre ufficiali. E i cittadini se ne sono accorti. Non soltanto perché per qualche settimana, la scorsa estate, hanno dovuto guardare film in bianco e nero sulla televisione pubblica, in attesa che i giornalisti tornassero al lavoro. Ma soprattutto perché il canone, che in Grecia si paga con la bolletta elettrica (come vorrebbe qualche paladino anti evasione qui in Italia) e quindi indipendentemente dal fatto che si fruisca o meno della televisione pubblica, è stato eliminato per alcuni mesi. Da gennaio, poi, ciascuno ha dovuto ricominciare a pagare, ma meno di prima: se Ert costava poco più di 50 euro a famiglia ogni anno fino al 2013, oggi Nerit costa 36 euro l’anno. A qualcuno non suonerà come un miracolo, ma è pur vero che sarebbe difficile trovare un qualsiasi cittadino italiano che possa risentirsi per uno sconto paragonabile sul canone della nostra Rai. Dopo una cura in stile Samaras, passerebbe dai 113,5 euro l’anno di oggi a 80 euro. Chissà cosa ne pensa Renzi.
George Giannoulis, già parlamentare e ora vicepresidente del movimento liberale e liberista Dimiourgia Xana che alle elezioni europee ha raccolto l’1 per cento dei consensi, descrive la recente parabola di Ert come un ennesimo caso di quello che il politologo greco Takis Pappas chiama “bipartitismo populista”. “Nella vicenda di Ert hanno pesato molto gli interessi delle televisioni private, il loro desiderio di fare fuori una voce d’informazione che era almeno potenzialmente indipendente. E quando si parla di ‘televisioni private’ in Grecia – dice Giannoulis al Foglio – bisogna capire che stiamo parlando di gruppi privati che vivono grazie alla pubblicità statale e ai finanziamenti delle banche puntellate sempre dallo stato. Imprenditori para-pubblici, insomma, interessati a eliminare ogni tipo di concorrenza”. All’interno di Ert, invece, il politico liberale identifica “l’esistenza di poteri di veto, soprattutto sindacali, che impediscono qualsiasi riforma meritocratica”. Ecco dunque “la tenaglia immobilista” che secondo Giannoulis rischia di rendere “vano” il gesto di Samaras di un anno fa.
Tzogopoulos, ricercatore di Eliamep, sottolinea un altro aspetto critico che non sarebbe stato affrontato con sufficiente risolutezza: “Nel passaggio da Ert a Nerit, non sembrano cambiati i criteri di assunzione. Per dirigenti e anchorman di punta, che orientano la linea editoriale, la vicinanza al governo è stato e rimane il requisito più importante. Per esempio Antonis Makridimitris, il nuovo Ceo scelto poche settimane fa dal Consiglio di supervisione indipendente, è un professore dell’Università di Atene ma è notoriamente vicino al partito di centrodestra, Nuova democrazia. Anche per questo oggi si tende a riassumere i giornalisti licenziati ieri, escludendo a priori migliaia di giovani giornalisti qualificati”.
Una fonte interna a Ert, che preferisce rimanere anonima, sostiene addirittura che la mossa del governo finirà per costare di più dello status quo ante: “Non solo per il regalo fatto alla concorrenza privata e quindi alle perdite in termini pubblicitari. Ma anche per la lunga serie di ricorsi, come quelli di fronte ai giudici del lavoro che obbligheranno lo stato a risarcire centinaia di dipendenti”. I costi di tutto ciò, però, “non sono ancora stimabili”, concede la stessa fonte.
Cambiare tutto per non cambiare nulla, dunque? Non proprio, ammettono anche i più critici della chiusura di Ert. Innanzitutto dal punto di vista simbolico e politico. Mai, prima del giugno dello scorso anno, era stata messa in dubbio la legittimità dello strapotere pubblico nell’informazione radiotelevisiva, costi quel che costi, con tanto di riserva garantita per i vari potentati politici e sindacali. Non a caso il governo guidato da Samaras pagò cara la decisione di interrompere le trasmissioni di Ert, perdendo quasi subito il sostegno del partito Sinistra democratica e vedendo così indebolita la propria grande coalizione. Samaras pensò comunque di poter andare avanti. Ci furono le manifestazioni dei giornalisti locali e poi di quelli europei con loro solidali. Ci furono le occupazioni delle sedi e gli sgomberi della polizia, con annesso immancabile ricorso giudiziario. Tuttavia il 27 febbraio scorso il Consiglio di stato, uno dei due tribunali supremi del paese, ha giudicato “costituzionale e legittima” la chiusura temporanea di Ert.
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Dal punto di vista delle finanze pubbliche, poi, un relativo sollievo finora sembra esserci stato. (Anche se i costi sociali, come in ogni processo di riforma radicale, non sono ovviamente mancati). Come detto, lo scorso giugno i dipendenti di Ert erano 2.700. Da agosto, per le trasmissioni provvisorie di “Delta t” (da inizio maggio ribattezzata “Nerit”), sono ricominciate le assunzioni. A oggi sono state contrattualizzate circa 1.700 persone, cioè 1.000 in meno rispetto alla pianta organica originaria. E il governo ha fatto intendere di non voler comunque superare quota 2.000. Il piano dell’ex Ceo, George Prokopakis, era ancora più temerario (o temuto, a seconda dei gusti): una mini redazione centrale con contratti stabili, e poi per tutto il resto si sarebbe dovuto procedere a una esternalizzazione verso service esterni e con accordi sempre revocabili. “Se Nerit si concentrasse su informazione, cultura ed educazione, lasciando da parte la produzione di format, serie d’intrattenimento e l’acquisto di diritti sui programmi sportivi – dice il liberale Giannoulis – allora basterebbe la metà dei dipendenti rispetto a un anno fa”. Per ora, comunque, i dipendenti sono 1.700. Un anno fa – ripete l’esecutivo – erano 2.700.
Non solo: per il momento i nuovi contratti stipulati sono quasi tutti a tempo determinato e della durata di due mesi. Un modo per non conteggiare i nuovi lavoratori come “dipendenti pubblici” e quindi sfuggire agli occhiuti emissari della Troika, dicono i critici dell’esecutivo. Può far sorridere, ma è plausibile. Comunque il taglio dei costi c’è stato. Secondo il governo, infatti, la nuova società, Nerit, riceverà 191 milioni di euro di finanziamento l’anno ma costerà solo 101 milioni. Fino al 2013 il costo annuale era di 300 milioni di euro l’anno. C’è stato un taglio drastico, stando alle cifre ufficiali. E i cittadini se ne sono accorti. Non soltanto perché per qualche settimana, la scorsa estate, hanno dovuto guardare film in bianco e nero sulla televisione pubblica, in attesa che i giornalisti tornassero al lavoro. Ma soprattutto perché il canone, che in Grecia si paga con la bolletta elettrica (come vorrebbe qualche paladino anti evasione qui in Italia) e quindi indipendentemente dal fatto che si fruisca o meno della televisione pubblica, è stato eliminato per alcuni mesi. Da gennaio, poi, ciascuno ha dovuto ricominciare a pagare, ma meno di prima: se Ert costava poco più di 50 euro a famiglia ogni anno fino al 2013, oggi Nerit costa 36 euro l’anno. A qualcuno non suonerà come un miracolo, ma è pur vero che sarebbe difficile trovare un qualsiasi cittadino italiano che possa risentirsi per uno sconto paragonabile sul canone della nostra Rai. Dopo una cura in stile Samaras, passerebbe dai 113,5 euro l’anno di oggi a 80 euro. Chissà cosa ne pensa Renzi.
Leggi anche Rizzini Basta con la Rai corporazione