Il senso di Dublino per l’Europa
E’ probabile che, se non voteranno come piace a Bruxelles, gli irlandesi saranno costretti a rivotare, come già è accaduto con il trattato di Lisbona. Ma intanto hanno l’occasione di dire la loro sul “Fiscal compact”, il trattato snello e austero che la Germania ha posto come condizione di sopravvivenza all’Europa tutta.
20 AGO 20

E’ probabile che, se non voteranno come piace a Bruxelles, gli irlandesi saranno costretti a rivotare, come già è accaduto con il trattato di Lisbona. Ma intanto hanno l’occasione di dire la loro sul “Fiscal compact”, il trattato snello e austero che la Germania ha posto come condizione di sopravvivenza all’Europa tutta. Dublino lo ha annunciato ieri, dopo che l’avvocatura di stato aveva fatto sapere che le misure imposte dal “Fiscal compact” non potevano essere introdotte nel sistema irlandese se non a seguito di una consultazione referendaria.
E i politici hanno accettato, con la consapevolezza che il referendum, come spesso accade, diventi un’arma di distruzione domestica – un sì o un no alla politica del governo – e che intanto Bruxelles perfezioni le sue minacce. Una c’è già: se si vota contro, non si potrà più accedere ad alcun bailout. L’Irlanda ha già dato in questo senso (ha ricevuto 90 miliardi di euro alla fine del 2010), ed è stata celebrata per il suo modello virtuoso post crisi, ma comunque l’idea che i rubinetti si chiudano non è rassicurante. Tra l’altro la minaccia è gratuita, perché anche se l’Irlanda votasse no, il “Fiscal compact” sopravviverebbe: bastano 12 voti su 17 (i paesi dell’Eurozona) per attuarlo.
L’annuncio di Dublino non dirotterà il progetto tedesco, ma certo contribuisce a creare altri dubbi sul funzionamento dell’Europa. Si moltiplicano le voci di chi non vuole più salvare nessun paese, nemmeno la Grecia che pure ha già ottenuto due (soffertissimi) bailout ma che, per la prima volta nella storia europea, è stata dichiarata in default selettivo da S & P’s. Il “Fiscal compact” doveva essere operativo entro breve e si è incagliato tra rifiuti e referendum. Soprattutto: la crisi dell’euro sembra non finire mai.
E i politici hanno accettato, con la consapevolezza che il referendum, come spesso accade, diventi un’arma di distruzione domestica – un sì o un no alla politica del governo – e che intanto Bruxelles perfezioni le sue minacce. Una c’è già: se si vota contro, non si potrà più accedere ad alcun bailout. L’Irlanda ha già dato in questo senso (ha ricevuto 90 miliardi di euro alla fine del 2010), ed è stata celebrata per il suo modello virtuoso post crisi, ma comunque l’idea che i rubinetti si chiudano non è rassicurante. Tra l’altro la minaccia è gratuita, perché anche se l’Irlanda votasse no, il “Fiscal compact” sopravviverebbe: bastano 12 voti su 17 (i paesi dell’Eurozona) per attuarlo.
L’annuncio di Dublino non dirotterà il progetto tedesco, ma certo contribuisce a creare altri dubbi sul funzionamento dell’Europa. Si moltiplicano le voci di chi non vuole più salvare nessun paese, nemmeno la Grecia che pure ha già ottenuto due (soffertissimi) bailout ma che, per la prima volta nella storia europea, è stata dichiarata in default selettivo da S & P’s. Il “Fiscal compact” doveva essere operativo entro breve e si è incagliato tra rifiuti e referendum. Soprattutto: la crisi dell’euro sembra non finire mai.