L’aborto farmacologico contrasta con la legge 194 anche perché lascia la donna sola
Al direttore - C’è chi ha contestato la mia condanna della pillola Ru486 dicendo che si tratta, come prescritto dalla 194, dell’“aggiornamento del personale sanitario sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. Ci vuole coraggio a sostenere una simile tesi.
20 AGO 20

Al direttore - C’è chi ha contestato la mia condanna della pillola Ru486 dicendo che si tratta, come prescritto dalla 194, dell’“aggiornamento del personale sanitario sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”. Ci vuole coraggio a sostenere una simile tesi. Con l’Ru486 la donna, anche se ricoverata in una struttura ospedaliera, al momento dell’espulsione dell’embrione si trova sola con se stessa e ciò lede il principio della 194 che prevede il diritto all’assistenza medica in tutte le fasi dell’interruzione di gravidanza. “Il consultorio e la struttura socio-sanitaria”, prescrive la legge del 1978, devono “garantire i necessari accertamenti medici” e hanno il compito in ogni caso di mettere in grado la donna “di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenerla”, “offrendole tutti gli aiuti necessari”. Con la kill pill la donna si trova ad abortire in solitudine e viene lasciata alla possibilità di vedere l’embrione abortito. Sono le donne, infatti, a dover controllare il flusso emorragico, in ospedale o a casa. In uno studio del 1998 pubblicato sul British Journal of Obstetrics and Gynecology, il 56 per cento delle pazienti sottoposte ad aborto chimico dichiara di aver riconosciuto l’embrione, e il 18 per cento ne denuncia come conseguenza incubi, flash-back e pensieri ricorrenti. Nell’interruzione chirurgica della gravidanza un ruolo centrale è svolto dal medico (come confermato anche dalle disposizioni sull’obiezione di coscienza), che assume una funzione di co-autore nei confronti della donna; tale figura viene invece a mancare nell’aborto farmacologico, nel quale è la donna l’unica responsabile-artefice dell’interruzione di gravidanza, con i problemi psicologici che questo comporta. A livello psicologico, nel breve e nel lungo periodo, l’interruzione volontaria della gravidanza viene di regola vissuta come un trauma dalla donna che vi ha prestato il consenso, indipendentemente dalle motivazioni che ne hanno orientato la decisione. Alla luce di questo mi chiedo se l’utilizzo della 194 vada nella direzione – indicata dalla 194 – di tutelare la vita umana dal suo inizio. E’ tutela della donna lasciarla dietro la porta di un bagno a osservare il frutto mancato del suo grembo? E’ tutela della donna dimenticarsi dei problemi psicologici che questo può comportare?
E’ necessario evidenziare che la Ru486 è imprevedibile nei suoi effetti: l’aborto si può prolungare per oltre due settimane, con nausea, perdite di sangue, vomito e contrazioni dolorose. Una donna su dieci avrà comunque bisogno di un intervento per portare a termine l’aborto. Al problema delle linee di applicazione della pillola abortiva bisognerà poi associare il deflagrare di furbi e furbetti che procederanno alla sua amministrazione come fosse aspirina, salvo poi lasciare la madre negata sola col suo dramma. C’è poi chi ha avuto il coraggio di farne una questione economica, invocando i presunti risparmi che la kill pill porterebbe nei bilanci sanitari. Stabilito che per garantire cure e assistenza adeguate a chi abbia assunto la pillola sono necessari almeno 10 giorni di degenza ospedaliera, i cinici profeti della Ru486 devono mettersi in testa che il suo utilizzo non limiterà i costi sanitari. Al contrario creerà un’ulteriore occupazione di posti letto.
Il tecnicismo medico ci distoglie dal valore profondo dei rapporti e delle relazioni. Non dimentichiamoci che gli embrioni (anche quelli abortiti) sono innanzitutto figli. E che dietro all’interruzione di una gravidanza ci sono genitori. Due parole, “figli” e “genitori”, poco specialistiche, ma di grandi contenuti.
di Massimo Polledri, deputato Lega nord
E’ necessario evidenziare che la Ru486 è imprevedibile nei suoi effetti: l’aborto si può prolungare per oltre due settimane, con nausea, perdite di sangue, vomito e contrazioni dolorose. Una donna su dieci avrà comunque bisogno di un intervento per portare a termine l’aborto. Al problema delle linee di applicazione della pillola abortiva bisognerà poi associare il deflagrare di furbi e furbetti che procederanno alla sua amministrazione come fosse aspirina, salvo poi lasciare la madre negata sola col suo dramma. C’è poi chi ha avuto il coraggio di farne una questione economica, invocando i presunti risparmi che la kill pill porterebbe nei bilanci sanitari. Stabilito che per garantire cure e assistenza adeguate a chi abbia assunto la pillola sono necessari almeno 10 giorni di degenza ospedaliera, i cinici profeti della Ru486 devono mettersi in testa che il suo utilizzo non limiterà i costi sanitari. Al contrario creerà un’ulteriore occupazione di posti letto.
Il tecnicismo medico ci distoglie dal valore profondo dei rapporti e delle relazioni. Non dimentichiamoci che gli embrioni (anche quelli abortiti) sono innanzitutto figli. E che dietro all’interruzione di una gravidanza ci sono genitori. Due parole, “figli” e “genitori”, poco specialistiche, ma di grandi contenuti.
di Massimo Polledri, deputato Lega nord