Se il salvatore si chiama Alibaba

Quando qualcosa va storto, nella Silicon Valley dei nuovi padroni dell’economia americana, tutti ripensano al 2000 e alla crisi che fece scoppiare la bolla della new economy. Il 2000 è un termine di paragone continuo e, dopo essersi bruciati quindici anni fa, investitori e analisti non hanno mai smesso di essere sospettosi. Se le Ipo, gli esordi in Borsa, ottengono quotazioni sovrastimate, si pensa alla bolla e a quando bastava pronunciare la parola internet per attirare denari. Se i titoli tecnologici crescono troppo velocemente, più che gioire gli azionisti li osservano con nervosismo.
19 AGO 20
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Quando qualcosa va storto, nella Silicon Valley dei nuovi padroni dell’economia americana, tutti ripensano al 2000 e alla crisi che fece scoppiare la bolla della new economy. Il 2000 è un termine di paragone continuo e, dopo essersi bruciati quindici anni fa, investitori e analisti non hanno mai smesso di essere sospettosi. Se le Ipo, gli esordi in Borsa, ottengono quotazioni sovrastimate, si pensa alla bolla e a quando bastava pronunciare la parola internet per attirare denari. Se i titoli tecnologici crescono troppo velocemente, più che gioire gli azionisti li osservano con nervosismo. Se le feste sono troppo sfrenate, subito le si paragona ai party leggendari di quando la bolla si stava gonfiando. Negli ultimi mesi il richiamo alla nuova bolla del tech è stato continuo. Con Twitter come capostipite, hanno fatto il loro ingresso sul mercato decine di compagnie che non guadagnano un soldo, ma che hanno raggranellato miliardi di dollari solo grazie al loro potenziale inespresso. I titoli sono cresciuti rapidamente, e in molti si sono preoccupati. Gli analisti ci hanno spiegato che no, non c’è nessuna nuova bolla, le dimensioni dei fenomeni speculativi non sono paragonabili, ma anche loro hanno iniziato a inquietarsi a marzo quando, dopo una rincorsa notevole, i titoli tecnologici hanno iniziato a calare tanto, tutti insieme – e non hanno ancora smesso. Dal 5 marzo Google ha perso più del 12 per cento, Amazon il 17, Twitter il 24. Aziende minori, come Netflix e Pandora, hanno avuto perdite superiori al 30 per cento. Ci sono segnali brutti, perché oltre agli azionisti anche i ceo hanno iniziato a vendere le azioni delle proprie aziende, altri, come i dirigenti di Twitter, giurano che non venderanno per cercare di limitare il nervosismo.

[**Video_box_2**]E’ una fase di assestamento, dicono gli analisti, all’inizio dell’anno le quotazioni tech erano cresciute troppo e ora stanno semplicemente tornando al loro livello normale. Nel suo complesso, d’altronde, il Nasdaq ha perso solo il 5 per cento, e i dati trimestrali di Google sembrano dimostrare che la crisi non è strutturale. Ma la Silicon Valley resta in affanno, e tutti aspettano il salvatore che viene dalla Cina. Si chiama Alibaba, è un gigante del commercio online e dei servizi internet, ha deciso di quotarsi a New York nei prossimi mesi e la sua Ipo potrebbe essere il più ricco esordio in Borsa della storia americana.