Gli inglesi si fanno prendere in giro, ma Cameron è l’unico con un’idea
Forse un giorno ci spiegheranno che cosa avesse in mente il governo di Londra quando ha deciso di mandare a Bengasi una missione segreta per prendere contatti con i ribelli – talmente segreta che neanche i ribelli ne erano a conoscenza. Un team composto da otto persone, un diplomatico, un funzionario dell’MI6 e sei uomini del Sas (corpo d’élite britannico nato – ironia della sorte – proprio nell’Africa del nord ed emulato in tutto il mondo) è arrivato a Bengasi in elicottero.
20 AGO 20

Nell’intercettazione più umiliante si sente l’ambasciatore inglese a Tripoli, Richard Northern, che spiega a un emissario dei ribelli che il team stava soltanto cercando un albergo e che c’era stato un equivoco. “Hanno fatto un grave errore ad arrivare in elicottero”, dice il ribelle, e l’ambasciatore: “Oh, davvero? Non sapevo come fossero arrivati”. Deborah Haynes, una delle giornaliste più seguite in temi di difesa e guerre, scrive sul Times: “Avrebbero potuto scendere dalla fregata che sta di fronte a Bengasi, l’HMS Cumberland, e prendere un taxi per farsi portare al tribunale che fa da quartiere generale del Consiglio dei rivoluzionari: ci vanno tutti i giornalisti tutti i giorni”. Domenica notte il team è stato imbarcato davvero sull’HMS Cumberland alla volta di Malta, ma mentre si conferma che la missione è stata pensata dal ministro degli Esteri, William Hague, si rafforza il mito negativo attorno ai britannici: nel settembre del 2005 a Bassora, in Iraq, accadde la stessa cosa. Due soldati del Sas furono catturati in borghese, con borse piene di armi, esplosivi e passaporti falsi e le truppe inglesi dovettero assaltare la prigione dov’erano rinchiusi per liberarli (prima erano stati presi a sassate quando avevano tentato di entrare nel commissariato dove i due erano interrogati). Se si pensa che erano inglesi anche molti passaporti ritrovati al commando che uccise a Dubai un esponente di Hamas un anno fa, è chiaro che l’ultimo exploit in Libia rischia di dare un colpo letale alla credibilità delle forze inglesi in medio oriente e nord Africa.
Quest’ultimo imbarazzo e le polemiche sulla lentezza con cui il governo inglese ha messo in salvo i suoi cittadini in Libia rischiano di oscurare il dato più importante di tutta la vicenda, e cioè che il premier, David Cameron, sta assumendo la leadership di un’eventuale coalizione di volenterosi disposti a fermare le stragi di Muammar Gheddafi. Da giorni sta studiando la fattibilità di una “no fly zone” ed è riuscito a convincere – in parte – il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, a spostarsi su una posizione più interventista. Grazie a Cameron è stato organizzato un Consiglio europeo straordinario – previsto per l’11 marzo – e anche l’Alleanza atlantica ieri ha detto che non potrà stare ferma a guardare. Cameron è stato redarguito dal capo del Pentagono, Bob Gates, che se l’è presa con tutti quelli che parlano della “no fly zone” con leggerezza: è un atto di guerra, ha dichiarato il ministro americano. Il premier britannico lo sa bene, ma è l’unico che oggi parla esplicitamente della necessità di un intervento – di una guerra – recuperando il lessico blairiano sull’ingerenza umanitaria e democratica, con una sua declinazione sul “liberalismo muscolare”. Il premier inglese non è mai stato un fan di questa dottrina, ma di fronte alla strage di Gheddafi ha dovuto scegliere. I suoi due collaboratori più stretti, il cancelliere dello Scacchiere George Osborne e il ministro dell’Istruzione Michael Gove, sono interventisti, mentre il ministro degli Esteri Hague è considerato un realista. Cameron ha deciso di stare con i cosiddetti falchi, è stato il primo ad andare in Egitto dopo la caduta di Mubarak e in Kuwait, mentre si celebrava la liberazione da Saddam, ha ribadito che il realismo non è una politica realista, che è un interesse di tutti tenere alti i valori democratici, “ma non sono soltanto i nostri valori, tutti li vogliono ovunque, dalla piazza Tahrir a Trafalgar Square”.
Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi
