Un po' di malevolenze su John Mayall, Miles e Anthony Braxton, con lieto fine sulle Dum Dum Girls

Pasticcini pasquali. A cominciare da un paio indigesti. Ovvero: quando un disco, che all’apparenza ti attrae, si rivela così irritante che meriterebbe quell’antico e liberatorio rituale nato allorché eravamo giovanissimi ascoltatori, ma severi ed esigenti: le schifezze si volano giù dalla finestra.
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Pasticcini pasquali. A cominciare da un paio indigesti. Ovvero: quando un disco, che all’apparenza ti attrae, si rivela così irritante che meriterebbe quell’antico e liberatorio rituale nato allorché eravamo giovanissimi ascoltatori, ma severi ed esigenti: le schifezze si volano giù dalla finestra. Ebbene, misteriose suggestioni c’inducono in tentazione nei confronti di uno che avevamo già in sospetto a 18 anni: John Mayall, l’eterno vagabondo col suo carrozzone del brit blues, di solito un’accozzaglia di talentuosi mercenari annoiati, figuriamoci adesso che ha l’età giusta per starsene a giocare a pinnacolo al club del musicista decrepito di Blackpool. Sarà la copertina vintage di questo ennesimo live dell’allampanato fondatore dei Bluesbrakers, “Howlin’ At The Moon”, ma ci siamo cascati e l’abbiamo comprato anche se le promesse non erano granché: registrazione dal vivo fine anni Ottanta, effettuata in qualche posto in Ungheria. Erano i nomi dei musicisti a stuzzicarci, Mick Taylor alla chitarra, John McVie al basso a fianco a turnisti sconosciuti. Beh: un disastro. Una band da commedia satirica inglese, quelle sui disoccupati che per sbarcare il lunario si reinventano rockers, un set rimpinzato di luoghi comuni, a partire da un sax flautolento e un chitarrista dal tocco di fabbro, e sul tutto la belante voce di Mayall che, bisogna dire, 40 anni più tardi dalla prima volta che ci sembrò indigesta, ci sembra indigesta allo stesso modo. Una porcheria da bancarella, non fatevi fregare. Non so se il blues bianco di questi tempi goda di accettabile salute, ma certamente non abita più qui.