In nome della rivoluzione verde Obama rischia di fare la guerra al Canada

New York. Il Canada è seduto su una montagna di sabbia bituminosa che non è in grado di raffinare – se non in minima parte –  per ricavarne greggio “dolce” o carburanti; gli Stati Uniti vogliono nuovo petrolio per spezzare le catene della dipendenza energetica con paesi arabi e partner infidi come il Venezuela, e sul Golfo del Messico hanno strutture per raffinare e tubi per distribuire. Sembra il preludio di un felice abbraccio fra domanda e offerta. Un abbraccio fra paesi confinanti e amici, uno desideroso di vendere le sue abbondanti risorse a prezzi di favore, l’altro di acquistare finalmente da un alleato affidabile.
20 AGO 20
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New York. Il Canada è seduto su una montagna di sabbia bituminosa che non è in grado di raffinare – se non in minima parte – per ricavarne greggio “dolce” o carburanti; gli Stati Uniti vogliono nuovo petrolio per spezzare le catene della dipendenza energetica con paesi arabi e partner infidi come il Venezuela, e sul Golfo del Messico hanno strutture per raffinare e tubi per distribuire. Sembra il preludio di un felice abbraccio fra domanda e offerta. Un abbraccio fra paesi confinanti e amici, uno desideroso di vendere le sue abbondanti risorse a prezzi di favore, l’altro di acquistare finalmente da un alleato affidabile. I canadesi non hanno i mezzi adeguati per trasformare la mistura nera e pastosa dell’Alberta e gli esperti del settore sono certi che non li avranno mai: l’Energy Resources and Conservation Board dice che nel 2020 lo stato canadese sarà in grado di fare il primo dei vari passaggi di lavorazione sul 47 per cento della sabbia bituminosa estratta; oggi riesce a lavorarne il 58 per cento. Installare le strutture necessarie per la raffinazione sarebbe un processo lento e costoso che rallenterebbe l’estrazione del materiale grezzo. Poi servirebbe una rete enorme e capillare per distribuirlo, cosa di cui il Canada non dispone. La situazione energetica di Ottawa assomiglia a quella del Venezuela, produttore di petrolio viscoso (detto comunemente “pesante”) che non è in grado di raffinare da sé, quindi preme per vendere all’estero i prodotti grezzi (anche per ripararsi dalla estrema volatilità dei prezzi delle benzine) e le raffinerie statunitensi sono l’approdo naturale. Soltanto che Barack Obama, pressato dalla lobby ambientalista che ultimamente ha blandito con riferimenti alle battaglie per il clima, finora ha posto il veto alla costruzione dell’oleodotto che darebbe una svolta alle relazioni energetiche. Il progetto della pipeline Keystone XL, che dovrebbe congiungere i giacimenti dell’Alberta alle raffinerie del Texas, è stato congelato mesi fa dalla Casa Bianca per ragioni elettorali. Troppo rischioso per il presidente in cerca di una nuova verginità liberal promuovere i combustibili fossili, anche se creano migliaia di posti di lavoro.
Obama ha affidato la responsabilità della decisione al dipartimento di stato e Hillary Clinton ha diligentemente traccheggiato, lasciando il compito al suo successore, John Kerry. Keystone è la parte più incandescente di una disputa multistrato fra i governi di Washington e Ottawa. La crescita del Canada nel 2012 si è contratta rispetto al 2011 proprio per la diminuzione del traffico petrolifero e l’Obama di secondo mandato, quello che improvvisamente sbandiera idee per ridurre il global warming dopo quattro anni di sostanziale inazione ambientale, non potrebbe essere più lontano dalla sensibilità del conservatore Stephen Harper, il primo ministro che ha portato il Canada fuori dal protocollo di Kyoto e vuole trasformare il tesoro bituminoso che ha fra le mani in barili sonanti. Nel primo incontro ufficiale, Kerry ha visto l’omologo canadese, John Baird, e i due hanno discusso anche di Keystone. Pubblicamente il segretario di stato ha detto soltanto che “spera di comunicare presto una decisione”, che sarà “equa e trasparente”.

Viaggi a Pechino e caccia F-35
Non è semplice per Obama ritrattare nei fatti quelle promesse ambientali fatte nel discorso d’insediamento e reiterate in quello sullo stato dell’Unione. Le associazioni ambientaliste più vocianti, prima fra tutte il facoltoso Sierra Club, sono pronte allo scontro frontale. Domenica a Washington migliaia di persone hanno protestato contro l’oleodotto, un dissenso ideologico-ambientale aggravato dal fatto che la lavorazione del petrolio non convenzionale del Canada, dicono, produce il 12 per cento di emissioni nocive in più rispetto alla raffinazione del greggio estratto nei giacimenti classici. Il procrastinare di Obama ha eroso la già scarsa pazienza di Harper: la prima volta che Obama si è mostrato attendista sull’affare Keystone è andato a Pechino per piazzare il petrolio al regime cinese. L’assenza di una partnership fra i due stati introduce sulla scena attori sempre meno affidabili. Ora minaccia silenziosamente di far saltare l’acquisto dei caccia F-35 se la Casa Bianca non darà il nulla osta all’oleodotto, progetto necessario al Canada per esprimere il potenziale energetico e crescere; utile a Washington per affrancarsi dal club degli esportatori impresentabili, ambientalisti permettendo.