Monti tenga da conto Münchau&Co.
Gli interventi di Wolfgang Münchau, editorialista del Financial Times e già direttore dell’edizione teutonica del quotidiano della City, a Mario Monti non piacciono per niente. Giudizio legittimo, è quasi banale dirlo. Tuttavia non è sufficiente, né utile, liquidare l’editorialista in questione come uno che porta avanti “una vecchia polemica con Merkel e vorrebbe che tutti dessero colpi d’ariete per far saltare l’Eurozona” (come disse il premier a gennaio, dopo un primo giudizio critico di Münchau sul suo operato) o come un autore di contributi “di peso irrilevante”, uno dei tanti commentatori del Ft (come ha detto il premier in queste ore). Innanzitutto perché non è vero.
20 AGO 20

Gli interventi di Wolfgang Münchau, editorialista del Financial Times e già direttore dell’edizione teutonica del quotidiano della City, a Mario Monti non piacciono per niente. Giudizio legittimo, è quasi banale dirlo. Tuttavia non è sufficiente, né utile, liquidare l’editorialista in questione come uno che porta avanti “una vecchia polemica con Merkel e vorrebbe che tutti dessero colpi d’ariete per far saltare l’Eurozona” (come disse il premier a gennaio, dopo un primo giudizio critico di Münchau sul suo operato) o come un autore di contributi “di peso irrilevante”, uno dei tanti commentatori del Ft (come ha detto il premier in queste ore). Innanzitutto perché non è vero.
Il ragionamento di Münchau infatti è tutt’altro che isolato. E’ vero, la mamma degli sfascia-conti pubblici è sempre incinta, soprattutto a queste latitudini, ma Münchau non appartiene a quella genìa. Fa parte piuttosto di una schiera di pensatori – sul Foglio ne abbiamo ospitati di italianissimi e di europeisti – che non dubitano della necessità di un aggiustamento “strutturale” per l’Italia, ma che contestano l’idea che si possa uscire dalla crisi – generata da troppo debito e da scarsa competitività – con una cura fatta di pareggio di bilancio subito, e soltanto in un secondo momento di riforme di sistema. Ultimi arrivati in questa schiera di eterodossi contestatori del “Berlin consensus” sono i sostenitori del “Washington consensus”.
Il ragionamento di Münchau infatti è tutt’altro che isolato. E’ vero, la mamma degli sfascia-conti pubblici è sempre incinta, soprattutto a queste latitudini, ma Münchau non appartiene a quella genìa. Fa parte piuttosto di una schiera di pensatori – sul Foglio ne abbiamo ospitati di italianissimi e di europeisti – che non dubitano della necessità di un aggiustamento “strutturale” per l’Italia, ma che contestano l’idea che si possa uscire dalla crisi – generata da troppo debito e da scarsa competitività – con una cura fatta di pareggio di bilancio subito, e soltanto in un secondo momento di riforme di sistema. Ultimi arrivati in questa schiera di eterodossi contestatori del “Berlin consensus” sono i sostenitori del “Washington consensus”.
Vogliamo forse paragonare anche il Fondo monetario internazionale a un’ala parecchio spendacciona della Democrazia cristiana dei tempi d’oro? Eppure il messaggio che arriva da Washington, come spiega oggi Stefano Cingolani sul Foglio, non manca di punti di contatto con le tesi di Münchau: le riforme strutturali generano crescita nel medio-lungo periodo, ma se nel breve periodo distruggiamo ricchezza a ritmi mai visti, allora tra cinque-dieci anni chissà come ci arriveremo ridotti. D’altronde la Germania di Gerhard Schröder realizzò riforme coraggiose all’inizio degli anni 2000, ma lo fece mentre il resto dell’economia europea tirava, potendo spingere sul pedale dell’export senza problemi, per esempio; e con il permesso, accordato guardacaso dall’Ue, di sforare il vincolo che imponeva un rapporto deficit/pil al 3 per cento.
L’emergenza finanziaria imponeva pure di tassarci tutti e di più, così da tranquillizzare indirettamente la Banca centrale europea, consentendo a Mario Draghi di battere le resistenze di Berlino e operare come prestatore di ultima istanza. Su questo non ci piove. Con l’emergenza alle spalle, però, un ripensamento si impone. L’aggiustamento di competitività e conti pubblici non può pesare sui soli paesi del sud Europa. Non soltanto perché le responsabilità degli squilibri non albergano tutte sulle rive del Mediterraneo, ma soprattutto perché un processo comunitario di questo tipo diventa politicamente insostenibile. In Europa – Monti l’ha detto più volte – sbattere i pugni sul tavolo non è utile. Ha ragione. Però, se l’obiettivo è convincere l’opinione pubblica a rimanere a quel tavolo anche in futuro, sarà bene attrezzarsi.