Il contagio antioccidentale

Da Bengasi e il Cairo la protesta antiamericana s’è velocemente sparsa in tutta la regione: nel già tormentato Yemen, dove soltanto due giorni fa un ministro è scampato a un altro attentato, è stata assaltata l’ambasciata statunitense; a Teheran almeno cinquencento persone hanno marciato in direzione dell’ambasciata svizzera, che gestisce gli interessi americani in Iran dal momento che non c’è una rappresentanza ufficiale, scandendo il loro cammino con il solito ritornello: “Morte all’America”. La protesta “spreads”, scrivono i siti in lingua inglese, usando un termine che fa paura di per sé, almeno dalle nostre parti: Iraq, Marocco, Sudan, Tunisia
20 AGO 20
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Roma. Da Bengasi e il Cairo la protesta antiamericana s’è velocemente sparsa in tutta la regione: nel già tormentato Yemen, dove soltanto due giorni fa un ministro è scampato a un altro attentato, è stata assaltata l’ambasciata statunitense; a Teheran almeno cinquencento persone hanno marciato in direzione dell’ambasciata svizzera, che gestisce gli interessi americani in Iran dal momento che non c’è una rappresentanza ufficiale, scandendo il loro cammino con il solito ritornello: “Morte all’America”. La protesta “spreads”, scrivono i siti in lingua inglese, usando un termine che fa paura di per sé, almeno dalle nostre parti: Iraq, Marocco, Sudan, Tunisia, il contagio antioccidentale è sempre scaltro, va veloce. Al Cairo, dove tutto è cominciato con una manifestazione organizzata dai salafiti in occasione dell’11 settembre, ci sono stati scontri, lacrimogeni, almeno 13 persone ferite. In Libia ci sono stati alcuni arresti, mentre gli Stati Uniti hanno deciso il piano d’attacco dall’alto, con i droni, e sul terreno, con i marines (vedi inserto 1).
Come già molti leader arabi e non prima di lei, Hillary Clinton, segretario di stato, ha condannato il film che è stato preso a pretesto dalla folla islamista per le manifestazioni (come si sa, in Libia il piano d’assalto era pianificato, e al Cairo se si gira per strada sono pochi quelli che hanno visto “The innocence of muslims”): “Il video è riprovevole e disgustoso – ha detto Clinton – Gli Stati Uniti non hanno nulla a che fare con questo video”. Sulla produzione del filmato tutti si tirano indietro: Sam Bacile, presunto produttore che sarebbe stato prelevato dall’Fbi perché aveva ricevuto minacce, non esiste né ha un passaporto, è uno pseudonimo che nasconderebbe Nakoula Basseley Nakoula, come conferma una fonte anonima dell’Amministrazione. Ma per non sbagliare, l’autore dell’articolo di copertina di Time oggi in edicola, Bobby Ghosh, fa l’elenco degli autori di questo oltraggio all’America che hanno collaborato – senza saperlo, almeno questo è loro concesso – a determinare l’assalto ed equipara i salafiti ai produttori del film contro Maometto.
Il gioco delle uguaglianze distorte è destinato a ingigantirsi, e tendenzialmente non va a favore della libertà d’espressione, per quanto amatoriale e provocatoria, ma c’è un elemento diplomatico decisivo che avrà ripercussioni ancora più importanti in futuro. Fonti del Foglio hanno confermato ieri che la telefonata fra il presidente Barack Obama e il collega egiziano, Mohammed Morsi, avvenuta appena dopo i fatti del Cairo, è stata tesa e poco rassicurante. Per questo Obama, intervistato qualche ora dopo quel colloquio da Telemundo, è stato gelido nei confronti dell’Egitto, stravolgendo i toni solitamente concilianti nei confronti di uno degli alleati più importanti dell’America in medio oriente. “Non penso che l’Egitto si possa considerare un alleato – ha detto il presidente americano – Ma non lo consideriamo un nemico”. La leadership egiziana “è nuova e sta trovando la sua strada”, ha continuato Obama, e la relazione con Washington è un “work in progress”. Gli analisti hanno parlato di “neutralità di Obama” nei confronti di Morsi, ma è un eufemismo: non sei un nemico, ma stai molto attento, lo stai diventando.