Obama ha la P2 (Panetta e Petraeus)

Presto Barack Obama dovrà decidere quante truppe iniziare a richiamare dall’Afghanistan in estate, una deadline artificiale imposta due anni fa che il presidente americano deve almeno formalmente onorare per ragioni elettorali. Alla Casa Bianca fa molto comodo che in quel momento al Pentagono ci sia Leon Panetta, uno che ha sempre ricevuto voti molto alti dai professori di impostazione democratica. di Mattia Ferraresi e Daniele Raineri Leggi l'articolo in cui il Foglio annunciava il rimpasto di Washington
20 AGO 20
Immagine di Obama ha la P2 (Panetta e Petraeus)
Spostandolo al Pentagono, Obama ottiene tre effetti benefici: primo, dà al grande carrozzone della guerra una verniciata democratica, visto che lo stimatissimo (e stanchissimo) Bob Gates è pur sempre un repubblicano e uomo di Bush a cui Obama non aveva saputo opporre un’alternativa pescata dal proprio entourage. Secondo, mentre pubblicamente mostra un’inclinazione democratica, dà continuità interna alle operazioni. Gli insider del Pentagono dicono che Gates ha indicato personalmente Panetta come successore e Obama – che nel tempo ha imparato ad amare Gates – non può permettersi il lusso di un rimpasto con troppi attriti. Già ai tempi in cui gli uomini un po’ naïf di Obama entravano per la prima volta al Pentagono per iniziare la transizione, la parola più usata era “smooth”, liscio, perché tutto doveva andare liscio. La regola è ancora valida. Il terzo beneficio per Obama è che Panetta ha gli strumenti per occuparsi della questione più intricata per il Pentagono: il bilancio. Gates ha appaltato il dossier economico al suo secondo, William Lynn, un ex lobbista fuori dal radar di giornali e tv che ha fatto da amministratore delegato dell’azienda bellica. Per ora il dipartimento della Difesa ha evitato tagli radicali, ma nel medio periodo sarà difficile sottrarre la più controversa delle voci di bilancio, quella militare, dall’ascia a due lame – una a destra e una a sinistra – che si abbatte sui conti del governo. Panetta è l’uomo giusto per evitare che con la lama economica si ferisca anche la sicurezza nazionale.

La nomina di David Petraeus a direttore della Cia è il punto d’incontro di due grandi trasformazioni. La prima è personale, nessuno come lui ha rivoluzionato il ruolo del comandante in questa decade di guerre americane. In sintesi. Prima il generale stava chino sulle cartine a decidere come manovrare i carri armati. Ora è un diplomatico che deve conquistare la fiducia di un capo di stato straniero, trattare con tribù ostili, ordinare raid segreti delle forze speciali contro terroristi di alto livello, fare bella figura con l’inviato del New York Times, e tutto magari nella stessa giornata. I generali alla Norman Schwarzkopf, il trionfatore della Prima guerra nel Golfo, paragonati a lui sembrano bestioni primitivi. Il compito del moderno leader militare – impegnato contro un nemico come al Qaida che non ha né divise, né confini nazionali, né luoghi d’appartenenza – assomiglia più a quello del capo di una super intelligence, e infatti è come se Petraeus avesse ora trovato una collocazione naturale. La seconda trasformazione riguarda la Cia. Come accade quando alla Casa Bianca c’è un democratico, le azioni segrete e gli interventi risolutivi, spioni e forze speciali, sono tenuti nella massima considerazione e i “boots on the ground”, le grandi manovre militari, perdono ogni attrattiva.
Dalla Libia al Waziristan, la Cia si sta sempre di più militarizzando. Il problema è che i risultati non sono quelli sperati. Dal terrorista che entrò e fece strage nella base afghana dei servizi segreti con il pretesto di portare informazioni preziose – fu ricevuto addirittura con una torta al cioccolato, perché era il suo compleanno – alla campagna aerea con i droni nelle aree tribali che sta facendo collassare le relazioni diplomatiche con il Pakistan, la Cia ha decisamente bisogno di un organizzatore di genio. Se l’Amministrazione vuole disimpegnarsi militarmente da Afghanistan e Pakistan e lasciare il lavoro sporco ai servizi, la cosiddetta dottrina Biden, il nuovo direttore è the right man. I maligni notano che ora Petraeus con il suo nuovo impiego a Langley è sempre più lontano dalla corsa presidenziale.
Il suo posto in Afghanistan sarà preso da John Allen, generale dei marine in Iraq e ovviamente discepolo di Petraeus. Obama, che è dipinto come un idealista ma in realtà è un pragmatico cui non spiace affatto “l’usato sicuro” che ha già dimostrato di funzionare sotto George W. Bush, sta per mandare a Kabul l’altro grande protagonista della stabilizzazione in Iraq nel 2007-2008, l’ambasciatore Ryan Crocker.
di Mattia Ferraresi e Daniele Raineri