Le due mosse (mancate) di Obama per convincere la Merkel
Gli ultimi dati sull’occupazione negli Stati Uniti confermano una ripresa economica che segna il passo sull’onda della crisi europea e del rallentamento dei paesi emergenti. Non è un caso che gli strateghi del presidente Barack Obama abbiano identificato nell’acuirsi della crisi europea uno dei fattori critici, da “codice rosso”, che ne potrebbe irrimediabilmente compromettere la rielezione in novembre. di Domenico Lombardi Leggi Prove tecniche di grande scambio nell'Ue sull'orlo dell'abisso di David Carretta
20 AGO 20

Gli ultimi dati sull’occupazione negli Stati Uniti confermano una ripresa economica che segna il passo sull’onda della crisi europea e del rallentamento dei paesi emergenti. Non è un caso che gli strateghi del presidente Barack Obama abbiano identificato nell’acuirsi della crisi europea uno dei fattori critici, da “codice rosso”, che ne potrebbe irrimediabilmente compromettere la rielezione in novembre. Eppure la sua Amministrazione ha seguito in maniera proattiva lo svilupparsi della crisi, individuandone il carattere sistemico prima delle stesse cancellerie europee e insistendo sulla necessità di una risposta preventiva. Il proconsole che segue a tempo pieno la situazione, il sottosegretario al Tesoro Lael Brainard, è appena rientrato dall’ultima trasvolata atlantica con risultati non migliori dei precedenti. Solo pochi giorni fa a Washington si celebrava il comunicato del summit G8 di Camp David come un capolavoro di diplomazia che segnava inequivocabilmente l’isolamento del cancelliere tedesco presagendone l’imminente cambio di rotta. Invece, vi sono state almeno due opportunità mancate che avrebbero assicurato all’inquilino di Pennsylvania Avenue una leadership morale, anziché un posto di spettatore seppur in prima fila, nel palcoscenico improvvisato degli eventi europei.
Nel negoziato per rimpinguare le casse esauste del Fondo monetario internazionale che sarà finalizzato in occasione del prossimo summit del G20 previsto per metà giugno in Messico, l’Amministrazione Obama si è per esempio tenuta in disparte temendone le ripercussioni elettorali. La neutralità apparente nell’atteggiamento del più grande azionista, se non addirittura – dietro le quinte – tesa a minarne l’esito per contrastare le ambizioni degli azionisti più irrequieti, Cina in testa, ha avuto l’effetto di tardare la chiusura del negoziato e di limitarne l’efficacia. L’approccio agnostico dell’Amministrazione ha creato più di un problema al gruppo internazionalista e progressista dell’Amministrazione cinese che fa quadrato intorno alla figura del governatore della Banca centrale di Pechino, Zhou Xiaochuan, il quale probabilmente non si spingerà a raccomandare alle sue autorità un contributo aggiuntivo maggiore di 30 miliardi di dollari, meno di un terzo delle richiesta pervenutagli dal vertice del Fmi. Pur raddoppiando la sua potenza di fuoco a circa 800 miliardi di dollari, il Fmi rimarrà quindi un prestatore per le economie periferiche, amplificando il problema del razionamento delle risorse che la Germania ha imposto sul Fondo salva stati europeo. Allo stesso tempo, per la comunità internazionale (leggi: Stati Uniti), non si accresce significativamente l’effetto leva che sarebbe derivato da una dimensione maggiormente sistemica dell’istituzione internazionale anticrisi e che l’avrebbe portata a interloquire con maggiore efficacia, per esempio, con le autorità spagnole in questo delicato momento.
A questa opportunità mancata se ne affianca un’altra che Obama avrebbe potuto cogliere, seguendo l’approccio del G20 di Londra del 2009. Fra le varie misure anticrisi, in quell’occasione, si decise di raccomandare al Fmi l’emissione di diritti speciali di prelievo per 250 miliardi di dollari che l’istituzione prontamente emise – quasi come una Banca centrale stampa moneta – senza gravare sulle finanze dei suoi paesi membri. Fra gli altri, ne beneficiarono numerosi paesi in via di sviluppo che, pur esposti ai contraccolpi della crisi internazionale, non avevano sufficienti risorse per arginare il contagio dalla crisi. Un’analoga iniziativa, di cui gli Stati Uniti avrebbero beneficiato come tutti gli altri azionisti, avrebbe allentato il vincolo di bilancio dei governi europei nel rafforzare il Fondo salva stati e calmierare gli effetti della crisi in altri paesi. D’altro canto, se l’Amministrazione avesse ripiegato su una emissione di diritti speciali più simbolica e meno sistemica, nell’ordine, appunto, di 250 miliardi di dollari, avrebbe evitato quell’autorizzazione congressuale che molti adducono come vincolo a qualsiasi iniziativa di leadership della Casa Bianca in materia. Quello che è certo è che, oggi, l’Amministrazione si sente impotente e più vulnerabile ai venti di una crisi che sta per colpire e che nessuno riesce ad arginare da qualsiasi sponda dell’Atlantico.
di Domenico Lombardi
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