Compromesso sul budget
Schivato all’ultimo il fiscal cliff, ma la partita vera si gioca fra due mesi
L’accordo sul budget approvato con voto bipartisan al Senato alle due di martedì mattina – quando tecnicamente era già scattato il meccanismo di tagli automatici alla spesa e aumenti fiscali noti come “fiscal cliff” – “non accontenta né i democratici né i repubblicani”, ha detto a caldo la Casa Bianca, ma incarna quello spirito del compromesso che Barack Obama vorrebbe opporre alla vecchia politica arrugginita di Washington.
19 AGO 20

New York. L’accordo sul budget approvato con voto bipartisan al Senato alle due di martedì mattina – quando tecnicamente era già scattato il meccanismo di tagli automatici alla spesa e aumenti fiscali noti come “fiscal cliff” – “non accontenta né i democratici né i repubblicani”, ha detto a caldo la Casa Bianca, ma incarna quello spirito del compromesso che Barack Obama vorrebbe opporre alla vecchia politica arrugginita di Washington. Mentre ieri il vicepresidente Joe Biden, negoziatore del testo passato al Senato, alla Camera cercava di convincere i democratici a votare compatti e i repubblicani di John Boehner studiavano una linea comune (il voto potrebbe essere fissato nella notte italiana o nella giornata di oggi: mentre questo giornale va in stampa le parti stanno ancora discutendo), l’entourage del presidente presenta il passaggio alla Camera alta come una vittoria della grande coalizione del buonsenso sulla logica da zuffa di quartiere permanente. In realtà buona parte della zuffa è soltanto rimandata. Nel testo non c’è un accordo sui tagli alla spesa e il dibattito viene soltanto posticipato di due mesi: ci sarà un altro showdown e un’altra dolorosa fase di stallo, questa volta pericolosamente sovrapposta a quel dibattito sull’innalzamento del tetto del debito che l’anno scorso ha bloccato la politica di Washington per settimane. Quello che l’accordo prevede, invece, è un ritorno a livelli di tassazione più vicini all’era di Clinton che a quella di Bush, il quale aveva firmato tagli fiscali temporanei rinnovati dal Congresso di volta in volta. L’aliquota per i ricchi – sulla quale Obama ha costruito un messaggio politico condito di populismo – sale dal 35 per cento al 39,6, ma soltanto per le famiglie che guadagnano più di 450 mila dollari l’anno. L’obiettivo di Obama era fissare il limite a 250 mila dollari. Il Joint Committee on Taxation dice che l’aumento fiscale sui più ricchi frutterà 600 miliardi di dollari in dieci anni, in un accordo complessivo che produce un debito da 3.900 miliardi.
Sotto la soglia dei 450 mila dollari i tagli di Bush vengono estesi in modo permanente: il primo segno dell’ambivalenza dell’accordo e di quel retrogusto amaro nelle bocche dei progressisti, che volevano entrate più sostanziose per lo stato e bastonate più dure sui milionari. Il New York Times, tempio della cultura liberal, dice che è un accordo “tiepido”, ma più ci si sposta a sinistra più gli aggettivi si fanno acrimoniosi. Il testo prevede anche aumenti alle imposte sugli immobili.
Quello che l’accordo non prevede è l’estensione dei tagli sulle payroll tax: se la Camera approverà il testo senza emendamenti (nel caso ritornerebbe al Senato) 160 milioni di americani vedranno la prossima busta paga assottigliarsi del 2 per cento. Secondo l’analista di Moody’s Mark Zandi la scadenza di questa agevolazione fiscale ridurrà la crescita dell’economia dello 0,6 per cento nel 2013. Anche sulle rendite finanziarie e i dividendi Obama ha dato dispiaceri ai suoi. Meno di un anno fa, nel discorso sullo stato dell’Unione, aveva eletto la segretaria di Warren Buffett a simbolo dell’ingiustizia sociale e aveva promesso di equiparare le tasse sulle rendite finanziarie a quelle sulle entrate ordinarie. Il compromesso è lontano da quelle ambizioni: l’aliquota sul capital gain passerà per i più ricchi dal 15 al 20 per cento, e la segretaria di Buffett continuerà a pagare più tasse del suo capo.
Lo smarcamento elettorale di Rubio
Quello che i democratici hanno ottenuto in cambio della flessibilità sulle entrate è la protezione del sistema di welfare, dai sussidi per la disoccupazione alle agevolazioni fiscali per i poveri, e anche Paul Krugman, che critica l’accordo da sinistra, dice che “in linea di principio si potrebbe dire che i democratici hanno tenuto il punto sulle questioni essenziali e i repubblicani hanno votato per un aumento delle tasse”. E’ nell’ottica del principio politico che va letto lo smarcamento di Marco Rubio dallo spirito bipartisan dei suoi compagni di partito. Il senatore che coltiva altissime ambizioni non ha ceduto al compromesso siglato dal leader Mitch McConnell e ha voluto dare una simbolica prova di ortodossia che potrebbe pagare i suoi dividendi in futuro, magari già fra quattro anni: “Questo accordo renderà più difficile crescere e creare occupazione”, ha spiegato, in attesa che i suoi compagni di partito alla Camera mandino i loro messaggi politici: alle elezioni di midterm mancano sempre due anni.
Sotto la soglia dei 450 mila dollari i tagli di Bush vengono estesi in modo permanente: il primo segno dell’ambivalenza dell’accordo e di quel retrogusto amaro nelle bocche dei progressisti, che volevano entrate più sostanziose per lo stato e bastonate più dure sui milionari. Il New York Times, tempio della cultura liberal, dice che è un accordo “tiepido”, ma più ci si sposta a sinistra più gli aggettivi si fanno acrimoniosi. Il testo prevede anche aumenti alle imposte sugli immobili.
Quello che l’accordo non prevede è l’estensione dei tagli sulle payroll tax: se la Camera approverà il testo senza emendamenti (nel caso ritornerebbe al Senato) 160 milioni di americani vedranno la prossima busta paga assottigliarsi del 2 per cento. Secondo l’analista di Moody’s Mark Zandi la scadenza di questa agevolazione fiscale ridurrà la crescita dell’economia dello 0,6 per cento nel 2013. Anche sulle rendite finanziarie e i dividendi Obama ha dato dispiaceri ai suoi. Meno di un anno fa, nel discorso sullo stato dell’Unione, aveva eletto la segretaria di Warren Buffett a simbolo dell’ingiustizia sociale e aveva promesso di equiparare le tasse sulle rendite finanziarie a quelle sulle entrate ordinarie. Il compromesso è lontano da quelle ambizioni: l’aliquota sul capital gain passerà per i più ricchi dal 15 al 20 per cento, e la segretaria di Buffett continuerà a pagare più tasse del suo capo.
Lo smarcamento elettorale di Rubio
Quello che i democratici hanno ottenuto in cambio della flessibilità sulle entrate è la protezione del sistema di welfare, dai sussidi per la disoccupazione alle agevolazioni fiscali per i poveri, e anche Paul Krugman, che critica l’accordo da sinistra, dice che “in linea di principio si potrebbe dire che i democratici hanno tenuto il punto sulle questioni essenziali e i repubblicani hanno votato per un aumento delle tasse”. E’ nell’ottica del principio politico che va letto lo smarcamento di Marco Rubio dallo spirito bipartisan dei suoi compagni di partito. Il senatore che coltiva altissime ambizioni non ha ceduto al compromesso siglato dal leader Mitch McConnell e ha voluto dare una simbolica prova di ortodossia che potrebbe pagare i suoi dividendi in futuro, magari già fra quattro anni: “Questo accordo renderà più difficile crescere e creare occupazione”, ha spiegato, in attesa che i suoi compagni di partito alla Camera mandino i loro messaggi politici: alle elezioni di midterm mancano sempre due anni.