A NY De Blasio resuscita i sogni della rivoluzione (ma si potrà fumare?)

Il sigillo definitivo della disperazione arriva quando lo sfidante, Joe Lhota, all’ultimo dibattito prima del voto la butta sulla dubbia newyorchesità dell’avversario: “Come vanno le cose a Cambridge ultimamente?”. Accusare Bill de Blasio di coltivare un’obliqua lealtà verso il Massachusetts della sua infanzia dopo che ha passato oltre tre decenni a New York è il segno che le munizioni sono finite da un pezzo; avrebbe avuto più fortuna se avesse ricordato al pubblico che il frontrunner per il posto da sindaco di New York è un fan dei Red Sox.
20 AGO 20
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New York. Il sigillo definitivo della disperazione arriva quando lo sfidante, Joe Lhota, all’ultimo dibattito prima del voto la butta sulla dubbia newyorchesità dell’avversario: “Come vanno le cose a Cambridge ultimamente?”. Accusare Bill de Blasio di coltivare un’obliqua lealtà verso il Massachusetts della sua infanzia dopo che ha passato oltre tre decenni a New York è il segno che le munizioni sono finite da un pezzo; avrebbe avuto più fortuna se avesse ricordato al pubblico che il frontrunner per il posto da sindaco di New York è un fan dei Red Sox, i leggendari avversari degli Yankees che hanno vissuto una vita sotto la maledizione di Babe Ruth, in qualche modo la rappresentazione sportiva dell’usurpazione dell’antico prestigio rivoluzionario di Boston da parte di New York. Mercoledì sera i Red Sox hanno vinto la World Series, una delle poche cose che fanno innervosire una città altrimenti superiore alle dispute di campanile, e la stessa fede sportiva di De Blasio contiene la dialettica oppressori-oppressi che è il perno del suo populismo liberal: “La squadra con cui sono cresciuto è stata sempre l’underdog, ma alla fine è riuscita a prevalere”. La vittoria finale dell’eterno perdente bistrattato conduce all’essenza della campagna trionfale del public advocate, e l’altra sera non c’era espediente o sotterfugio che Lhota potesse cavare dal cilindro per colmare un divario che i sondaggisti più prudenti quantificano in 39 punti percentuali.
Martedì i newyorchesi vanno alle urne per un voto che si annuncia come una pesante dichiarazione di discontinuità con l’interminabile regno di Michael Bloomberg, a sua volta da leggere in tandem con l’inflessibile Rudy Giuliani, che senza andare troppo per il sottile ha orchestrato la grandiosa bonifica urbana degli anni Novanta e ha impostato le politiche della lotta al terrorismo portate a maturazione dal successore. Il tasso di criminalità è crollato in termini assoluti ed è evaporato se si paragona la situazione di New York a quella di Chicago e di altre metropoli americane; il fenomeno della “gentrification” ha investito quartieri che sembravano insanabili, il sistema scolastico pubblico ha fatto diversi passi in avanti, la città ha diversificato il proprio patrimonio attirando start up, aziende tecnologiche, università. Ma con la complicità di una crisi che a New York più che in qualunque altra città del mondo si è trasformata in un’opposizione irriducibile fra la middle class in agonia e i miliardari che volano in cerchio come avvoltoi, fra il 99 e l’1 per cento, secondo la lezione di Occupy Wall Street, la “Bloomberg fatigue” si è fatta sentire. L’umiliazione di Christine Quinn alle primarie democratiche è stata lo sfogo politico dell’allergia verso qualunque indizio di connessione con il passato. La candidata lesbica, dotata di retorica da attivista a tinte arcobaleno, perfettamente equipaggiata per governare una macchina che conosce dall’interno e sostenuta dall’establishment democratico sembrava la scelta ovvia per una città in cerca di rivoluzione. L’amabile intesa politica con il sindaco da 31 miliardi di dollari ha spostato però il suo profilo pericolosamente verso il centro, aprendo a sinistra un corridoio in cui qualcuno più puro di lei si è gettato a capofitto e l’ha epurata.

Sono uno di voi
De Blasio si è fatto strada raccontando fino allo sfinimento la socialisteggiante “tale of two cities”, dove alla New York avida e pretenziosa delle banche e dei salotti si oppone un’altra città fatta di sacche di indigenza e dei sogni calpestati dei millennial. Che De Blasio abbia pescato scaltramente nell’armamentario retorico di Zuccotti Park è cosa nota, ma la sua forza elettorale deriva anche dal non doversi presentare come ciò che non è.
La rivoluzione di De Blasio non è (soltanto) una costruzione degli strateghi e degli spin doctor, è un elemento che si dà in natura: bastava soltanto disporre in modo accorto l’esistente per ottenere l’effetto di rupture necessario per superare la soglia della credibilità elettorale. Il deblasismo non appare un prodotto troppo distante dal De Blasio in carne e ossa, figura torreggiante (198 centimetri) che balla e suda alle feste dei portoricani di East Harlem, si fa arrestare durante un picchetto per evitare la chiusura di un ospedale pubblico, mangia hamburger a East New York, sventola bandiere al gay pride, racconta barzellette e perde la voce ai comizi per denunciare il morbo della diseguaglianza che sta consumando la metropoli dell’inclusività e della tolleranza. Con il suo articolato e italianissimo linguaggio del corpo De Blasio dice: non sono il solito prodotto elettorale, sono uno di voi.
Il programma elettorale di De Blasio è in qualche modo inciso nella sua vicenda biografica. Figlio di un emigrato tedesco rimasto gravemente ferito durante i combattimenti sul fronte Pacifico e che ha abbandonato la famiglia quando Bill aveva sette anni – dopo una tormentata storia di dipendenza dall’alcol e la scoperta di un tumore si è suicidato – è cresciuto con la famiglia materna, originaria di Benevento. Fra la laurea alla New York University e il master in Relazioni internazionali alla Columbia è stato fulminato sulla via del Nicaragua dalla rivoluzione sandinista, simbolo di un generico anti imperialismo e della sua particolare incarnazione del tempo, Ronald Reagan. Bill Ayers, cofondatore di Weather Underground le cui connessioni con Barack Obama hanno aizzato, nel 2008, le speculazioni sul radicalismo socialista del candidato alla presidenza, dice che De Blasio “dovrebbe essere orgoglioso del fatto che ha sostenuto i sandinisti; dovrebbe farne un vanto, non nasconderlo”. De Blasio non ha sbandierato il suo passato fatto di barbe incolte, simpatie castriste e letture antagoniste, ma lo ha usato in modo scaltro per chiamare a raccolta gli spiriti ribelli che si erano allineati dietro le fatue insegne di Occupy Wall Street. Lui ha canalizzato le passioni della piazza in un progetto elettorale sapientemente organizzato da John Del Cecato – consulente politico che proviene dall’agenzia di David Axelrod: la scuola è quella obamiana – e ritagliato su un frangente storico della città in cui sicurezza è sinonimo di repressione, ricchezza di oppressione.
L’elemento populista e rivoluzionario è bilanciato dalla famiglia ordinaria di Park Slope, sintesi perfetta di tradizione e modernità. Di Chirlane McCray si è innamorata a prima vista quando l’ha incontrata nei corridoi di City Hall con un vestito tradizionale africano il piercing al naso. Quando hanno iniziato a frequentarsi lei gli ha dato una copia di un articolo che aveva scritto nel 1979 per la rivista Essence. Titolo: “I am a lesbian”. Aveva scoperto l’attrazione per le donne quand’era una ragazzina e aveva deciso di mettere per iscritto la dichiarazione scandalosa di una donna afroamericana e gay. Ora è felicemente monogama e madre di due figli che sono parte integrante della rappresentazione deblasiana, ma ostinatamente proclama il suo odio per le “etichette sessuali”. Assieme a Bill forma la perfetta coppia postrazziale e postsessuale, scena completata dal magnifico “afro” di un figlio che non potrebbe chiamarsi che Dante.

La rivoluzione smoking free
Da questa mistura di elementi si può dedurre ogni proposta politica. Sulla criminalità, De Blasio ha fatto una potente campagna contro lo stop-and-frisk – perquisizioni della polizia motivate da pregiudizi razziali o sospetti gratuiti – e ha eletto il capo della polizia, Ray Kelly, a idolo polemico definitivo.
Kelly non aveva bisogno di un’aggressione politica ad hoc per toccare il fondo della popolarità, ma quando l’altro giorno è stato costretto a interrompere una conferenza alla Brown University da un gruppo di studenti urlanti – roba che nemmeno il generale Petraeus durante le sue lezioni newyorchesi – si è apprezzata l’efficacia dello sforzo. Bloomberg amava ripetere che la polizia di New York, che Kelly guida dal 2002, è il “settimo esercito del mondo”, anche se in realtà i numeri dicono che è al 96esimo posto, cosa che ha contribuito a gonfiare il mito della città militarizzata dove i tutori della legge sono i primi da temere.
De Blasio vuole alzare le tasse della città sul reddito per finanziare le scuole pubbliche, buttando a mare quel rapporto virtuoso fra pubblico e privato che ha offerto benefici sociali innanzitutto ai quartieri più poveri. La svolta piace molto ai sindacati degli insegnanti, una costituency fondamentale che negli anni ha visto diminuire il proprio potere per l’avanzare di strutture educative più flessibili. Le battaglie per il salario minimo (11,75 dollari all’ora), per le case popolari, i contratti collettivi e la redistribuzione per decreto centrale delle donazioni filantropiche non possono mancare nell’orizzonte della rivoluzione deblasiana. Meno chiaro, invece, è l’atteggiamento che terrà verso le riforme neo paternaliste promosse da Bloomberg su tabacco, alcol, grassi, zuccheri, sale e qualunque altro nemico dell’igiene pubblica. Mercoledì la città di New York è stata la prima a vietare la vendita della sigarette ai minori di 21 anni: nella New York di De Blasio si farà la rivoluzione smoking free.