Perché le felici idee di Sarko-Stiglitz spingono in su il pil italiano
L’esigenza di indicatori dello sviluppo e del benessere più ampi del pil non è nuova ed è anche legata al fatto che con l’aumentare della complessità dei sistemi economici gli indicatori di misurazione tradizionali, come il pil, si dimostrano sempre più inadeguati. La vera novità, dunque, non è tanto nelle idee proposte dalla Commissione coordinata da Joseph Stiglitz, quanto nel fatto che per la prima volta tale istanza non venga da istituzioni internazionali o ambienti accademici, ma dal governo di un grande paese occidentale come la Francia, cioè dalla politica. di Marco Fortis

L’esigenza di indicatori dello sviluppo e del benessere più ampi del pil non è nuova ed è anche legata al fatto che con l’aumentare della complessità dei sistemi economici gli indicatori di misurazione tradizionali, come il pil, si dimostrano sempre più inadeguati. La vera novità, dunque, non è tanto nelle idee proposte dalla Commissione coordinata da Joseph Stiglitz, quanto nel fatto che per la prima volta tale istanza non venga da istituzioni internazionali o ambienti accademici, ma dal governo di un grande paese occidentale come la Francia, cioè dalla politica.
Già 20 anni fa in Italia Giorgio Fuà teorizzava nel suo “Crescita economica. L’insidia delle cifre” la necessità di disporre di una misura della crescita più completa del pil. Negli anni c’è stata una proliferazione di indicatori che hanno cercato di intercettare la crescente complessità delle dinamiche dello sviluppo e del benessere, dall’indice dello sviluppo umano, proposto dall’Onu, che tiene conto dei livelli di istruzione e dell’aspettativa di vita alla nascita, a tentativi ulteriori, come quello dell’Economist Intelligence Unit, che circa tre anni fa ha introdotto accanto al pil pro capite a parità di potere di acquisto altri parametri.
La maggiore attenzione verso i consumi, prima raccomandazione della Commissione Stiglitz, è importante. Infatti la produzione non sempre coincide con il benessere dei cittadini. Questo è evidente, ad esempio, nei paesi forti esportatori, nei quali la produzione di beni non è che in parte destinata alla collettività interna e quindi non si traduce automaticamente in reddito goduto. Si pensi alla Cina, o alla Germania. Non a caso, in Germania la dinamica dei consumi è stata inferiore a quella del pil negli ultimi anni, essendo stato quest’ultimo trainato soprattutto dall’export. Altro aspetto centrale è guardare alla ricchezza delle famiglie. Le famiglie italiane hanno una ricchezza netta elevata, solida, basata soprattutto su asset fisici come le case, i cui valori, inoltre, in questi anni non si sono “gonfiati” come altrove. La ricchezza netta delle famiglie italiane secondo l’Ocse è tra le più elevate al mondo, pari a più di otto volte il reddito disponibile.
Il pil è un indicatore di flusso, come il conto economico di un’azienda, ma bisogna guardare anche allo stato patrimoniale, che in una nazione non è costituito solo dai conti pubblici ma anche dall’aggregato dei conti privati (famiglie, imprese, banche): se una crescita molto forte è ottenuta a costo di un indebitamento privato eccessivo e non sostenibile, un’economia nazionale corre gli stessi rischi di un gruppo industriale che finisce in difficoltà per i troppi debiti. E’ ciò che è avvenuto agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, alla Spagna, all’Irlanda, all’Islanda in occasione di questa crisi globale.
Già secondo l’indice di qualità della vita dell’Economist, considerando altri parametri oltre al pil per sintetizzare una idea più complessa del benessere, l’Italia faceva un’ottima figura in classifica piazzandosi ottava, a dati del 2005, dopo Irlanda, Svizzera, vari paesi scandinavi e Australia, mentre gli Stati Uniti erano tredicesimi, il Giappone diciassettesimo, la Francia venticinquesima, la Germania ventiseiesima e la Gran Bretagna addirittura ventinovesima. L’indice dell’Economist da allora non è stato più aggiornato (speriamo non solo per la brutta figura in classifica dell’Inghilterra).
Se si adottassero invece i criteri della Commissione Stiglitz, l’Italia avrebbe certamente una valutazione migliore di quanto non emerge dal solo pil soprattutto per la sua superiore qualità della vita, per l’aspettativa di vita alla nascita (tra le più elevate) e per la cospicua ricchezza netta delle famiglie.
Già 20 anni fa in Italia Giorgio Fuà teorizzava nel suo “Crescita economica. L’insidia delle cifre” la necessità di disporre di una misura della crescita più completa del pil. Negli anni c’è stata una proliferazione di indicatori che hanno cercato di intercettare la crescente complessità delle dinamiche dello sviluppo e del benessere, dall’indice dello sviluppo umano, proposto dall’Onu, che tiene conto dei livelli di istruzione e dell’aspettativa di vita alla nascita, a tentativi ulteriori, come quello dell’Economist Intelligence Unit, che circa tre anni fa ha introdotto accanto al pil pro capite a parità di potere di acquisto altri parametri.
La maggiore attenzione verso i consumi, prima raccomandazione della Commissione Stiglitz, è importante. Infatti la produzione non sempre coincide con il benessere dei cittadini. Questo è evidente, ad esempio, nei paesi forti esportatori, nei quali la produzione di beni non è che in parte destinata alla collettività interna e quindi non si traduce automaticamente in reddito goduto. Si pensi alla Cina, o alla Germania. Non a caso, in Germania la dinamica dei consumi è stata inferiore a quella del pil negli ultimi anni, essendo stato quest’ultimo trainato soprattutto dall’export. Altro aspetto centrale è guardare alla ricchezza delle famiglie. Le famiglie italiane hanno una ricchezza netta elevata, solida, basata soprattutto su asset fisici come le case, i cui valori, inoltre, in questi anni non si sono “gonfiati” come altrove. La ricchezza netta delle famiglie italiane secondo l’Ocse è tra le più elevate al mondo, pari a più di otto volte il reddito disponibile.
Il pil è un indicatore di flusso, come il conto economico di un’azienda, ma bisogna guardare anche allo stato patrimoniale, che in una nazione non è costituito solo dai conti pubblici ma anche dall’aggregato dei conti privati (famiglie, imprese, banche): se una crescita molto forte è ottenuta a costo di un indebitamento privato eccessivo e non sostenibile, un’economia nazionale corre gli stessi rischi di un gruppo industriale che finisce in difficoltà per i troppi debiti. E’ ciò che è avvenuto agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, alla Spagna, all’Irlanda, all’Islanda in occasione di questa crisi globale.
Già secondo l’indice di qualità della vita dell’Economist, considerando altri parametri oltre al pil per sintetizzare una idea più complessa del benessere, l’Italia faceva un’ottima figura in classifica piazzandosi ottava, a dati del 2005, dopo Irlanda, Svizzera, vari paesi scandinavi e Australia, mentre gli Stati Uniti erano tredicesimi, il Giappone diciassettesimo, la Francia venticinquesima, la Germania ventiseiesima e la Gran Bretagna addirittura ventinovesima. L’indice dell’Economist da allora non è stato più aggiornato (speriamo non solo per la brutta figura in classifica dell’Inghilterra).
Se si adottassero invece i criteri della Commissione Stiglitz, l’Italia avrebbe certamente una valutazione migliore di quanto non emerge dal solo pil soprattutto per la sua superiore qualità della vita, per l’aspettativa di vita alla nascita (tra le più elevate) e per la cospicua ricchezza netta delle famiglie.
di Marco Fortis